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La Biblioteca: una seconda patria per tutti i cercatori della verità

di Franca Cleis
scrittrice e ricercatrice della scrittura femminile nella Svizzera italiana

 

"Bisogna confessare che dobbiamo arrossire della poca nostra operosità; abbiamo parlato tanto e poi tanto della creazione di biblioteche pubbliche, e poi, quando eravamo in procinto di raggiungere lo scopo, ci siamo arrestati e gettatici vilmente a terra".
Stefano Franscini

È appunto nella Legge concernente l'istituzione di un'Accademia che troviamo, per la prima volta, un accenno alla fondazione di una Biblioteca Cantonale: 14 giugno 1844. Data storica?

Nel 1856 finalmente, la Biblioteca Cantonale viene aperta al pubblico con un complesso di circa 12000 volumi, per la maggior parte di carattere teologico - ascetico, tra cui un centinaio di incunaboli e classici di antiche bellissime edizioni. La nostra Biblioteca iniziava dunque la sua vita con un cospicuo patrimonio librario, ma doveva poi rimanere inoperosa durante lunghi anni per difetto di locali e di materiale adatto.

Non è la quantità, ma la qualità delle opere che determina l'importanza di una biblioteca, la qualità del personale e dell'ordinamento delle sue raccolte: un insieme, insomma, di valori che sono materiali e morali. Per questo abbisogna anche di un sempre maggior rispetto alla sua funzione, di fede nella sua efficacia...

Tutte le biblioteche sono suggestive, purché abbiano l'impronta dei secoli, tutte hanno in sé un magico potere evocatore che si avverte in solitudine e nel più profondo silenzio. È un fluido che anima di fantasmi le penombre, che accende di strane luci certe antiche rilegature, che rende quasi ossessionante la presenza di innumerevoli spiriti più vivi che mai.

... [la nostra biblioteca] senza voler gareggiare con biblioteche specializzate, dovrà supplire sempre più alla mancanza di una biblioteca universitaria nel nostro Cantone, arricchendo le sue raccolte di quelle opere che sono la base indispensabile di ogni studio compiuto con serietà... [affinché] non sia soltanto "un museo del passato e una palestra per i viventi, ma anche una seconda patria per tutti i cercatori della verità".
Adriana Ramelli

L'8 settembre del 1993, quando fra le carte dell'incarto Bodoni-Albertolli che Adriana Ramelli mi aveva affidato per studiarle e ordinarle, rinvenni il documento originale del discorso che la direttrice della Biblioteca cantonale di Lugano aveva tenuto nel 1942, in occasione dell'inaugurazione della nuova sede, corsi affannata e felice a Lugano, immediatamente, a portarglielo. Lei, ancora lucida ma quasi inferma, era allora degente presso la casa per anziani Riziero-Rezzonico. Tremavano le sue mani quando le porsi i fogli, ma tremavano anche le mie. Questo documento era infatti andato "perso", da molti anni. E il riordino del suo archivio privato, che avevamo eseguito insieme gli anni precedenti, ne aveva riportato alla luce solo una copia su carta velina. Questo scritto-discorso era, per Adriana Ramelli, molto importante perché tratteggiava la storia e lo sviluppo delle biblioteche nel nostro cantone, e la perdita dell'originale, che lei aveva ancora modificato a mano, l'addolorava molto. Era sempre stata orgogliosa del suo "discorso inaugurale", che era stato apprezzato e lodato da voci autorevoli, ed era stato suo desiderio il poterlo pubblicare integralmente. Poi i suoi mille impegni di lavoro alla direzione della Biblioteca cantonale e di ricerca; ma anche la sua modestia, i suoi innumerevoli dubbi, le sue reticenze, le sue correzioni, le "sue fisime scientifiche"... e infine la perdita dell'originale, glielo avevano impedito. "È un vero mistero", mi diceva. "Un vero mistero che sia scomparso". Ma non era l'unico mistero.
Il testo del discorso inaugurale originale, rintracciato fortunosamente là dove non doveva essere, è un dattiloscritto di 10 pagine numerate, su carta robusta e ingiallita (pagine scritte solo a recto). Numerosi sono gli interventi a mano sul dattiloscritto, con penna biro blu e con la calligrafia minuta della direttrice, interventi di completazione e di modifica. "Adesso, lo affido a lei", mi disse Adriana Ramelli in quell'autunno del 1993, rassicurata. "Adesso lo tenga lei. Ma deve pubblicarlo. E lo annoti. Sa piccole noticine come sa fare lei, là dove sono utili...".
Io quel giorno stesso ne feci delle fotocopie. Poi il giorno seguente lo trascrissi nel computer. Quindi lo rileggemmo insieme. E Adriana Ramelli volle ancora cambiare... qualche virgola.
Oggi ubbidisco a quel "deve" offrendolo nella sua redazione integrale, però disubbidisco perché non l'ho annotato. Sono pagine di storia inedite, e sull'argomento, ancora oggi uniche. La cerimonia inaugurale della nuova Biblioteca cantonale, alla quale erano presenti autorità federali e cantonali, era stata posta all'ordine del giorno del Congresso dell'Associazione Bibliotecari Svizzeri e di quello della Società dei Bibliofili, che si svolgeva eccezionalmente a Lugano proprio in quei giorni, e questo dava ancora maggior lustro alla manifestazione, particolarmente significativa nella storia del Cantone Ticino.

Discorso della direttrice Adriana Ramelli, all'inaugurazione della nuova sede della Biblioteca Cantonale di Lugano, 14 giugno 1942

Clicca sull'immagine per ingrandirlaMi si conceda di lasciare, per un momento, col pensiero la nostra luminosa sede Novecento, queste nitide sale senza ricordi e senza storia, per indagare le origini della nostra biblioteca, per rivivere - sia pure rapidamente - la sua vita quasi centenaria. E, dinanzi a colleghi che hanno il privilegio di lavorare in biblioteche le cui origini risalgono all'alto Medio Evo o in altre che, se pure meno antiche, vantano storia plurisecolare e tradizioni gloriose, solo a malincuore confessiamo che all'inizio del secolo scorso, il Ticino non possedeva ancora una pubblica biblioteca.
Ma, a rammentarci che col mondo delle biblioteche il nostro piccolo paese ebbe, in secoli anteriori, cospicui rapporti, a rammentarci anzi che proprio ad un Luganese venne affidata la più alta carica nella prima biblioteca pubblica che sorgesse in Italia al principio del Seicento, ecco ci si presenta la figura di quell'eruditissimo Antonio Olgiati, dottore e primo prefetto dell'Ambrosiana, che il Cardinale Federigo Borromeo volle a parte dell'opera sua e prepose alla scelta dei manoscritti e dei libri, affidandogli una speciale regione dell'Europa da indagare a questo fine. Antonio Olgiati compie così lunghi e faticosi viaggi in Germania ed in Francia, nell'Olanda e nel Belgio, stringe relazioni d'amicizia coi sapienti di tutta Europa, fa parte di quella eletta schiera di dotti che i contemporanei chiamavano miracoli di scienza, biblioteche viventi.
E delle nostre terre furono pure, in quel tempo, altri due dottori dell'Ambrosiana, Francesco Collio e Giovan Battista Rusca, e più tardi, nel Settecento, troviamo prefetto della magnifica Biblioteca milanese, Giovan Battista Branca di Brissago, teologo ed orientalista di grande fama.
E oriundo del Luganese è l'erudito Jacopo Morelli, nato a Venezia come il Longhena, - ma citato come nostro anche dall'Oldelli suo contemporaneo - Jacopo Morelli, il più celebre fra i bibliotecari della Marciana, che per la sua erudizione fu detto il Magliabechi del suo secolo, ed ebbe alte onorificenze da Napoleone.
E non sorgono nella nostra mente soltanto figure di eruditi, ma anche di costruttori, di sommi artisti nostri che alle più famose biblioteche di Roma sorte fra il Cinque e il Seicento, legarono indissolubilmente il loro nome: è Domenico Fontana che ricordiamo in una tela del tempo, mentre offre a Sisto la pianta della Biblioteca Vaticana; è il Borromini che crea la Biblioteca Alessandrini o della Sapienza, (la quale servirà di modello a molte biblioteche sorte più tardi) e la Vallicelliana e forse l'Angelica, è Carlo Fontana che costruisce la Casanatense, sono altri ancora che operarono anche fuori d'Italia, ma non dobbiamo lasciarci portare lontano.

Abbiamo fatto il nome dell'Oldelli, del Padre Gian Alfonso Oldelli del Convento degli Angeli di Lugano: ed è nostro dovere ricordarlo qui in modo speciale perché proprio questo frate colto e sensibile ai tempi nuovi, è il primo Ticinese che abbia avuto l'idea di aprire al pubblico una biblioteca, idea certo suscitata in lui dallo spirito innovatore della Repubblica Elvetica che, per opera del suo illustre e dinamico ministro Stapfer intendeva dar vita ed impulso all'istruzione del popolo anche nelle terre ticinesi.
Nel 1798 dunque, l'Oldelli proponeva di dichiarare Biblioteca pubblica o Nazionale quella degli Angioli che, fra tutte le biblioteche monastiche esistenti nel nostro paese era la meglio fornita, possedendo circa 3000 volumi. L'Oldelli offriva anche opere pregevoli di sua proprietà, ma - come spesso accade - la sua generosa proposta non solo non venne accettata dal Consiglio di Educazione, ma suscitò anche una fiera protesta: si giunse persino a negare all'Oldelli la proprietà delle opere da lui offerte ed a imporre che la raccolta degli Angeli fosse aggiunta a quella dei Somaschi. Ma gli avvenimenti del 1799 volsero ad altro gli animi e per qualche anno, di biblioteche pubbliche non si parlò più.
A quel tempo altre librerie monastiche esistevano nel nostro paese: quelle dei Cappuccini, che nei secoli decimosesto e decimosettimo avevano fondato Conventi al Bigorio, Lugano, Locarno, Bellinzona e Faido e quelle degli Ordini insegnanti, i Serviti di Mendrisio, i Somaschi di Lugano, i Benedettini di Bellinzona, gli Oblati del Collegio di Ascona. La più considerevole era quella dei Padri Somaschi del Collegio di Sant'Antonio di Lugano che era stata copiosamente arricchita dal luganese Gian Pietro Riva, una delle glorie della Congregazione.
Anche presso le maggiori famiglie non dovevano mancare librerie di una certa importanza: si ha notizia di quelle appartenenti alle famiglie Riva, Albrizzi, Lepori, Torriani, Orelli, D'Alberti, Reali, Peri, Ciani, Lurati ecc.. Raccolte di libri erano pure presso le stamperie Ruggia e Veladini di Lugano, e l'Elvetica di Capolago.
Per opera appunto di Francesco Veladini si istituisce in Lugano la prima Biblioteca circolante. Oggi, un tale fatto passerebbe inosservato e forse neppure allora fece molto scalpore. Ma, considerata a più di cent'anni di distanza, l'iniziativa del Veladini ci sembra quella di un pioniere.
Seguono altre proposte, altri tentativi a Bellinzona nel 1830, si apre, ma per breve tempo, un Gabinetto di lettura; due anni più tardi il Dottor Carlo Lurati e il Canonico Alberto Lamoni, nelle adunanze della "Società Ticinese d'utilità pubblica", espongono i loro progetti circa le biblioteche da istituirsi nei tre principali centri del Cantone, e ne raccomandano vivamente l'attuazione, ma non se ne fa nulla e di questi indugi il Franscini, che fu uno dei promotori della benemerita Società, si cruccia e si vergogna, tanto che da Bellinzona (dove occupa la carica di Segretario di Stato), scrive alla Commissione dirigente che dev'essere affrettata la fondazione di biblioteche popolari, la quale dipende soltanto dalla buona volontà, e un anno dopo scrive ancora: "bisogna confessare che dobbiamo arrossire della poca nostra operosità; abbiamo parlato tanto e poi tanto della creazione di biblioteche pubbliche, e poi, quando eravamo in procinto di raggiungere lo scopo, ci siamo arrestati e gettatici vilmente a terra".
Come bibliotecari siamo orgogliosi di trovare in Franscini l'animatore di codesti primi tentativi di dare pubblica diffusione al libro, di metterlo a disposizione anche delle classi meno elevate, orgogliosi, ma non sorpresi, perché soprattutto al Franscini - mente geniale e ricca di felici intuizioni - si deve se il fervore suscitato dalla Repubblica Elvetica nel campo della cultura popolare diviene, con la Riforma del 1830, una commovente passione, come bene ha scritto Antonio Galli, passione cui nessuno può rimanere estraneo o indifferente.
I tentativi dovuti all'iniziativa privata inducono - o meglio - costringono le Autorità a pensare seriamente anche alle Biblioteche.
Nel 1840 la Municipalità di Lugano fa allestire un progetto di regolamento per una pubblica biblioteca da una speciale Commissione, composta dagli Avvocati Carlo Morosini e Antonio Albrizzi e dal Sacerdote Carlo Conti. Il Consiglio di Stato approva il Regolamento, promette il suo appoggio, concede copia degli Atti ufficiali, dei libri avuti dagli editori e consegna 85 volumi donati dall'Ing. Franco Scalini di Como.
Il gesto del generoso profugo italiano suscita una nobile gara fra i cittadini luganesi, ai quali s'aggiungono altri illustri profughi e offrono libri alla nascente biblioteca: Ferdinando e Giocondo Albertolli, i Ciani, Giacomo Luvini Perseghini e l'Avv. Antonio Airoldi, il Conte Giovanni Grillenzoni, e l'Avv. Carlo Modesto Massa e Tullio Dandolo ed altri ancora cosicché può essere aperta nel 1841 in un locale delle Scuole Maggiori, con più di 500 volumi.
Questo numero viene raddoppiato in breve tempo per i doni di altri due profughi: i Prof. Mazzucchelli e G.B. Passerini.
Dell'ufficio di bibliotecario è incaricato il tipografo Pasquale Veladini ed è prevista la sola consultazione in sede, con orario limitatissimo.
Modesta, dunque, la consistenza e l'attività della Biblioteca Comunale di Lugano, ma ciò non importa: per noi, che stiamo ricercando il sorgere e l'affermarsi di un'idea, il solo fatto della sua creazione conta più delle mirabolanti statistiche di certe enormi biblioteche moderne.
I tempi intanto maturano. Organizzata la Scuola Elementare Ticinese, Stefano Franscini, Consigliere di Stato, volge ora le sue cure alla istruzione secondaria, pensa alla istituzione di Scuole Industriali e del disegno, di un Liceo e persino di un'Accademia Ticinese.
È appunto nella Legge concernente l'istituzione di un'Accademia che troviamo, per la prima volta, un accenno alla fondazione di una Biblioteca Cantonale: 14 giugno 1844. Data storica? Non certo per la storia generale delle biblioteche che procede appoggiandosi a ben altre pietre miliari, ma, forse, per quella culturale del Ticino, il quale, anche con questo tentativo, dimostra di voler mettersi al passo con ciò che si sta attuando negli altri Cantoni Svizzeri.
Tentativo, abbiamo detto, perché la Legge del 1844 non trovò applicazione, ma l'idea di fondare una Biblioteca Cantonale non viene abbandonata anzi, alla sua creazione sono particolarmente propizie le Leggi del giugno 1848, in forza delle quali lo Stato, sopprimendo alcuni Conventi, veniva in possesso delle loro antiche librerie.
Segue poi la famosa Legge del 28 maggio 1852, che dichiarava soppresse le comunità religiose insegnanti per destinarne il patrimonio all'ordinamento dell'istruzione secondaria di Stato: nel Collegio di Sant'Antonio, che dal principio del Seicento era stato retto dai Padri Somaschi e aveva costituito il centro culturale della città, anzi della regione, viene fondato il Ginnasio-Liceo Cantonale, con Carlo Cattaneo Rettore. Contemporaneamente e, possiamo dire, finalmente, è decretata la fondazione della Biblioteca Cantonale.
Ma questa, che doveva essere costituita dai libri della Biblioteca Comunale e da quelli dei soppressi Conventi di Lugano, tarda ad aver attuazione, e questi indugi - a quanto riferisce il Dott. Giuseppe Pasqualigo nella sua Guida - rendono impazienti i Luganesi, e l'Avv. Carlo Battaglini, facendosi interprete del desiderio di molti, insiste nel "Repubblicano" del 1855µ sulla necessità per il Ticino di avere una pubblica biblioteca.
Commovente poi la sollecitudine con la quale il Franscini, ormai Consigliere Federale, pur tra le pesanti cure della vita politica, s'interessa, da Berna, alla istituenda Biblioteca Cantonale e ne sollecita vivamente l'attuazione, spinto anche dal desiderio di mettere il Ticino sul piano degli altri Cantoni.
Ciò che stupisce è la modernità del concetto che il Franscini ha della biblioteca: egli non si stanca di insistere che il suo impianto, la scelta e l'acquisto dei libri, la compilazione dei cataloghi siano fatti da una persona dell'arte e per l'esame delle raccolte monastiche propone egli stesso l'ellenista e bibliofilo De Sinner, raccomandato persino dal celebre Didot. Modernità di concetti, ripeto, che contrasta con l'opinione, ancora molto diffusa oggidí, che per eseguire i delicati e difficili lavori di biblioteca possa essere sufficiente un po' di buona volontà.
Nel 1856 finalmente, la Biblioteca Cantonale viene aperta al pubblico con un complesso di circa 12000 volumi, per la maggior parte di carattere teologico - ascetico, tra cui un centinaio di incunaboli e classici di antiche bellissime edizioni.
La nostra Biblioteca iniziava dunque la sua vita con un cospicuo patrimonio librario, ma doveva poi rimanere inoperosa durante lunghi anni per difetto di locali e di materiale adatto.
E qui un'affermazione potrà sembrare paradossale, ma a noi pare proprio che con la data della sua apertura, la nostra biblioteca chiuda il periodo più interessante della sua vita, vita alla quale bene si adattano le tre fasi che un nostro valente collega, Henri Bernus della Biblioteca Nazionale di Berna, in un suo brillantissimo discorso, riscontrava nella storia generale delle biblioteche: fase eroica, idillica e tecnica.
Fase eroica egli chiamava l'epoca dei Magliabechi e dei Muratori, dei Leibnitz e dei Montfaucon, il Sei e il Settecento, fecondi di sapienti bibliotecari che andavano di scoperta in scoperta nelle ricchezze letterarie accumulate nei secoli precedenti. Età di grandi speranze e di vasti pensieri Leibnitz pensava a un canale di Suez, il Muratori osava lanciare l'idea di una Società delle Nazioni.
Eroica vorremmo chiamare noi la fase dell'intenso lavorío di forze che determina poi il sorgere - in un ardente clima spirituale - della nostra biblioteca per gli alti ideali, per il fervente entusiasmo da cui erano animati quegli uomini politici, che stavano gettando le basi della pubblica istruzione, fermamente convinti - e a quei tempi esser tali era molto più facile - di servire la causa della civiltà. Nell'indagare questo appassionante periodo di vita della nostra biblioteca abbiamo incontrato i più grandi nomi del primo Ottocento ticinese e del Risorgimento d'Italia, nomi che ci parlano di Riforme e di sommosse e di lotte contro l'Austria per solidarietà col popolo italiano.
Poi, per vari decenni, la nostra biblioteca vive la sua fase idillica. Dotata di un misero sussidio annuo, affidata a un docente del Ginnasio che se ne occupa in margine alla sua attività, priva di una sede adatta, frequentata solo da qualche insegnante, questa istituzione sorta sotto cosi buoni auspici, vegeta più che non viva.
Ma il dolce letargo in cui giace la nostra Biblioteca Cantonale è un fenomeno che, nella seconda metà dell'Ottocento, si estende a tante altre biblioteche anche più importanti della nostra.
In diverse biblioteche d'Europa ex colonnelli, improvvisati bibliotecari, si riposano delle fatiche delle patrie battaglie alla Biblioteca del Senato di Parigi, il bibliotecario Anatole France può scrivere indisturbato i suoi migliori romanzi; nessun stupore, quindi, se nella piccola Biblioteca Cantonale di Lugano il nostro ben più modesto Lucio Mari, dopo aver compilato coscienziosamente il primo Catalogo delle opere, può attendere con tutta calma allo studio dei muschi e dei licheni, e dare libero corso alla sua facile vena poetica.
E neppure crediamo che il trasferimento della biblioteca al pian terreno nell'ex Oratorio dei Somaschi, che permette di aprire una sala di lettura, determini una frequenza degna di nota. Aumentano invece le raccolte per acquisti e donazioni. Anche l'arguto e gioviale Canonico Pietro Vegezzi, successo a Lucio Mari nel 1898, e autore di studi di storia locale, non deve certo aver vissuto le giornate assillanti di una biblioteca in piena attività.
Alla fine dell'Ottocento il vecchio Collegio di Sant'Antonio, che aveva conosciuto anni di splendore al tempo dei Somaschi Gian Pietro Riva e Francesco Soave, doveva trovarsi in condizioni pietose.
Dopo lunghe discussioni si costruisce il nuovo Palazzo degli Studi, opera egregia degli Architetti Guidini e Maraini. La Biblioteca Cantonale, destinata sin dalle origini a seguire il Ginnasio-Liceo, vi fu trasferita nel 1904, ed ebbe una sede decorosa in sei grandi aule e belle scaffalature e balconate in ferro battuto. Ma infelice era la sua ubicazione al secondo piano, e più infelice ancora quella della sala di lettura posta al centro di tutti i servizi.
Ciononostante anche la nostra Biblioteca entra - si può dire - in quella fase tecnica che agli inizi del secolo si riscontra in quasi tutte le biblioteche d'Europa. La biblioteconomia diventa una scienza, i suoi cultori non devono più essere dei dilettanti. L'ordinamento delle raccolte della nostra Biblioteca viene infatti affidato al più autorevole rappresentante della bibliografia italiana, il Prof. Giuseppe Fumagalli della Braidense di Milano ad una persona dell'arte, finalmente, come già, mezzo secolo prima, aveva consigliato il Franscin, ed è ancora il Fumagalli che segue da vicino la compilazione del Catalogo generale sistematico e alfabetico, lavoro al quale subito si accinge il nuovo Direttore Francesco Chiesa.
E qui parrà strano che proprio nella fase da noi chiamata "tecnica", la nostra Biblioteca sia affidata ad un poeta, ma a tutti è noto ormai che si tratta di un poeta dotato di qualità pratiche eccezionali, capace di una straordinaria, multiforme attività. Consapevole delle esigenze della biblioteca alla quale cominciano ad affluire gli studiosi locali, egli decide di valersi dell'intelligente collaborazione della sua Consorte, la signora Corinna Chiesa-Galli che, fattasi esperta nella biblioteconomia, lo coadiuva nelle sue funzioni direttive e, interessandosi dei sistemi in uso presso le altre biblioteche svizzere, incomincia a togliere la nostra dall'isolamento in cui si trova. Il materiale librario aumenta continuamente per acquisti, donazioni cospicue (tralasciamo a malincuore - per brevità - i nomi dei generosi donatori), per i depositi della Società Ticinese di Scienze Naturali, per la cessione, da parte della Società Demopedeutica, della Libreria Patria, iniziata da Luigi Lavizzari nel 1861 allo scopo di raccogliere tutti i "Ticinensia", e continuata da Giovanni Nizzola. La Libreria Patria, che ora conta più di 15000 volumi, meriterebbe una diffusa illustrazione. Ci limitiamo a ricordare che essa racchiude le fonti preziose della nostra storia. Di particolare importanza è la sua raccolta delle pubblicazioni uscite dai torchi delle tipografie storiche dell'Ottocento: la Ruggia, la Svizzera Italiana di Lugano, l'Elvetica di Capolago, definite da Romeo Manzoni gli arsenali della rivoluzione italiana. I pezzi più significativi si trovano nella nostra piccola esposizione, sapientemente ordinata da uno specialista in materia, il dott. Giuseppe Martinola dell'Archivio di Stato.
Contemporaeamente alla Libreria Patria viene annessa alla Cantonale anche la biblioteca appartenuta al filosofo Romeo Manzoni, che, per desiderio del generoso donatore, è collocata in un'apposita sala. Il suo ingente patrimonio, destinato alla fondazione di un'Accademia ticinese, venne poi devoluto, per interessamento di Francesco Chiesa, a benevola concessione degli esecutori testamentari, alla costruzione di questa nostra nuova sede.
Ed ora la storia della nostra biblioteca volge rapidamente al termine. Diremo ancora che sotto la sagace direzione dei Signori Chiesa essa prende, verso il 1930, un tale sviluppo da giustificare, per la prima volta, forse, il suo titolo di Biblioteca Cantonale. Ciò dipende senza dubbio dai maggiori contatti stabiliti col pubblico per mezzo della stampa e della radio, e soprattutto dal crescente desiderio di elevazione intellettuale ormai diffuso in tutte le classi sociali. Alcuni servizi, prima ignorati, prendono vita e particolare sviluppo, come il prestito nel Cantone e quello di opere appartenenti ad altre biblioteche svizzere e straniere.
La nostra biblioteca, ricca ormai di oltre 70000 volumi, fa conoscenza con un elemento indispensabile alla sua vita: il pubblico. Non più i soliti pochi studiosi e il solito gruppetto di studenti, ma il pubblico eterogeneo che fa ressa agli sportelli, che incalza e in mille modi fa sentire la sua presenza. L'aumentato numero di frequentatori fa crescere in proporzione geometrica tutte le necessità della biblioteca, costretta già a ricorrere ai più svariati espedienti per la sempre più sensibile mancanza di spazio.
Convinto della urgente necessità di darle una sede più adeguata, Francesco Chiesa ottiene, come già abbiamo detto, che il capitale della "Fondazione Romeo Manzoni" venga destinato a codesto scopo, unitamente a una parte dei sussidi federali per la difesa della cultura italiana.
Grazie alla illuminata comprensione delle nostre Autorità, concordi nell'affermare le ragioni dello spirito in tempi oltremodo difficili, eccoci qui ora nella nostra nuova sede, opera degli Arch. Tami, che risponde a tutte le esigenze di un modernissimo e dignitoso regime di biblioteca.
Ma non dobbiamo essere paghi dell'"hic manebimum optime", non dobbiamo crederci ormai perfetti perché la nostra sede ha un rifugio antiaereo, e ascensori e terrazze. Se non ci sarà concesso di portare subito la nostra biblioteca a quei miglioramenti interni in tutti i suoi settori che da tempo vagheggiamo, ora rallentati dal faticoso innesto del vecchio al nuovo - siamo però certi di poter procedere con sicurezza verso una meta ben chiara, senza voler gareggiare con biblioteche specializzate, essa dovrà supplire sempre più alla mancanza di una biblioteca universitaria nel nostro Cantone, arricchendo le sue raccolte di quelle opere che sono la base indispensabile di ogni studio compiuto con serietà, anche perché di fronte alle biblioteche della Svizzera francese e della Svizzera tedesca, la nostra Biblioteca Cantonale possa affermare sempre più la sua ragione d'essere, la sua forza, il suo prestigio.
Non è la quantità, ma la qualità delle opere che determina l'importanza di una biblioteca, la qualità del personale e dell'ordinamento delle sue raccolte: un insieme, insomma, di valori che sono materiali e morali. Per questo abbisogna anche di un sempre maggior rispetto alla sua funzione, di fede nella sua efficacia, rispetto e fiducia che possono essere validamente sostenuti dalla parola e dall'esempio di coloro che, in un modo o nell'altro, possono influire sull'opinione pubblica, di coloro che educano i futuri educatori.
La Biblioteca vive oggi la sua festa e, come ogni festeggiato, ha ricevuto numerose attestazioni di simpatia. Anzitutto l'annuncio oltremodo gradito della costituzione di una Società degli Amici della Biblioteca Cantonale [che poi non si fece ndr], per opera dei suoi più assidui frequentatori, inoltre doni significativi e preziosi. Notiamo, con piacere, fra questi generosi donatori, un rappresentante di quella eletta schiera di studiosi stranieri che da anni è assidua frequentatrice della nostra Biblioteca. È appunto pensando anche ad essi che chiudo con le parole augurali che il Cardinal Federigo Borromeo rivolgeva alla sua Ambrosiana: che, cioè, la nostra nuova Biblioteca non sia soltanto un museo del passato e una palestra per i viventi, ma anche una seconda patria per tutti i cercatori della verità.

Biografia di Adriana Ramelli (1908-1996)

Adriana Ramelli, attinente di Grancia, nata a Lugano/Paradiso il 22 aprile 1908, (il padre architetto e la madre, una Chiesa, milanese, pittrice), ha sempre abitato a Lugano, dove è morta il 4 marzo 1996.
Dopo il Liceo cantonale, compie i suoi studi presso l'Università di Pavia, dove si laurea nel 1932, in lettere antiche, con la tesi Le fonti di Valerio Massimo, pubblicata nel 1936 nella rivista "Athenaeum" di Pavia. Dal 1931 è "aggiunta di direzione" alla Biblioteca cantonale di Lugano, che a quel tempo aveva la sua sede nel palazzo del Liceo di Lugano. Nel 1933 "fa pratica" presso la Biblioteca Nazionale di Berna, e nel 1941 è chiamata da Francesco Chiesa, a dirigere la Biblioteca cantonale che, nel 1942, verrà trasferita nel nuovo edificio (la sede attuale), progettata dagli arch. Carlo e Rino Tami, quest'ultimo amico fraterno della direttrice. Adriana Ramelli è la prima donna nel cantone Ticino ad assumere un incarico direttivo importante, e si avvalerà della preziosa collaborazione, in qualità di vice-direttrice, di Laura Gianella e di Ilse Schneiderfranken. Donna di ampie vedute, schiva e lungimirante, tutta impegnata in un servizio culturale "svolto con modestia signorile e con grande competenza", Adriana Ramelli fu sostenitrice dei diritti delle donne, e attiva in diverse associazioni femminili. Dovrà lasciare a malincuore, per pensionamento, la direzione della biblioteca nel giugno del 1973, e a chi le chiese in quel momento: "Che cosa intende fare il suo primo giorno di libertà?", rispose: "Io? tornerò in biblioteca!", tanto la biblioteca era la sua vita. Scriveva infatti nel 1944 "Tutte le biblioteche sono suggestive, purché abbiano l'impronta dei secoli, tutte hanno in sé un magico potere evocatore che si avverte in solitudine e nel più profondo silenzio. È un fluido che anima di fantasmi le penombre, che accende di strane luci certe antiche rilegature, che rende quasi ossessionante la presenza di innumerevoli spiriti più vivi che mai"; e aggiungeva nel 1976: "Quante ore buone, in Biblioteca, e quante ore entusiasmanti e avventurose fuori, in città e nei dintorni, trascorse talvolta in solai e cantine - durante traslochi - a scegliere affannosamente in cataste di libri quelle opere preziose che spuntavano come per incanto e che noi afferravamo con emozione comprensibile...". Adriana Ramelli, con una scrittura chiara, a volte arguta, molto precisa e curata, ha avuto anche un'intensa produzione saggistica, occupandosi in particolare di tipografia, di grafica, e di storia patria e lombarda. I suoi scritti sono catalogati nella bibliografia, da me curata insieme con lei, nel 1990.

Tra le sue pubblicazioni: Appunti di Stefano Franscini per una "Storia d'Italia"; Dante e la Svizzera; Emilio Motta. Le tipografie del Canton Ticino dal 1800 al 1839; Le edizioni manzoniane ticinesi; Raccolte particolari e rarità della Biblioteca cantonale di Lugano; Vita di una bibliotecaria; Catalogo degli incunaboli della Biblioteca Cantonale di Lugano; (con Franca Cleis e Lorenza Noseda) Una via milanese per Pietroburgo. La diffusione delle edizioni bodoniane in Europa nelle lettere fra Giocondo Albertolli e Giambattista Bodoni.
E cfr. OTTAVIO BESOMI, In ricordo di Adriana Ramelli (1908-1996), "Archivio Storico Ticinese" 119, giugno 1996.
 

Testo pubblicato in parte nella rivista "Arte & Storia", n. 5, maggio-giugno 2001.