Indice studi e ricerche online AARDT
di Sabina Geiser Foglia
Quella
di Elsa Nerina Baragiola è stata una vita intensamente
e interamente dedicata alla cultura italiana e all'insegnamento.
Nata nel 1881 a Strasburgo da madre tedesca, ebrea, e padre padovano,
cresce tra l'Italia e la Svizzera, tra Padova - "ove"
scrive in una lettera, "crebbi sognante fanciulla" -
la friulana Cividale ("dove passai due anni indimenticabili"),
Grenchen, e Berna, città nella quale si diploma insegnante
. Infine si trasferisce a Zurigo.
Agli inizi del secolo è già docente di italiano
nella locale "Höhere Töchterschule", ma continua
a passare periodi più o meno lunghi in Italia: qualche
volta fino a tre mesi di fila, nel Veneto, in Toscana, nel Friuli,
in un pendolarismo tra Nord e Sud che caratterizza fisicamente,
ma soprattutto intellettualmente, tutta la sua vita.
Figlia d'arte nell'insegnamento: attorno al 1870 suo nonno, Giuseppe
Baragiola dirige un Knabeninstitut a Como, poi il Collegio-convitto
con liceo di Mendrisio, infine continua la sua attività
didattica a Riva San Vitale. Il padre di Elsa Nerina, Aristide
Baragiola, è professore di letteratura tedesca all'Università
di Padova.
Gli ex allievi ricordano "la Bara" - così veniva
affettuosamente chiamata - come un'insegnante entusiasta, coerente
nell'essere e nel dire, severa, apparentemente austera, ma sincera
e senza peli sulla lingua, radicale nei giudizi; una vera educatrice,
paladina dell'antisuperficialità, che combatte l'approssimazione
a favore dell'impegno e del pensiero positivo, che usa toni imperativi
e decisi. Tutta immersa nella vita intellettuale, Elsa Nerina
continua gli studi iscrivendosi alla facoltà di romanistica.
Curiosissima e assetata del sapere, si ritiene negata per la vita
pratica, per i lavori "casalinghi", incapace di attaccare
un bottone.
All'attività di insegnante è strettamente e indissolubilmente
legata quella di fervida promulgatrice della cultura italiana
a nord delle Alpi: ragione per la quale l'Università di
Zurigo le conferisce nel 1931 il titolo di Dottore "honoris
causa". In un momento in cui le conoscenze di letteratura
italiana al di là del Gottardo si fermano bruscamente a
Carducci e D'Annunzio, Elsa Nerina Baragiola inizia la sua attività
divulgativa collaborando a riviste con contributi critico-letterari,
e alla pagina culturale della "Neue Zürcher Zeitung",
occupandosi di letteratura italiana, con l'obiettivo di far conoscere,
di promuovere le nuove leve della prosa e della poesia italiana
e ticinese. Certo, fino alla fine degli anni Trenta per quanto
riguarda il panorama ticinese brilla la triade Chiesa Zoppi Abbondio
e la Baragiola non fa eccezione nel dare risalto e commentare
in particolare le loro opere -specialmente quelle di Chiesa, conosciuto
negli anni Venti e per il quale nutrirà sempre molta stima
e simpatia. Ancorché già nel 1936 ritenga il Ticino
"Tanzboden für Poeten", dice che qui gli scrittori
"vengon su come funghi, ma quanto poco mangerecci".
Eppure, sfogliando il quotidiano zurighese di quegli anni,
già si incontrano nomi "nuovi" nei trafiletti
firmati E.N.B. della "Kleine Chronik" e delle recensioni;
partendo da quelli femminili, ai quali la Baragiola riserverà
sempre attenzioni speciali: si parla delle scrittrici ticinesi
Elena Bonzanigo - la cui conoscenza sfocerà presto in stretta
amicizia - e Alina Borioli, si danno riferimenti bibliografici
della poetessa brianzola Margherita Moretti Maina, recensioni
dell'opera della narratrice e poetessa lombarda Ada Negri, della
poetessa toscana Gianna Manzini. Tra gli autori ticinesi spuntano
i nomi di Piero Bianconi, Augusto Ugo Tarabori, di Adolfo Jenni,
del poeta locarnese Dante Bertolini e di quello luganese Vinicio
Salati, che vanno ad arricchire, diversificandolo, il quadro culturale
del sud della Svizzera. Ovvio però che lo spazio maggiore
è dedicato alla "Werkstatt" di Francesco Chiesa
- che ai tempi era rimasto affascinato dalla grazia della Baragiola
e l'aveva definita "il più bel fiore d'Italia"
-, e a quella dello schivo Valerio Abbondio: la cui prima opera
"Betulle", uscita nel '22, era stata molto applaudita
dalla nostra attenta redattrice. I suoi vispi occhi, uno di lince
l'altro di falco come dice scherzosamente, sono anche aggiornatissimi
sulle vicende italiane: deve leggere molto i quotidiani e le riviste
della Penisola, la Baragiola, per essere sempre così al
corrente delle vicende. E i soggiorni regolari in Italia le permettono
certo di seguire meglio quel che succede in campo letterario (lei
così attenta non solo alle opere, ma desiderosa di trovare
il contatto personale, lo scambio di opinioni, la discussione).
Prezzolini lo conosce sul finire degli anni Venti a Firenze, alle
"Giubbe Rosse" forse o alla trattoria "All'Antico
Fattore": fatto sta che in una cartolina postale degli anni
Sessanta ricorda con gratitudine i "conversari fiorentini"
avuti con lui e si dice sempre molto attenta alle sue "gesta
intellettuali". Di Prezzolini e della sua attività
letteraria a Parigi prima, a New York poi, la Baragiola si occupa
pure sulle pagine della "Neue Zürcher Zeitung".
Di certo nello stesso periodo conosce anche Bonaventura Tecchi
germanista e narratore, compagno di prigionia di Carlo Emilio
Gadda e Ugo Betti durante la prima guerra mondiale a Cellelager
in Germania. All'epoca del primo incontro con Elsa Nerina, Tecchi
è direttore del "Gabinetto Vieusseux" a Firenze
e frequenta assiduamente il gruppo legato a "Solaria".
La loro amicizia sarà di quelle che durano una vita.
Sui giornali la Baragiola riferisce di Papini, di Angioletti,
che nel '32 lascia a Corrado Pavolini le redini de "L'Italia
letteraria"; di Pietro Pancrazi, di Antonio Baldini e la
sua "Nuova Antologia" (a cui collabora Francesco Chiesa),
di Carlo Linati e di Giuseppe Lipparini, del giornalista e narratore
Orio Vergani, del poeta padovano Diego Valeri. Ma si incontrano
voci nuove come quella del giovane e ritenuto "promettente"
scrittore sardo Giuseppe Dessì, di Silvio d'Arzo - narratore
e poeta -, di Nicola Moscardelli. A scadenze regolari parla al
lettore delle riviste letterarie italiane: dall'"Italia letteraria",
giudicata una delle migliori, alla rivista fiorentina "Pegaso",
a quelle genovesi "Circoli" e "Espero", al
milanese "Almanacco letterario", che dice essere particolarmente
apprezzato all'estero perché ricco di contenuti vari come
la storia dell'arte, il teatro, il cinema. E naturalmente fa sapere
ai lettori dove e quando si tengono manifestazioni letterarie
italiane, con particolare attenzione alla attività della
Dante Alighieri di Zurigo; per non fare che qualche esempio, veniamo
a sapere che Bonaventura Tecchi passa diverse volte da Zurigo
nella veste di relatore, invitato dalla Baragiola: il 28 maggio
1925, durante un ciclo di conferenze svizzere fa tappa nella città
della Limmat per parlare delle scrittrici e poetesse contemporanee
(Matilde Serao, Grazia Deledda, Ada Negri, Alda Rizzi, Milly Dandolo);
Francesco Pastonchi nel giugno 1930 è ospite della Dante
Alighieri per leggere pagine dantesche; il 3 dicembre 1934 Riccardo
Picozzi del Conservatorio di Milano "viene a dire poesia
da Dante a Lionello Fiumi".
Fino al 1939, anno in cui si ritira dall'insegnamento, la Baragiola
fa "propaganda ai quattro venti", come dice lei stessa,
"cerca di far conoscere ed apprezzare al di là
del Gottardo i ticinesi di vaglia", e tutti quegli autori
italiani e quelle opere che ritiene meritevoli, certo anche con
dei fini educativi. Scrive ad esempio una lettera all'amico Piero
Bianconi chiedendo - con quella sua difficile e personalissima
grafia ricca di sottolineature - alcuni "lievissimi ritocchi"
a un sua raccolta di testi, Ritagli, che uscirà
un anno più tardi e che la Baragiola ha avuto in anteprima:
in modo, dice lei, da rendere "possibile la lettura del volumetto,
non dico alle monache, ma alle sue alunne, alle scuole medie e
superiori in genere, Università, Politecnico. Dove si leggono
tante cose certo non scritte con intenzioni educativa o edificatoria:
Intendami chi vuol... Sarei molto molto contenta se, invece
di Chiesa o oltre a Chiesa, si potesse leggere un altro autore
ticinese, leggere e raccomandare". Qualche anno più
tardi redarguisce lo stesso scrittore per una postilla apposta
alle pagine da lui pubblicate ad uso scolastico sull'Orlando
furioso. Gli dice:
"Imprudenza suggerire ai ragazzi, cui è dedicato il
volume, che spesso la lettura commentata in classe è strumento
di grigio martirio, e così indisporli in anticipo! Del
resto io sono convinta che gl'insegnanti d'oggi - non dico tutti,
ma molti, riescono a far amare i classici, procedono con criteri
estetici, con tatto didattico. Certo nella mia ex-scuola eravamo
in parecchi a riuscirvi, e nelle varie lingue, antiche e moderne".
La preoccupazione didattica è d'altronde stata durante
tutto il periodo dell'insegnamento, una preoccupazione principe;
l'intento educativo e quello divulgativo camminano a braccetto:
lo si capisce al meglio scorrendo le pagine delle antologie -
di prosa e di poesia - che in quegli anni, e in collaborazione
con la collega Margherita Pizzo, pubblica presso la casa editrice
Orell Füssli di Zurigo. Dalla prima raccolta di liriche moderne
e canzoni popolari antologizzate per uso scolastico Solicello
- uscita nel 1921, con cinque edizioni successive (l'ultima nel
'60) man mano rivedute-, leggiamo la Premessa alla seconda edizione
del '32:
Troviamo l'immancabile triade ticinese Chiesa Zoppi Abbondio
accanto agli altrettanto immancabili e scontati Pascoli e D'Annunzio,
ma ci sono anche (in anni non automaticamente propizi ad alcuni
di questi autori) le poesie di Sibilla Aleramo e di Ada Negri,
e quelle di Corrado Govoni, Ugo Betti, Diego Valeri, Giuseppe
Ungaretti, Umberto Saba e Eugenio Montale, quest'ultimo dal 1929
nuovo direttore del Gabinetto Vieusseux e a detta della Baragiola
sempre pronto a favorire "con estrema larghezza ogni loro
ricerca".
Le poesie e le prose delle complessivamente cinque raccolte antologiche
di testi, - presentate in veste semplice e frugale - sono pubblicate
senza interventi, senza note né commenti, senza "scorie
erudite", "per lasciare agli stessi giovani il compito
di esplorare le pagine e farne materia di studio"; un modo
insomma per invogliare i giovani "alla lettura privata, personale
di autori contemporanei autorevoli, allenarli a capirne ed a gustarne
le opere più significative". E il principio non cambia
neppure per le raccolte Vita piccola e grande e Solchi
e voli, uscite nel '33, che offrono letture, tratte da libri
e giornali, brevi prose d'autore del momento: Giovanni Papini,
Riccardo Bacchelli, Scipio Slataper, Carlo Linati, Antonio Baldini,
Bonaventura Tecchi, Grazia Deledda, Gianna Manzini, il nostro
Piero Bianconi. Sono scelte culturalmente importanti, soprattutto
se si pensa che sono destinate essenzialmente al Nord delle Alpi;
in una lettera del '59 indirizzata al poeta Werner Zemp, la Baragiola
si dice stupita di sapere che il suo Solicello sia arrivato
fino in Ticino.
Qui si potrebbe aprire un vero capitolo sulle conoscenze di
Elsa Nerina Baragiola, che, come già detto, cura molto
le relazioni personali: nemica della superficialità, vuole
conoscere gli autori delle opere, approfondire i contatti, instaurare
rapporti di fiducia. Si dà da fare organizzando conferenze
e "conferenziando" lei stessa, come scrive in una lettera
allo Zoppi; trascorre ore che definisce "solari" nel
Ticino insieme a Zoppi e Abbondio, facendo lunghe passeggiate
verso Biogno, "tutti e tre giovani e pieni di primavera".
Prima della guerra, quando le frontiere sono ancora aperte e le
trasferte in Italia sono facili, va regolarmente a Firenze e trova
l'amico Tecchi, ma anche molti altri letterati italiani oltre
ai già citati Prezzolini e Montale: incontra certamente
anche Goffredo Bellonci e Antonio Baldini. E la Baragiola deve
rappresentare per loro un punto di contatto importante al Nord,
un riferimento garantito; Gadda parla di lei come di una "studiosa
della cultura dell'area tedesca e interessata alla diffusione
della letteratura italiana contemporanea all'estero, è
in fitta corrispondenza con Tecchi"; i due si scambiano libri
(Gadda ne ha mandato più d'uno alla "Signorina Baragiola"),
fiduciosi in una recensione, soprattutto certi di una attenta
lettura. Tecchi si rivolge a lei quando si tratta di scovare libri
specifici sulla storia alemannica.
I volumi da recensire li sfoglia e li risfoglia, li contempla,
li legge e li rilegge; medita rimedita, ammira e riammira, appunta
e appone simboli ammirativi o punti di domanda, perché
- tiene a precisare - "occorre sempre ch'io mi nutra di un
libro prima di dirne qualcosa sulla stampa". Alcune lettere
all'amico Bianconi sono dei veri e propri commenti al testo, analisi
di ciò che la convince (di certo le virtù stilistiche
e ritmiche e i "garbati giuochi di fantasia" dello scrittore),
e ciò che invece non la persuade; capitolo dopo capitolo
viene passato al setaccio ogni dubbio, segnalati meticolosamente
i refusi, elargiti consigli, date risposte a domande precise.
Si infervora notevolmente - lei che non ammette belletti né
prassi da combine, lei che si ritiene persona riservata
e non amante del grande pubblico, politicamente non attiva ma
interessata -, quando sente delle ingiustizie, anche nella cerchia
dei letterati o nell'ambito ancora più delicato dei premi
letterari; così a proposito di alcune divergenze insorte
all'interno del Premio Schiller - nella cui sottocommissione siede
con Bianconi - scrive, anzi tuona, in una lettera allo scrittore
minusino che lei stessa non si sente di "fare da marionetta
o da comparsa". E lo anticipa in qualche modo scrivendo:
"E così non si sente Lei di andare e venire per la
Schiller e mangiare il buon boccone di maggio al Dolder per farsi
turare la bocca in omaggio alle contraddizioni del nostro amico
basilese, Lei, con codesta sua testa illuminata e futura luminosa
carriera."
Gli anni del conflitto mondiale cambiano evidentemente la libertà
di movimento, i confini si restringono, i contatti con l'estero
sono non già impossibili ma più difficoltosi. Per
Elsa Nerina Baragiola inizia un periodo difficile: ovviamente
per le contingenze storico-politiche - in una lettera allo Zoppi
del maggio 1940 dice che "Ieri sera l'edifizio dell'Università
parea un cimitero. Mancavano senza dubbio alcuni docenti e non
so quanti iscritti: non mi parea vero di dover parlare dell'Agnellino
e della Vacca acquatica" -, ma anche per un "crollo
fisico", "sminuite energie rimastele, non incoraggiate
dagli orari di quest'epoca disumana". L'interruzione della
collaborazione con la "Neue Zürcher Zeitung" per
un decennio circa, dovuta ad alcune divergenze di vedute (all'inizio
degli anni 50, il dottor Werner Weber, allora caporedattore della
testata, si darà da fare per convincerla a rientrare nel
gruppo), non corrobora il morale già basso. Ciònondimeno
continua a scrivere per alcune riviste dell'area zurighese, "Schweizer
Monatshefte", "Schule und Leben", e
per il diffuso mensile "Schweizer Bücherzeitung",
per il quale si occupa della parte italiana della sezione "Neue
fremdsprachige Bücher", segnalando le nuove pubblicazioni
sia in ambito ticinese che in ambito italiano, e accompagnando
qualche volta le descrizioni con degli estratti.
Sorprende con quale facilità e quanto equilibrio la Baragiola
sappia bilanciare l'amore per la cultura italiana e l'integrazione
in area tedesca; perfettamente bilingue passa dalla stesura di
testi e lettere in italiano a quelle in un perfetto e raffinato
tedesco (con la particolarità di non rispettare le maiuscole).
D'altronde non condivide certi malumori -"un certo quale
forse inconsapevole spiritello di presunta superiorità
latina e cattolica"- espressi da alcuni ticinesi, e da Bianconi
in particolare, verso il Nord delle Alpi: "evviva invece"
aggiunge in una lettera allo scrittore, del luglio del '43, "la
generosità e l'umanità sia essa latina, cattolica,
germanica, protestante, slava, maomettana. Abbasso i paraocchi!
Peccato se essi impediscono uno sguardo così lirico e arguto
come il Suo!". Anzi, a questi "antinordismi" risponde
suggerendo un lungo soggiorno in paesi nordici, "che certo
Le farebbero 'buttar là' talune o tutte le ubbìe".
Pur restando ben radicata nella città della Limmat - dove
cura le numerose amicizie e continua la sua attività di
promulgatrice della cultura italiana - non perde occasione per
scappare nel "maliardo" Ticino dove dice di vivere in
un "gorgo di amicizie" che la distoglie da ogni altro
pensiero, "finché ci rimangono precluse le bellezze
italiche". Locarno è la sua "plage prediletta".
Soggiorna all'albergo Regina oppure al Montaldi di Muralto, attorniata
da quelli che chiama i suoi Confrères: Francesco Chiesa,
Hermann Hesse, Giovanni e Piero Bianconi, Elena Bonzanigo.
Dall'autunno del 1940 venti nuovi cominciano a soffiare anche
su Lugano con l'arrivo di Giovan Battista Angioletti e del suo
Circolo italiano di lettura; del "Premio Lugano", della
"Collana di Lugano" di Pino Bernasconi, della "Ghilda
del libro". Elsa Nerina Baragiola non manca di parlarne nella
"Schweizer Rundschau" rallegrandosi del nuovo fermento
letterario, lodando Pino Bernasconi per avere gettato un ponte
tra Svizzera e Italia con la sua "Collana", e lodando
Aldo Patocchi per la direzione della "Ghilda del libro".
Conclude il suo intervento con una punta di veleno, asserendo
che se gli italiani fossero un po' meno "chauvinisti"
saprebbero riconoscere il 1944 come un anno importante, di fertile
unione nelle relazioni culturali italo-svizzere.
E da Zurigo riferisce delle conferenze, dei concerti, degli intrattenimenti
intellettuali in Ticino; ma organizza a sua volta diverse manifestazioni
- "in un momento in cui più che mai le manifestazioni
pro Italia sono necessarie e consolanti" - in particolare
per il "Verein für Volkshochschule": il "sabato
di lettura", una mostra di autori ticinesi che si inaugura
il 1. maggio 1944 (e per la quale scrive a Felice Filippini chiedendo
ragguagli bibliografici anche su un'eventuale traduzione tedesca
del suo Signore dei poveri morti), corsi per adulti all'Università,
dalla frequenza poco soddisfacente, "in anni meno bellici
e disastrosi" vi sarebbe certamente un pubblico raddoppiato.
Nella sua instancabile propaganda volta a far conoscere quanto
più possibile "das neue italienische Schrifttum"
al pubblico nordalpino, la Baragiola è senza dubbio aiutata
dalle sue amicizie: in ottimi rapporti con la casa editrice Orell-Füssli,
con la libreria Bodmer (la considera la "sua libraia",
e se nella bella vetrina sono spesso esposti volumi ticinesi o
italiani questo si deve certamente anche alla sua malleveria),
con diversi scrittori della svizzera tedesca, in special modo
con i poeti Max Geilinger e Werner Zemp, appassionato traduttore
del Pascoli, trasferitosi a Mendrisio.
Particolarmente legata è la Baragiola a Jakob Job, direttore
di radio Beromünster per circa un ventennio, descritto da
Elsa Nerina come "l'arcangelo protettore dei suoni e dei
carmi e amico delle valide affermazioni italiche", al quale
si rivolge più di una volta per dei favori "pro Ticino
e pro poesia italiana". Per esempio in occasione dell'imminente
cinquantesimo compleanno di Valerio Abbondio quando nel gennaio
1941 gli scrive: "Io avrei tanto caro che non solo nel Ticino,
ma anche da queste parti questa ricorrenza fosse un pochino festeggiata
soprattutto al microfono. Giuseppe Zoppi, amico di Abbondio ed
anni fa suo collega, sarebbe certo disposto a fare una breve commemorazione
con lettura di qualche poesia. Abbondio è una personalità
quanto mai schiva, intimamente modesta, rimasto per l'appunto
all'ombra della propria timidità. Tanto più i suoi
amici vorrebbero procurargli un po' di gioia, diffondendone i
versi veramente belli e consolanti, apprezzati anche da esigenti
critici italiani". A Job si rivolge quando Riccardo Picozzi,
direttore della recitazione al Reale di Roma, al Comunale di Firenze
e alla Scala di Milano, la prega di introdurre in Svizzera un
ottimo maestro concertista italiano, o quando da Assisi le vien
chiesto di raccomandare un giovane e promettente pianista; o ancora,
per promuovere l'opera di un giovane poeta, Balilla Calzolari
"tipo interessante di autodidatta che lei conosce da anni".
A lui si rivolge affinché una "quasi novella",
una "attuale e garbata fantasia"di Piero Bianconi, I
fagioli di Fabrizio, volta in tedesco da Walter von Fries,
venga trasmessa dalla radio svizzero-tedesca; verrà infatti
radiotrasmessa, la Baragiola l'ascolterà in compagnia del
fratello di Piero, il silografo e poeta dialettale Giovanni Bianconi,
seduta in una "cordiale cucinetta ticinese". Se ne compiacerà,
ringraziando Job e commentando di avere trovato la lettura "assai
viva ed espressiva, anche ci parve che la traduzione leggesse,
ridesse alquanto del sapore originale".
E non sarà un caso se radio Beromünster trasmetterà
di tanto in tanto dei racconti di Bonaventura Tecchi.
Concludo questo schizzo sulla sorprendente figura di Elsa Nerina
Baragiola con le parole di Piero Bianconi, che con la moglie Cecilia
è stato vicino all'amica negli ultimissimi giorni della
sua vita, e che la ricorda rigorosamente vestita di nero con un
immancabile cappello in testa, uscire dall'albergo Montaldi di
Muralto per la quotidiana passeggiata, fragile e "pencolante".
L'"apostola" dell'italianità muore nell'amata
Locarno, dove, usava ripetere, si sentiva "tutta circonfusa
di azzurro", il 18 febbraio 1968.
Scrive Bianconi:
Cinque le antologie pubblicate da Elsa Nerina Baragiola in collaborazione con Margherita Pizzo, tutte uscite a Zurigo presso la casa editrice Orell-Füssli: Solicello, 1921; Vita piccola e grande, 1933; Solchi e voli, 1933; Da San Francesco al Carducci, 1936; Dal Pascoli ai poeti d'oggi, 1937.
P. BIANCONI, Ricordo di Elsa Nerina Baragiola, in Zum Gedenken an Dr. Elsa Nerina Baragiola 18 April 1881 - 18 Februar 1968, Verein ehemaliger Schülerinnen der Töchterschule, Zürich, März 1968.
C.E. GADDA, A un amico fraterno. Lettere a Bonaventura Tecchi, a c. di M. CARLINO, Milano, Garzanti, 1984.
Le lettere di Elsa Nerina Baragiola a Piero Bianconi sono conservate
presso l'Archivio di Stato di Bellinzona; quelle a Felice Filippini,
Giuseppe Prezzolini e Giuseppe Zoppi sono custodite nei rispettivi
fondi degli Archivi della Biblioteca cantonale a Lugano. Le missive
ai corrispondenti svizzero-tedeschi - in particolare quelle a
Max Geilinger, Jakob Job e Werner Zemp -, si trovano alla Zentralbibliothek
di Zurigo, nei rispettivi lasciti della Handschriftenabteilung.
Questo testo è stato pubblicato nel volume (a cura di Raffaella Castagnola e Paolo Parachini), Per una comune civiltà letteraria. Rapporti culturali tra Italia e Svizzera negli anni '40, Franco Cesati Editore, Firenze 2003.