Novità in biblioteca

 

Ticinensia
(a cura di Manuela Maffongelli e Sandra Sulmoni, aggiornamento agosto 2011)

 

 

Liliana Della Casa Sannevigo, Il silenzio che parla, Imprimitur, Padova 2010.

 

“Il silenzio che parla” è la storia di un percorso interno, in cui le parole danno forma a emozioni e ricordi, come in una distillazione dell’anima. Il silenzio che parla è il passaggio di una voce che è dentro di noi e chiede di essere riconosciuta, una voce che distende l’inquietudine.

 

(dal retro di copertina)
 

 

 

Armida Demarta, Festival Poestate Lugano. Primo e unico festival di poesia in Svizzera, a Lugano dal 1997, fondato e diretto da Armida Demarta, Fontana Edizioni, Lugano-Pregassona, 2011.

 

Trascorrono gli anni, si succedono le edizioni, si fanno i consuntivi, ma lo sguardo – uno sguardo da intendere come slancio, proiezione creativa, persino generosa utopia – è costantemente rivolto al domani. È soprattutto ad Armida Demarta che va il nostro plauso, all’organizzatrice-pilota che con l’entusiasmo e l’ostinazione di chi crede nei viaggi ricchi di incognite, ha saputo far navigare la sua e nostra nave poetica in acque aperte e rinfrescanti, anche se a dire il vero non sempre tranquille (per limitarci al lato finanziario), accettando una sfida guardata all’inizio da taluni con scetticismo. Non resta che fare a lei e ai suoi collaboratori un caldo augurio: avanti, verso nuovi lidi e nuovi approdi!

 

Dalla Rivetta Guglielmo Tell al Patio del Municipio, e passando per altri storici luoghi luganesi, il festival POESTATE ha lasciato tracce e delineato paesaggi inconfondibili nella vita culturale cittadina. Luoghi d’incontro che grazie alla loro diversa fisionomia, nell’alterno gioco di aperto e chiuso, luci e penombre, mezzetinte e colori vivaci e, non si dimentichi, col supporto costante di soluzioni scenografiche originali, hanno contribuito non poco a plasmare gli eventi del festival e a rinnovare cornici e atmosfere, aprendo prospettive oltre il rito della ripetizione.

 

Dal contributo del poeta luganese Gilberto Isella «POESTATE al volo», p. 23.
 

 

 

Anna Ruchat, Volo in ombra, Quarup, Pescara 2010.

Tessutissimo volo tra le dimensioni del “reale”, del visibile e dell’oltre, metafora e insieme racconto, l’opera di Anna Ruchat sfugge alle esauste catalogazioni della narrativa così come alle sue forme. Composizione contrappuntistica a tre voci e tre sezioni, azzarderebbe chi vuole approssimarsi all’esattezza: nella prima parte, narrata in terza persona, Sofia è la bambina che vive – così diversa – con sua madre, e così prossima a chi non c’è. Nella sua vita, concretizzata nelle torte di mele della nonna, nel Requiem di Mozart e negli strumenti da disegno della mamma architetto avvertiamo accanto a lei una presenza vaga, mancante; e insieme ad essa “un principio di dolore” addirittura “insensato”, nelle parole della madre, perchè non è possibile sentire la mancanza di una cosa mai posseduta. Eppure non può sfuggire, a chi osservi, che proprio a quella presenza/assenza Sofia “appartiene”: voce arcana, da un mondo accanto, che si infiltra dalle righe – in corsivo – del freddo rapporto militare di un incidente aereo, e fa da contrappunto alle sezioni in carattere tondo che narrano il presente di Sofia.

Voce lontana che si materializza nella seconda parte, La virata, in parole esatte che ci arrivano dall’ombra di ciò che è stato: è il padre di Sofia a raccontarci la sua storia e la sua versione dell’incidente. Percorsi apparentemente fuori fase, separati dalla membrana del tempo, incomunicabili per definizione ma allo stesso tempo interconnessi e (tutt’altro che paradossalmente) bidirezionali. Finché, nell’ultima sezione, le due voci e le linee narrative, e insieme la bambina e l’adulta, si ricongiungono, fino a sovrapporsi nello stretto finale della presa di coscienza che tutto risolve e conclude: Sofia-Anna, ora adulta, si mette per caso, per inerzia o forse solo per destino sulle tracce di quella voce lontana, del padre perduto prima ancora del possesso, e lo incontra nei luoghi di quel suo ultimo volo, nelle carte di un archivio, nei ricordi degli altri, ripercorrendo all’inverso e come in negativo una identica mappa che scopre chi non ha forma sensibile ma esiste ed è umano, come gli spettri.

 

(dal risvolto di copertina)

 

 

 

 

 

Erika Zippilli-Ceppi, Come chiamando, Edizioni Fuoridalcoro, Mendrisio 2011.

 

Chi ha potato così maldestramente il gelso ignorava per quale motivo si trovasse in quel luogo e a che cosa potesse servire. Forse non sapeva nemmeno che in estate produce more molto dolci, nere o bianche. Ora i suoi rami, squilibrati e disordinati, sono disposti come chiamando la simmetria perduta. Venivano piantati in filari al margine dei campi e capitozzati non troppo in alto per permettere ai bambini di raccoglierne le foglie, il cibo dei bachi da seta. Le bambine lavoravano

nelle filande a svolgere il filo dai bozzoli immersi prima in acqua bollente, per poi avvolgerlo in bobine riannodando i capi in caso di rottura, torcere due o tre fili insieme e riavvolgere il tutto sugli aspi a formare matasse pronte per la tessitura. Il gelso le ha certamente viste avviarsi il mattino presto sulla strada dello stabilimento e poi tornare la sera tenendosi per mano e cantando per vincere la paura del buio.

Dopo Regine di confine (2008) e Giralune (2009), Erika Zippilli-Ceppi continua con questa raccolta di poesie appena pubblicata il suo impegno di ascolto delle persone in mezzo a cui vive, con i loro destini, le case che abitano o abbandonano, gli alberi che piantano o lasciano morire. Un orizzonte volutamente limitato, nella convinzione che se non si fanno i conti con gli avvenimenti apparentemente dimessi che accadono vicino a noi non si può affrontare seriamente la grande storia.

 

(dalla recensione di Giuseppe Dunghi, La Regione, 28 luglio 2011)

 

 

 

 

 

Mario Agliati, Miranda Venturelli, Luciana Caglio (a cura di), Un secolo sul filo dell’attualità 1907-2007. Dalle professionali alla SAMS, Scuola d’arti e mestieri della sartoria, Lugano-Viganello 2011.

 

(...) Ma con Ines Bolla entrava [la scuola] in una fase in tutto nuova, sì da poter parlare di un momento (per usare un aggettivo di cui oggi si abusa, ma nel caso crediam proprio di no) epocale: già per il fatto che alla testa della scuola femminile c’era ora una donna, e quale donna, preparatissima e di giovenile energia, che sarebbe durata nell’ufficio trent’anni; e non saranno certo anni di immobilismo, sì bene di una costante ascesa di cui dava l’esempio. (...) La rivedo resa dagli anni un poco curva nell’incedere, peraltro sempre alacre e spedita, sotto il braccio la tabella dei voti; gli occhi grandi e benevolmente indagatori, il volto spesso illuminato da un largo sorriso; affabile nella conversazione, e tuttavia capace, quando era il caso, di rimbrotti anche severi (...). Si capiva subito: una donna, per intelletto e cultura superiore.

 

(dal capitolo “La direzione di Ines Bolla”)

 

Narrativa e poesia italiana
(a cura di Manuela Maffongelli e Sandra Sulmoni, aggiornamento agosto 2011)

 

 

 

Leti Loft, Le mani azzurre, Tufani, Ferrara 2010.

 

Non voglio che una mano: sarebbe un pallido giglio di calce / una colomba amarrata nel mio cuore il guardiano che nella notte del mio transito / negherebbe l’entrata alla luna. Così canta Gracía Lorca, invocando il gesto di una mano, più eloquente di tante parole consolatrici. Sì: le mani parlano; parlano con un linguaggio silenzioso che, a volte, supera la forza di quello verbale. Parlano Le mani azzurre che Leti Loft ha scelto come titolo al suo libro dove, sinesteticamente, accanto alle mani, è l’azzurro il colore che segna, per immediato collegamento del pensiero, un ampio orizzonte sentimentale; il colore che fornisce le coordinate immaginative nelle quali dovremmo muoverci come lettori.

Sono azzurre le mani di nonna Ernesta, moglie e madre devota, che “sapeva ed amava tessere”, che approvvigionava in continuazione di maglieria nipotine e nipotini. Accadde una sera, complice la luna, “la maglia piano piano si coprì di un azzurro intenso e riflettente.  Azzurra diventò anche la punta dei ferri e la punta delle dita di Ernesta.”E il colore azzurro presta la sua valenza, la sua rifrangenza analogica, al guizzo dei fili che sgusciano sotto le nocche nelle mani di Liliana, “mani di fata”, belle, come fusi, morbide, lievi, che sapevano “disegnare, imbastire, cucire, ricamare”. Liliana, la sarta “che aveva appreso il mestiere da un’altra sarta di vaglia, di quelle che cavano la natura di ogni filato, taglio, modello”. Liliana, la magicienne che conosceva i segreti di tutte le stoffe, del tulle come del taffettà, della mussola come dell’organzina.

 

(dalla recensione di Jolanda Leccese, “L’azzurro della memoria”, in Leggendaria, n° 84, novembre 2010).

 

  

 Narrativa e poesia di altri paesi
(a cura di Manuela Maffongelli, aggiornamento agosto 2011)

 

Mavis Gallant, Un fiore sconosciuto, BUR Rizzoli, Milano 2009.

“Era convinta che si sarebbe perdutamente innamorata di Howard se solo avesse smesso di piovere. Attese, imperterrita, tempi migliori”. Questi incantevoli racconti sono serie di amori sfiorati. Silenziosi, incerti, sopraffatti dagli eventi, i protagonisti di queste pagine si dibattono tra disillusioni e false dperanze, vite spaesate che non si sentono a casa in nessun luogo, e che, tuttavia, continuano a cercare. Nel mezzo, un viaggio per sentirsi liberi, la guerra che divide e trasforma, una famiglia che si sfalda e fatica a ricomoporsi, la violenza brutale delle relazioni umane.

(Dal retro di copertina)

 

Saggistica
(a cura di Manuela Maffongelli e Sandra Sulmoni, aggiornamento agosto 2011)

 

 

 

AA.VV., Amorosi assassini. Storie di violenze sulle donne, Laterza, Bari 2008.

 

È la punta di un iceberg quella che emerge nelle pagine di questo libro. Abbiamo raccolto, in ordine cronologico, circa trecento casi di violenza inflitta a donne da mano maschile, avvenuti in Italia nel corso di un anno, il 2006. Quello che abbiamo selezionato è solo un campionario di vicende, per motivi diversi, particolarmente rappresentative. si tratta di casi accomunati da due caratteristiche: primo, essi sono diventati pubblici, ne hanno scritto, cioè, agenzie di stampa e giornali; secondo, se ciò è successo è perchè erano delitti per i quali vigeva, per il magistrato, la procedibilità d’ufficio, oppure perchè essi sono stati denunciati dalle vittime.

 

(dall’introduzione)
 

 

 

 

Carla Busato Barbaglio, Tra femminile e materno: l’invenzione della madre, Franco Angeli, Milano 2009.

 

Si può parlare di “figura materna”? O si tratta di immagini di madre che sono state “inventate” o costruite lugo i secoli sotto l’influsso di fattori culturali? E che cosa si può dire allora del fattore “naturale”? Istinto materno, sessualità e generatività, relazionalità nella coppia e con il bambino; il destino del femminile si situa in incroci da cui si dipartono spesso tratti antitetici e irrisolti. Il discorso psicoanalitico rivolto al materno, alle sue determinanti e significazioni, è il filo rosso attorno a cui si sviluppa il volume, nato dal dialogo tra i diversi approcci: sociologico, antropologico, biografico, storico-religionistico e storico culturale.

 

 

 

 

 

Ginevra Conti Odorisio, Fiorenza Taricone, Per filo e per segno. Antologia di testi politici sulla questione femminile dal XVII al XIX, G. Giappichelli ed., Torino 2008.

 

Da molto tempo ci eravamo proposte di curare un’antologia di scritti femministi, o sulla questione femminile, di donne ed uomini che nelle varie epoche si sono occupati di questo difficile e scomodo tema, criticando i pregiudizi, i luoghi comuni, le tradizioni senza senso, contrarie anzi al buon senso, cercando di migliorare la condizione femminile, di riformare le leggi, la società, le relazioni all’interno della famiglia e nello spazio pubblico e di trasformare i modelli culturali.

In questo senso, il riferimento è ad una questione femminile, termine storicamente consolidato, per indicare il dibattito relativo al ruolo ed alla funzione sociale della donna, la critica alla sua condizione tradizionale, rinviando per ora distinzioni più sottili, che pure andranno fatte, tra emancipatori radicali e gradualisti, emancipatori moderati e falsi emancipatori.

 

(dall’Introduzione)

 

 

 

 

Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori Editore, Napoli 2009.

 

Il libro parte dalla constatazione che oggi, in Italia ma non solo, tra politica e potere c’è confusione e che da ciò la politica esce immiserita e ridicolizzata. C’è un attaccamento al potere, che fa da surrogato all’incapacità di agire efficacemente. Così, più che farne una questione morale, vengono qui indicate le mosse strategiche che fanno uscire dall’impotenza. In sintonia con il femminismo che ha preso le distanze dal potere, viene portata una lettura simbolica dei cambiamenti in corso, affrontando il corpo a corpo tra politica e potere attraverso una interrogazione del risvolto soggettivo, sentimentale e affettivo del nostro vivere la contraddizione di questi due piani.

 

(dalla copertina)

 

 

 

Bianca Gelli, Psicologia della differenza di genere. Soggettività femminili tra vecchi pregiudizi e nuova cultura, Franco Angeli, Milano 2009.

 

Sesso/Genere, natura/cultura, mascolinità/femminilità, identità/soggettività: ecco le parole chiave lungo le quali l’autrice di questo manuale ha composto il discorso per stilare una sintesi sulla psicologia della differenza di genere. I diversi saperi – psicologia, psicoanalisi, biologia, sociobiologia, filosofia, sociologia, pensiero femminista – pur trattati, in sequenza, separatamente, sono continuamente messi a confronto, spesso ricorrendo alla strategia della citazione. Questo per tentare di tirare le fila della situazione, considerando la sua vitalità, diversità e dinamismo.

 

(dalla copertina)

 

 

 

 

Anaïs Ginori, Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono, Fandango, Roma 2010.

 

Donne in Italia, oggi. Il 2009 è stato il nostro Anno Zero. Le donne italiane, quelle non ancora completamente rassegnate, vedono la loro libertà minacciata e sentono che gli uomini riprendono il controllo sul loro corpo.

Questa raccolta di storie di Anaïs Ginori rivela sottotraccia, come un filo rosso, una specie di composto stupore. Una nota di incredulità a volte divertita, a volte amara, a volte spazientita. È come se l’autrice cercasse attraverso i tasselli che compongono questo libro la risposta alla domanda: come si è precipitati in un mondo peggiore di quello da cui siamo partiti, un paese dove il maschilismo che non conoscevamo è diventato cultura diffusa.

 

(dalla prefazione e l’introduzione)

 

 

 

 

Laura Lazzari, Poesia epica e scrittura femminile nel Seicento: L'Enrico di Lucrezia Marinelli, Insula, Leonforte (En), 2010.

 

È possibile un’epica al femminile? Le scrittrici si rapportano al genere in modo diverso dagli scrittori? Dalla lettura de Enrico, ovvero il Bisanzio acquistato (1635) di Lucrezia Marinelli sembrerebbe proprio di sì. Il poema, a lungo erroneamente considerato un semplice epilogo della Gerusalemme liberata di Tasso, si distanzia volutamente dal canone letterario, rinnovando le vicende epiche tradizionali e caratterizzando in modo originale le su eroine: la maga sull’isola non è una sensuale tentatrice, mentre le guerriere non finiscono per essere uccise o sottomesse da un guerriero.

L’intento chiaramente filogino perseguito dall’autrice nel suo poema permette interessanti confronti con la sua opera più conosciuta, il trattato sulla Nobiltà et l’eccellenza delle donne risalente a trentacinque anni prima. Questo studio si aggiunge agli altri che ormai da qualche decennio tentano di riportare alla luce le scritture di donna, e apre la strada a nuove indagini volte a sottolineare la ricchezza e le novità che contraddistinguono le opere di Marinelli, affinché l’autrice sia definitivamente tolta dall’oblio immeritato in cui era caduta.

 

(dal retro di copertina)

 

 

 

 

Valeria Palumbo, L’ora delle ragazze Alfa. Direttori d’orchestra, filosofi, piloti, maratoneti, scienziati. Dopo secoli di battaglie il loro nome è donna, Fermento, Roma 2010.

 

La prima ondata del femminismo ha conquistato il diritto di voto. La seconda la libertà sessuale. Adesso è il momento della terza: negli Stati Uniti e in gran parte d’Europa le donne stanno ottenendo la parità anche sul lavoro, nello sport e nei posti chiave della politica, della cultura e dell’economia. Protagoniste di questa nuova epoca, le cosiddette ragazze Alfa, colte, decise, poco ideologizzate, perfino poco solidali, ma molto determinate a prendersi il loro posto nel mondo. In questo saggio si ricostruisce come le donne hanno conquistato i diversi campi di predominio maschile. Ed è davvero una lunga storia.

 

(dall’interno di copertina)

 

  

  

 

  

  

  

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 © 2008 AARDT Associazione Archivi Riuniti delle Donne Ticino
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