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Discorso della prof. Tatiana Crivelli
tenutosi all'inaugurazione AARDT del 12 giugno 2004
Prof. Tatiana Crivelli
Romanisches Seminar, Universität Zürich
La scorsa settimana ho organizzato presso l'Università
di Zurigo un convegno, dedicato, in occasione dei 700 anni della
nascita di Francesco Petrarca, alle scrittrici che a partire
dal XVI secolo, in tutta Europa, scrissero poesia lirica ispirandosi
al canzoniere petrarchesco. In questa occasione, fra le numerose
relatrici presenti, che provenivano dalle università di
un po' tutto il mondo, ho notato che nei momenti d'incontro conviviali,
alcuni discorsi erano più frequenti e, vorrei dire, più
spontaneamente unificanti di altri. In particolare, mi è
parso che le storie (più o meno divertenti, più
o meno deprimenti) che queste donne raccontavano in relazione
al loro ambiente di lavoro avessero un denominatore comune: il
problema della visibilità. In particolare, per spiegarvi
cosa intendo, vi voglio raccontare quanto è successo ad
una di loro: la signora X trascorre un'intera serata con un collega
più anziano Y, alla fine della quale gli fa poi dono -
come si usa nei migliori feudi universitari - di un suo volume;
qualche mese dopo, incontrando nuovamente lo stessa persona,
a tavola con altri colleghi, Y, che non dà segno alcuno
di averla riconosciuta, le chiede nuovamente di cosa si occupi:
per non metterlo in imbarazzo, lei spiega cortesemente ancora
una volta il tema delle sue ricerche. Per tutta risposta questi,
guardandola fisso, ma naturalmente sempre senza riconoscerla,
le consiglia di contattare una certa, una certa... - non si ricorda
più il nome - ma una certa professoressa dell'Università
di ***, che ha scritto qualcosa sul medesimo argomento. E, naturalmente,
sta parlando proprio della stessa persona che gli sta seduta
di fronte, a cui sta insomma consigliando di chiedere consiglio...
a sé stessa!
Questo aneddoto mostra bene, a mio avviso, come le donne fatichino
a guadagnarsi una visibilità in ambito culturale, con
quanta difficoltà esse vengano ritenute nella memoria
altrui come interlocutrici degne di nota e, insomma, come si
possa passare attraverso le fatiche delle donne, attraverso le
loro scritture e persino i loro corpi, senza trarne una vera
conoscenza. Certo, il caso del nostro professore potrebbe spiegarsi
anche con una semplice, seppure grave, miopia del soggetto: ma
resta comunque da chiedersi perché quest'esperienza della
'non visibilità' sia condivisa da tante donne, presenti
e passate. Donne volonterose, impegnate, intelligenti, attive,
e che hanno scritto con il preciso intento, che sempre ha chi
scrive, di tramandare quanto avevano da dire, eppure donne passate
- così almeno pare a prima vista - senza lasciare memoria
di sé. Le ragioni sono molte e complesse, e rispondono
a logiche socio-culturali e storiche molto differenziate. Tuttavia
vorrei menzionare almeno un motivo, a mio avviso fondamentale,
per spiegare questa assenza delle donne dalla memoria collettiva
ufficiale: e cioè che è più facile collocare
un oggetto (sia questo un oggetto di conoscenza, oppure un pezzo
di mobilio), se si dispone già di un contesto adeguato
ad accoglierlo.
Chiunque abbia una libreria in casa sa, per esperienza, che i
libri sono ripartiti sugli scaffali secondo una certa logica,
seguendo una sistematicità, che può essere anche
molto soggettiva. Indipendentemente dall'ordine adottato, però,
se si pone mente per un attimo al modo in cui la libreria cresce,
si capisce subito che risulta efficace, speditivo e abituale
collocare un elemento nuovo nello scaffale che già contiene
dei libri affini, al quali possiamo semplicemente aggiungere
il nuovo volume, che viene così inserito in un sistema
pregresso (i libri di cucina vanno lì; no, di là
invece ci sono i romanzi gialli!). Ma ogni tanto, è capitato
a tutte, succede che si resti perplesse davanti agli scaffali,
con in mano un libro che - vuoi per il contenuto, vuoi per il
formato, vuoi perché li avevamo ordinati per alfabeto
ma parlando italiano ci eravamo scordati di lasciare posto per
la ypsilon - risulta eccentrico rispetto al nostro ordine. Un
libro per collocare il quale occorrerebbe spostare un'intera
fila di libri, che stava ormai là da anni e, anzi, pareva
fatta apposta per stare là.
Ecco: le scritture delle donne sono questo libro che opera lo
spostamento del sistema vigente: vorrebbero infilarsi fra gli
scaffali costituiti e ordinati della biblioteca del sapere, sono
anzi convinte di avere un loro posto là dentro; ma chi,
con un lavoro secolare, ha ordinato e curato questa biblioteca,
beh, non sa esattamente dove collocarle. Le soluzioni sono normalmente
due: o lo scantinato, o lo scaffale delle rarità; entrambi
luoghi deputati ad accogliere quello che non rientra nel sistema.
Questo è esattamente quanto è successo alle scritture
femminili fino ai tempi moderni: chi ha avuto la fortuna di accedere
allo scaffale delle rarità è in qualche modo sopravvissuta
come una testimonianza d'eccezione, meritando dunque lodi e memoria
presso i posteri ma - e questo è fondamentale - senza
diventare parte integrante della biblioteca, senza che fosse
necessario spostare i volumi che la costituiscono per farle posto,
rivestendo dunque il carattere di un'eccezione che non modifica
la norma. Le meno fortunate, invece sono finite in cantina: e
lì attendono ancora oggi che la nostra Franca Cleis vada
a scovarle...
Come certo immaginerete, per l'analisi di questi meccanismi di
selezione della memoria la mia attività nel campo degli
studi letterari è un settore tristemente privilegiato:
confrontarsi con il canone della letteratura italiana, in cui
le scrittrici cominciano ad essere rappresentate in maniera significativa
soltanto a partire dal XX secolo, ovvero quando le loro presenze
si fanno tanto numerose e tanto significative da non poter essere
ignorate, è esperienza che non può non far riflettere
(soprattutto se si parla, in quanto donna, ad un pubblico composto
quasi esclusivamente di altre donne, come è generalmente
il caso nelle facoltà di lettere). Per me si tratta infatti
di fare i conti, quotidianamente, con quella che - facendo ricorso
alle parole di una nota studiosa italiana, Marina Zancan - vorrei
chiamare la "rimozione drastica, e a lungo definitiva, della
soggettività femminile dalla memoria storica della tradizione
letteraria italiana" (M. Zancan, "Questioni",
in Ead., Il doppio itinerario della scrittura. La donna nella
tradizione letteraria italiana, Torino, Einaudi, 1998, pp. vii-xxx,
alle pp. xii-xiii).
Per riassumere, semplificando drasticamente ma senza paura di
sbagliare troppo, potrei dire che la storia della letteratura
- disciplina che è andata stabilendosi nella tradizione
italiana a partire circa dalla seconda metà dell'Ottocento,
grossomodo negli anni di Francesco de Sanctis - si è rivelata
inadeguata a rappresentare la scrittura femminile, incapace di
conservarne onesta memoria. Il fatto è che può
ben dirsi che l'assenza cronica delle donne sia dai luoghi ufficiali
dell'istruzione (le università, le accademie scientifiche
e letterarie, ecc.), sia dalle occasioni sociali di acculturazione
(conversazioni erudite fra intellettuali, vita pubblica in generale)
ha determinato la loro esclusione da quel minuzioso, puntuale
e ben collaudato avviamento alle forme della classicità
che costituiva la base della formazione letteraria tradizionale
degli intellettuali italiani. Molto spesso autodidatte, le scrittrici
si istruiscono secondo percorsi non ortodossi, seguendo le loro
inclinazioni personali o più spesso semplicemente apprendendo,
dove possono, come possono, e quel che possono, a seconda delle
occasioni che la vita offre loro: dal convento al precettore,
dal padre al marito, dalla biblioteca familiare alla conversazione
con gli amici, ogni situazione e ogni relazione diventa fonte
di sapere per chi al sapere non ha altro accesso.
Ma, pare ovvio, ad una formazione così eterogenea e individuale
non può non fare seguito una scrittura scarsamente conforme
ai criteri, ai generi e ai gusti di quelle istituzioni cui solo
da lontano le donne prendono parte. Non è un caso che
fra le tipologie di materiali che l'Associazione Archivi Riuniti
afferma di ricercare, come prima voce compaiano nell'opuscolo
di presentazione, i documenti privati: "tracce scritte",
si dice, "annotazioni, diari, quaderni scolastici, album
dei ricordi, epistolari" ecc. fino alle "biografie".
E, mentalmente almeno, possiamo aggiungere a queste voci le categorie,
più strettamente letterarie, della poesia, della novella
e del romanzo che, anche anche se non sono espressamente menzionate
nell'elenco, nel caso delle donne si legano infatti intimamente
con l'esperienza della scrittura privata (i diari femminili,
così come le lettere, portano spesso evidenti tracce anche
di una vocazione alla letteratura repressa solo dall'impossibilità
di farsi pubblica). Da sola, la collezione, peraltro preziosa,
di testi a stampa che costituisce una metà della vostra
bellissima impresa, potrebbe rappresentare solo in maniera parziale
la ricchezza delle attività letterarie femminili, in quanto
molta parte di questa produzione rimase nei cassetti, a causa
della particolare difficoltà che le donne ebbero ad accedere
alla pubblicazione dei loro scritti (difficoltà legate
alla mancanza di indipendenza economica, ma anche naturalmente
difficoltà di ordine morale, essendo lo spazio pubblico
per eccellenza uno spazio riservato alla presenza maschile).
Questo bellissimo, completo e straniante elenco di merci varie
che avete stampato nel vostro volantino costituisce nella sua
essenzialità una precisa e ricca descrizione delle più
importanti tipologie testuali che per secoli hanno impegnato
la scrittura delle donne. Ma, se applichiamo la logica del sapere
codificato e canonico, questo è anche, ve ne renderete
conto, un perfetto elenco di materiale... da scantinato: a conferma
del fatto che evocavo poco fa e che ora voglio ribadire, ovvero
che "le scritture di donna - numerose, come conferma il
lavoro sulle fonti d'archivio, lungo tutta la storia della cultura
italiana - sono state, e rimangono, esterne alla tradizione della
nostra letteratura" (Zancan, ivi).
Nel caso della letteratura, essere "esterne" alla tradizione
ha significato per le donne anche, concretamente, essere estranee
al sistema di registrazione ufficiale della memoria, non trovare
rappresentanza in quei repertori che hanno inteso consacrare
alla posterità il meglio della produzione letteraria del
paese. La registrazione in questi repertori (storie letterarie,
antologie, libri scolastici, letteratura critica e altro), registrazione
che avviene sempre in un momento posteriore a quello dell'attività
inventariata, si regge su norme collaudate, su saperi stratificatisi
nei secoli, su un'idea di valore e su un sistema di giudizio
che, almeno in parte, si autoriproduce per necessità e
per comodità: un sistema che, in quanto tale, finisce
forzatamente per escludere chi non lo rappresenta al meglio,
limitandosi tutt'al più a protocollarlo come un'eccezione
curiosa (lo scaffale dei rari, o lo scantinato, come dicevo poco
fa). Se si dovesse giudicare della presenza femminile nella cultura
e nella letteratura italiana attraverso i libri di testo ufficiali,
si dovrebbe concludere che - grossomodo fino al primo Novecento
- le donne non abbiano mai scritto. Ma sappiamo che le cose non
stanno affatto in questi termini: le donne non solo scrivono
ma "hanno sempre scritto": e questi Archivi sono qui
a dimostrarlo, anche nel caso della nostra realtà locale,
rendendo visibile, per il fatto stesso di esistere, un assunto
mai a sufficienza sottolineato: le carte delle donne sono semmai
carte non conservate, e non carte non scritte! Accanto all'oralità
- luogo franco e per questo deputato per eccellenza alla trasmissione
dei saperi femminili, come ci dimostreranno nel pomeriggio le
narratrici dell'Associazione Svizzera delle Fiabe - queste carte
mostrano come il silenzio delle voci di donna, la loro assenza
dai repertori e dai luoghi deputati a conservare il sapere, primi
fra tutti le biblioteche, non possa dirsi tale per mancanza di
voci, quanto piuttosto per "l'effetto di un ascolto non
registrato"(Zancan, ivi).
Questa "presenza rimossa" rivive oggi attraverso la
dedizione dell'equipe degli Archivi Riuniti, alla quale voglio
porgere il mio sentito grazie, come professore e come donna:
la vostra attività non solo "documenta e racconta",
come modestamente vi limitate a dire, ma opera un vero movimento
nell'ordine culturale stabilito. Dando una sede ufficiale a queste
carte femminili, ospitando i libri delle donne e di chi su di
loro ha scritto, voi non solo assicurate la fondamentale funzione
archivistica di conservazione del passato ma, insieme, create
un luogo che necessariamente modificherà la percezione
futura di tutta quella biblioteca del sapere di cui dicevamo.
Oggi spostate un po' i voluminosi tomi del canone costituito
per infilarci i vostri - all'apparenza più esili, frammentari,
leggeri - ma che una volta trovato posto negli scaffali verranno
individuati, letti, ascoltati; e così facendo entreranno
a far parte della memoria collettiva futura. In altre parole,
io credo insomma che voi facciate poesia; dato che solo la poesia
è capace di far convivere dinamicamente le soggettività
più disparate e le necessità più universali,
di infilarsi nei saperi più singolari e di spostare un
po' il mondo di chiunque la legga, di connettere la memoria più
ancestrale del passato all'interpretazione più viva del
presente. E allora, se mi permettete, con una poesia desidero
chiudere questo mio intervento.
Sono versi di Donata Berra, poetessa svizzera contemporanea,
che dedico alle voci femminili che hanno trovato qui la loro
casa e, naturalmente, alle donne che gliel'hanno offerta. Il
componimento s'intitola Magica, ed è tratto dalla raccolta:
Tra terra e cielo:
A frammenti, solo
e per ellissi
risponde
la biblioteca della memoria.
Alla richiesta, all'urgenza del prestito
(e lo struggimento dell'ora vorrebbe
subito, qui, tutto, il passato
per colmare il dolore
e garantirlo)
lievemente
come galleggiano i sogni
dall'aria insondabile del remoto
innalza un'immagine
onnipotente, illustrata e magica.
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