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Tra Nord e Sud: l'attività di promozione culturale di Elsa Nerina Baragiola

di Sabina Geiser Foglia

 

Quella di Elsa Nerina Baragiola è stata una vita intensamente e interamente dedicata alla cultura italiana e all'insegnamento.
Nata nel 1881 a Strasburgo da madre tedesca, ebrea, e padre padovano, cresce tra l'Italia e la Svizzera, tra Padova - "ove" scrive in una lettera, "crebbi sognante fanciulla" - la friulana Cividale ("dove passai due anni indimenticabili"), Grenchen, e Berna, città nella quale si diploma insegnante . Infine si trasferisce a Zurigo.
Agli inizi del secolo è già docente di italiano nella locale "Höhere Töchterschule", ma continua a passare periodi più o meno lunghi in Italia: qualche volta fino a tre mesi di fila, nel Veneto, in Toscana, nel Friuli, in un pendolarismo tra Nord e Sud che caratterizza fisicamente, ma soprattutto intellettualmente, tutta la sua vita.
Figlia d'arte nell'insegnamento: attorno al 1870 suo nonno, Giuseppe Baragiola dirige un Knabeninstitut a Como, poi il Collegio-convitto con liceo di Mendrisio, infine continua la sua attività didattica a Riva San Vitale. Il padre di Elsa Nerina, Aristide Baragiola, è professore di letteratura tedesca all'Università di Padova.
Gli ex allievi ricordano "la Bara" - così veniva affettuosamente chiamata - come un'insegnante entusiasta, coerente nell'essere e nel dire, severa, apparentemente austera, ma sincera e senza peli sulla lingua, radicale nei giudizi; una vera educatrice, paladina dell'antisuperficialità, che combatte l'approssimazione a favore dell'impegno e del pensiero positivo, che usa toni imperativi e decisi. Tutta immersa nella vita intellettuale, Elsa Nerina continua gli studi iscrivendosi alla facoltà di romanistica. Curiosissima e assetata del sapere, si ritiene negata per la vita pratica, per i lavori "casalinghi", incapace di attaccare un bottone.
All'attività di insegnante è strettamente e indissolubilmente legata quella di fervida promulgatrice della cultura italiana a nord delle Alpi: ragione per la quale l'Università di Zurigo le conferisce nel 1931 il titolo di Dottore "honoris causa". In un momento in cui le conoscenze di letteratura italiana al di là del Gottardo si fermano bruscamente a Carducci e D'Annunzio, Elsa Nerina Baragiola inizia la sua attività divulgativa collaborando a riviste con contributi critico-letterari, e alla pagina culturale della "Neue Zürcher Zeitung", occupandosi di letteratura italiana, con l'obiettivo di far conoscere, di promuovere le nuove leve della prosa e della poesia italiana e ticinese. Certo, fino alla fine degli anni Trenta per quanto riguarda il panorama ticinese brilla la triade Chiesa Zoppi Abbondio e la Baragiola non fa eccezione nel dare risalto e commentare in particolare le loro opere -specialmente quelle di Chiesa, conosciuto negli anni Venti e per il quale nutrirà sempre molta stima e simpatia. Ancorché già nel 1936 ritenga il Ticino "Tanzboden für Poeten", dice che qui gli scrittori "vengon su come funghi, ma quanto poco mangerecci".

Eppure, sfogliando il quotidiano zurighese di quegli anni, già si incontrano nomi "nuovi" nei trafiletti firmati E.N.B. della "Kleine Chronik" e delle recensioni; partendo da quelli femminili, ai quali la Baragiola riserverà sempre attenzioni speciali: si parla delle scrittrici ticinesi Elena Bonzanigo - la cui conoscenza sfocerà presto in stretta amicizia - e Alina Borioli, si danno riferimenti bibliografici della poetessa brianzola Margherita Moretti Maina, recensioni dell'opera della narratrice e poetessa lombarda Ada Negri, della poetessa toscana Gianna Manzini. Tra gli autori ticinesi spuntano i nomi di Piero Bianconi, Augusto Ugo Tarabori, di Adolfo Jenni, del poeta locarnese Dante Bertolini e di quello luganese Vinicio Salati, che vanno ad arricchire, diversificandolo, il quadro culturale del sud della Svizzera. Ovvio però che lo spazio maggiore è dedicato alla "Werkstatt" di Francesco Chiesa - che ai tempi era rimasto affascinato dalla grazia della Baragiola e l'aveva definita "il più bel fiore d'Italia" -, e a quella dello schivo Valerio Abbondio: la cui prima opera "Betulle", uscita nel '22, era stata molto applaudita dalla nostra attenta redattrice. I suoi vispi occhi, uno di lince l'altro di falco come dice scherzosamente, sono anche aggiornatissimi sulle vicende italiane: deve leggere molto i quotidiani e le riviste della Penisola, la Baragiola, per essere sempre così al corrente delle vicende. E i soggiorni regolari in Italia le permettono certo di seguire meglio quel che succede in campo letterario (lei così attenta non solo alle opere, ma desiderosa di trovare il contatto personale, lo scambio di opinioni, la discussione).
Prezzolini lo conosce sul finire degli anni Venti a Firenze, alle "Giubbe Rosse" forse o alla trattoria "All'Antico Fattore": fatto sta che in una cartolina postale degli anni Sessanta ricorda con gratitudine i "conversari fiorentini" avuti con lui e si dice sempre molto attenta alle sue "gesta intellettuali". Di Prezzolini e della sua attività letteraria a Parigi prima, a New York poi, la Baragiola si occupa pure sulle pagine della "Neue Zürcher Zeitung". Di certo nello stesso periodo conosce anche Bonaventura Tecchi germanista e narratore, compagno di prigionia di Carlo Emilio Gadda e Ugo Betti durante la prima guerra mondiale a Cellelager in Germania. All'epoca del primo incontro con Elsa Nerina, Tecchi è direttore del "Gabinetto Vieusseux" a Firenze e frequenta assiduamente il gruppo legato a "Solaria". La loro amicizia sarà di quelle che durano una vita.
Sui giornali la Baragiola riferisce di Papini, di Angioletti, che nel '32 lascia a Corrado Pavolini le redini de "L'Italia letteraria"; di Pietro Pancrazi, di Antonio Baldini e la sua "Nuova Antologia" (a cui collabora Francesco Chiesa), di Carlo Linati e di Giuseppe Lipparini, del giornalista e narratore Orio Vergani, del poeta padovano Diego Valeri. Ma si incontrano voci nuove come quella del giovane e ritenuto "promettente" scrittore sardo Giuseppe Dessì, di Silvio d'Arzo - narratore e poeta -, di Nicola Moscardelli. A scadenze regolari parla al lettore delle riviste letterarie italiane: dall'"Italia letteraria", giudicata una delle migliori, alla rivista fiorentina "Pegaso", a quelle genovesi "Circoli" e "Espero", al milanese "Almanacco letterario", che dice essere particolarmente apprezzato all'estero perché ricco di contenuti vari come la storia dell'arte, il teatro, il cinema. E naturalmente fa sapere ai lettori dove e quando si tengono manifestazioni letterarie italiane, con particolare attenzione alla attività della Dante Alighieri di Zurigo; per non fare che qualche esempio, veniamo a sapere che Bonaventura Tecchi passa diverse volte da Zurigo nella veste di relatore, invitato dalla Baragiola: il 28 maggio 1925, durante un ciclo di conferenze svizzere fa tappa nella città della Limmat per parlare delle scrittrici e poetesse contemporanee (Matilde Serao, Grazia Deledda, Ada Negri, Alda Rizzi, Milly Dandolo); Francesco Pastonchi nel giugno 1930 è ospite della Dante Alighieri per leggere pagine dantesche; il 3 dicembre 1934 Riccardo Picozzi del Conservatorio di Milano "viene a dire poesia da Dante a Lionello Fiumi".

Fino al 1939, anno in cui si ritira dall'insegnamento, la Baragiola fa "propaganda ai quattro venti", come dice lei stessa, "cerca di far conoscere ed apprezzare al di là del Gottardo i ticinesi di vaglia", e tutti quegli autori italiani e quelle opere che ritiene meritevoli, certo anche con dei fini educativi. Scrive ad esempio una lettera all'amico Piero Bianconi chiedendo - con quella sua difficile e personalissima grafia ricca di sottolineature - alcuni "lievissimi ritocchi" a un sua raccolta di testi, Ritagli, che uscirà un anno più tardi e che la Baragiola ha avuto in anteprima: in modo, dice lei, da rendere "possibile la lettura del volumetto, non dico alle monache, ma alle sue alunne, alle scuole medie e superiori in genere, Università, Politecnico. Dove si leggono tante cose certo non scritte con intenzioni educativa o edificatoria: Intendami chi vuol... Sarei molto molto contenta se, invece di Chiesa o oltre a Chiesa, si potesse leggere un altro autore ticinese, leggere e raccomandare". Qualche anno più tardi redarguisce lo stesso scrittore per una postilla apposta alle pagine da lui pubblicate ad uso scolastico sull'Orlando furioso. Gli dice:
"Imprudenza suggerire ai ragazzi, cui è dedicato il volume, che spesso la lettura commentata in classe è strumento di grigio martirio, e così indisporli in anticipo! Del resto io sono convinta che gl'insegnanti d'oggi - non dico tutti, ma molti, riescono a far amare i classici, procedono con criteri estetici, con tatto didattico. Certo nella mia ex-scuola eravamo in parecchi a riuscirvi, e nelle varie lingue, antiche e moderne".
La preoccupazione didattica è d'altronde stata durante tutto il periodo dell'insegnamento, una preoccupazione principe; l'intento educativo e quello divulgativo camminano a braccetto: lo si capisce al meglio scorrendo le pagine delle antologie - di prosa e di poesia - che in quegli anni, e in collaborazione con la collega Margherita Pizzo, pubblica presso la casa editrice Orell Füssli di Zurigo. Dalla prima raccolta di liriche moderne e canzoni popolari antologizzate per uso scolastico Solicello - uscita nel 1921, con cinque edizioni successive (l'ultima nel '60) man mano rivedute-, leggiamo la Premessa alla seconda edizione del '32:

"Solicello raduna voci di poesia, dal Pascoli ai giovanissimi, non con l'intento di illustrare e caratterizzare singoli poeti, ma col proposito di cogliere momenti e fermenti di vita divenuti realtà artistica, viva e suggestiva parola, poesia a noi presente e prossima. Con documenti di sempre maggiore entità, l'intera antologia, nelle quattro sue parti, ritrae l'eterna vicenda delle ore, delle stagioni, delle età, degli umani travagli ed entusiasmi e conquiste".

Troviamo l'immancabile triade ticinese Chiesa Zoppi Abbondio accanto agli altrettanto immancabili e scontati Pascoli e D'Annunzio, ma ci sono anche (in anni non automaticamente propizi ad alcuni di questi autori) le poesie di Sibilla Aleramo e di Ada Negri, e quelle di Corrado Govoni, Ugo Betti, Diego Valeri, Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba e Eugenio Montale, quest'ultimo dal 1929 nuovo direttore del Gabinetto Vieusseux e a detta della Baragiola sempre pronto a favorire "con estrema larghezza ogni loro ricerca".
Le poesie e le prose delle complessivamente cinque raccolte antologiche di testi, - presentate in veste semplice e frugale - sono pubblicate senza interventi, senza note né commenti, senza "scorie erudite", "per lasciare agli stessi giovani il compito di esplorare le pagine e farne materia di studio"; un modo insomma per invogliare i giovani "alla lettura privata, personale di autori contemporanei autorevoli, allenarli a capirne ed a gustarne le opere più significative". E il principio non cambia neppure per le raccolte Vita piccola e grande e Solchi e voli, uscite nel '33, che offrono letture, tratte da libri e giornali, brevi prose d'autore del momento: Giovanni Papini, Riccardo Bacchelli, Scipio Slataper, Carlo Linati, Antonio Baldini, Bonaventura Tecchi, Grazia Deledda, Gianna Manzini, il nostro Piero Bianconi. Sono scelte culturalmente importanti, soprattutto se si pensa che sono destinate essenzialmente al Nord delle Alpi; in una lettera del '59 indirizzata al poeta Werner Zemp, la Baragiola si dice stupita di sapere che il suo Solicello sia arrivato fino in Ticino.

Qui si potrebbe aprire un vero capitolo sulle conoscenze di Elsa Nerina Baragiola, che, come già detto, cura molto le relazioni personali: nemica della superficialità, vuole conoscere gli autori delle opere, approfondire i contatti, instaurare rapporti di fiducia. Si dà da fare organizzando conferenze e "conferenziando" lei stessa, come scrive in una lettera allo Zoppi; trascorre ore che definisce "solari" nel Ticino insieme a Zoppi e Abbondio, facendo lunghe passeggiate verso Biogno, "tutti e tre giovani e pieni di primavera".
Prima della guerra, quando le frontiere sono ancora aperte e le trasferte in Italia sono facili, va regolarmente a Firenze e trova l'amico Tecchi, ma anche molti altri letterati italiani oltre ai già citati Prezzolini e Montale: incontra certamente anche Goffredo Bellonci e Antonio Baldini. E la Baragiola deve rappresentare per loro un punto di contatto importante al Nord, un riferimento garantito; Gadda parla di lei come di una "studiosa della cultura dell'area tedesca e interessata alla diffusione della letteratura italiana contemporanea all'estero, è in fitta corrispondenza con Tecchi"; i due si scambiano libri (Gadda ne ha mandato più d'uno alla "Signorina Baragiola"), fiduciosi in una recensione, soprattutto certi di una attenta lettura. Tecchi si rivolge a lei quando si tratta di scovare libri specifici sulla storia alemannica.
I volumi da recensire li sfoglia e li risfoglia, li contempla, li legge e li rilegge; medita rimedita, ammira e riammira, appunta e appone simboli ammirativi o punti di domanda, perché - tiene a precisare - "occorre sempre ch'io mi nutra di un libro prima di dirne qualcosa sulla stampa". Alcune lettere all'amico Bianconi sono dei veri e propri commenti al testo, analisi di ciò che la convince (di certo le virtù stilistiche e ritmiche e i "garbati giuochi di fantasia" dello scrittore), e ciò che invece non la persuade; capitolo dopo capitolo viene passato al setaccio ogni dubbio, segnalati meticolosamente i refusi, elargiti consigli, date risposte a domande precise.
Si infervora notevolmente - lei che non ammette belletti né prassi da combine, lei che si ritiene persona riservata e non amante del grande pubblico, politicamente non attiva ma interessata -, quando sente delle ingiustizie, anche nella cerchia dei letterati o nell'ambito ancora più delicato dei premi letterari; così a proposito di alcune divergenze insorte all'interno del Premio Schiller - nella cui sottocommissione siede con Bianconi - scrive, anzi tuona, in una lettera allo scrittore minusino che lei stessa non si sente di "fare da marionetta o da comparsa". E lo anticipa in qualche modo scrivendo: "E così non si sente Lei di andare e venire per la Schiller e mangiare il buon boccone di maggio al Dolder per farsi turare la bocca in omaggio alle contraddizioni del nostro amico basilese, Lei, con codesta sua testa illuminata e futura luminosa carriera."

Gli anni del conflitto mondiale cambiano evidentemente la libertà di movimento, i confini si restringono, i contatti con l'estero sono non già impossibili ma più difficoltosi. Per Elsa Nerina Baragiola inizia un periodo difficile: ovviamente per le contingenze storico-politiche - in una lettera allo Zoppi del maggio 1940 dice che "Ieri sera l'edifizio dell'Università parea un cimitero. Mancavano senza dubbio alcuni docenti e non so quanti iscritti: non mi parea vero di dover parlare dell'Agnellino e della Vacca acquatica" -, ma anche per un "crollo fisico", "sminuite energie rimastele, non incoraggiate dagli orari di quest'epoca disumana". L'interruzione della collaborazione con la "Neue Zürcher Zeitung" per un decennio circa, dovuta ad alcune divergenze di vedute (all'inizio degli anni 50, il dottor Werner Weber, allora caporedattore della testata, si darà da fare per convincerla a rientrare nel gruppo), non corrobora il morale già basso. Ciònondimeno continua a scrivere per alcune riviste dell'area zurighese, "Schweizer Monatshefte", "Schule und Leben", e per il diffuso mensile "Schweizer Bücherzeitung", per il quale si occupa della parte italiana della sezione "Neue fremdsprachige Bücher", segnalando le nuove pubblicazioni sia in ambito ticinese che in ambito italiano, e accompagnando qualche volta le descrizioni con degli estratti.

Sorprende con quale facilità e quanto equilibrio la Baragiola sappia bilanciare l'amore per la cultura italiana e l'integrazione in area tedesca; perfettamente bilingue passa dalla stesura di testi e lettere in italiano a quelle in un perfetto e raffinato tedesco (con la particolarità di non rispettare le maiuscole). D'altronde non condivide certi malumori -"un certo quale forse inconsapevole spiritello di presunta superiorità latina e cattolica"- espressi da alcuni ticinesi, e da Bianconi in particolare, verso il Nord delle Alpi: "evviva invece" aggiunge in una lettera allo scrittore, del luglio del '43, "la generosità e l'umanità sia essa latina, cattolica, germanica, protestante, slava, maomettana. Abbasso i paraocchi! Peccato se essi impediscono uno sguardo così lirico e arguto come il Suo!". Anzi, a questi "antinordismi" risponde suggerendo un lungo soggiorno in paesi nordici, "che certo Le farebbero 'buttar là' talune o tutte le ubbìe".
Pur restando ben radicata nella città della Limmat - dove cura le numerose amicizie e continua la sua attività di promulgatrice della cultura italiana - non perde occasione per scappare nel "maliardo" Ticino dove dice di vivere in un "gorgo di amicizie" che la distoglie da ogni altro pensiero, "finché ci rimangono precluse le bellezze italiche". Locarno è la sua "plage prediletta". Soggiorna all'albergo Regina oppure al Montaldi di Muralto, attorniata da quelli che chiama i suoi Confrères: Francesco Chiesa, Hermann Hesse, Giovanni e Piero Bianconi, Elena Bonzanigo.
Dall'autunno del 1940 venti nuovi cominciano a soffiare anche su Lugano con l'arrivo di Giovan Battista Angioletti e del suo Circolo italiano di lettura; del "Premio Lugano", della "Collana di Lugano" di Pino Bernasconi, della "Ghilda del libro". Elsa Nerina Baragiola non manca di parlarne nella "Schweizer Rundschau" rallegrandosi del nuovo fermento letterario, lodando Pino Bernasconi per avere gettato un ponte tra Svizzera e Italia con la sua "Collana", e lodando Aldo Patocchi per la direzione della "Ghilda del libro". Conclude il suo intervento con una punta di veleno, asserendo che se gli italiani fossero un po' meno "chauvinisti" saprebbero riconoscere il 1944 come un anno importante, di fertile unione nelle relazioni culturali italo-svizzere.
E da Zurigo riferisce delle conferenze, dei concerti, degli intrattenimenti intellettuali in Ticino; ma organizza a sua volta diverse manifestazioni - "in un momento in cui più che mai le manifestazioni pro Italia sono necessarie e consolanti" - in particolare per il "Verein für Volkshochschule": il "sabato di lettura", una mostra di autori ticinesi che si inaugura il 1. maggio 1944 (e per la quale scrive a Felice Filippini chiedendo ragguagli bibliografici anche su un'eventuale traduzione tedesca del suo Signore dei poveri morti), corsi per adulti all'Università, dalla frequenza poco soddisfacente, "in anni meno bellici e disastrosi" vi sarebbe certamente un pubblico raddoppiato.
Nella sua instancabile propaganda volta a far conoscere quanto più possibile "das neue italienische Schrifttum" al pubblico nordalpino, la Baragiola è senza dubbio aiutata dalle sue amicizie: in ottimi rapporti con la casa editrice Orell-Füssli, con la libreria Bodmer (la considera la "sua libraia", e se nella bella vetrina sono spesso esposti volumi ticinesi o italiani questo si deve certamente anche alla sua malleveria), con diversi scrittori della svizzera tedesca, in special modo con i poeti Max Geilinger e Werner Zemp, appassionato traduttore del Pascoli, trasferitosi a Mendrisio.

Particolarmente legata è la Baragiola a Jakob Job, direttore di radio Beromünster per circa un ventennio, descritto da Elsa Nerina come "l'arcangelo protettore dei suoni e dei carmi e amico delle valide affermazioni italiche", al quale si rivolge più di una volta per dei favori "pro Ticino e pro poesia italiana". Per esempio in occasione dell'imminente cinquantesimo compleanno di Valerio Abbondio quando nel gennaio 1941 gli scrive: "Io avrei tanto caro che non solo nel Ticino, ma anche da queste parti questa ricorrenza fosse un pochino festeggiata soprattutto al microfono. Giuseppe Zoppi, amico di Abbondio ed anni fa suo collega, sarebbe certo disposto a fare una breve commemorazione con lettura di qualche poesia. Abbondio è una personalità quanto mai schiva, intimamente modesta, rimasto per l'appunto all'ombra della propria timidità. Tanto più i suoi amici vorrebbero procurargli un po' di gioia, diffondendone i versi veramente belli e consolanti, apprezzati anche da esigenti critici italiani". A Job si rivolge quando Riccardo Picozzi, direttore della recitazione al Reale di Roma, al Comunale di Firenze e alla Scala di Milano, la prega di introdurre in Svizzera un ottimo maestro concertista italiano, o quando da Assisi le vien chiesto di raccomandare un giovane e promettente pianista; o ancora, per promuovere l'opera di un giovane poeta, Balilla Calzolari "tipo interessante di autodidatta che lei conosce da anni". A lui si rivolge affinché una "quasi novella", una "attuale e garbata fantasia"di Piero Bianconi, I fagioli di Fabrizio, volta in tedesco da Walter von Fries, venga trasmessa dalla radio svizzero-tedesca; verrà infatti radiotrasmessa, la Baragiola l'ascolterà in compagnia del fratello di Piero, il silografo e poeta dialettale Giovanni Bianconi, seduta in una "cordiale cucinetta ticinese". Se ne compiacerà, ringraziando Job e commentando di avere trovato la lettura "assai viva ed espressiva, anche ci parve che la traduzione leggesse, ridesse alquanto del sapore originale".
E non sarà un caso se radio Beromünster trasmetterà di tanto in tanto dei racconti di Bonaventura Tecchi.
Concludo questo schizzo sulla sorprendente figura di Elsa Nerina Baragiola con le parole di Piero Bianconi, che con la moglie Cecilia è stato vicino all'amica negli ultimissimi giorni della sua vita, e che la ricorda rigorosamente vestita di nero con un immancabile cappello in testa, uscire dall'albergo Montaldi di Muralto per la quotidiana passeggiata, fragile e "pencolante". L'"apostola" dell'italianità muore nell'amata Locarno, dove, usava ripetere, si sentiva "tutta circonfusa di azzurro", il 18 febbraio 1968.
Scrive Bianconi:

"Dalla domenica 11 non prese più cibo, improvvisamente presa dal male, inquieta e inquietante; il giovedì notte, sulle insistenze dell'albergatore, mia moglie - la Cecilietta, come la chiamava lei con la sua voce d'argento - riuscì a persuaderla, insieme alla maestra Irene Molinari, di lasciarsi portare all'ospedale: non ci volle meno della sorridente e carezzosa energia di mia moglie per piegarla. La poveretta si reggeva a stento, faticarono non poco a vestirla in qualche modo, a caricarla su un taxì e a trasportarla all'ospedale. La spogliarono, la suora le mise la candida camicia dei ricoverati.[...]; allacciandole la camicia mia moglie la complimentava scherzosamente di essere così bella, tutta bianca: e le andava sussurrando i versi di una filastrocca popolare, imparata in uno dei suoi libretti, forse Solicello: bianca la sella / bianca la donzella... e la Baragiola con voce fievole e arguta completò: bianco il servitore, / Gesù ci porta il sole. Furono le sue estreme parole, piene di sole; poi per due giorni rimase muta, non parlava più che con gli occhi; poi chiuse anche quelli, in silenzio e per sempre. Da morta, nella bara tutta fiorita delle rosse camelie d'inverno portate dagli amici, era assai bella, d'una bellezza austera, faceva pensare a certe antichissime mummie egiziane: con un'ambigua ombra di sorriso sulla bocca: in pace e per sempre".

Nota bibliografica

Cinque le antologie pubblicate da Elsa Nerina Baragiola in collaborazione con Margherita Pizzo, tutte uscite a Zurigo presso la casa editrice Orell-Füssli: Solicello, 1921; Vita piccola e grande, 1933; Solchi e voli, 1933; Da San Francesco al Carducci, 1936; Dal Pascoli ai poeti d'oggi, 1937.

P. BIANCONI, Ricordo di Elsa Nerina Baragiola, in Zum Gedenken an Dr. Elsa Nerina Baragiola 18 April 1881 - 18 Februar 1968, Verein ehemaliger Schülerinnen der Töchterschule, Zürich, März 1968.

C.E. GADDA, A un amico fraterno. Lettere a Bonaventura Tecchi, a c. di M. CARLINO, Milano, Garzanti, 1984.

Le lettere di Elsa Nerina Baragiola a Piero Bianconi sono conservate presso l'Archivio di Stato di Bellinzona; quelle a Felice Filippini, Giuseppe Prezzolini e Giuseppe Zoppi sono custodite nei rispettivi fondi degli Archivi della Biblioteca cantonale a Lugano. Le missive ai corrispondenti svizzero-tedeschi - in particolare quelle a Max Geilinger, Jakob Job e Werner Zemp -, si trovano alla Zentralbibliothek di Zurigo, nei rispettivi lasciti della Handschriftenabteilung.
 

Questo testo è stato pubblicato nel volume (a cura di Raffaella Castagnola e Paolo Parachini), Per una comune civiltà letteraria. Rapporti culturali tra Italia e Svizzera negli anni '40, Franco Cesati Editore, Firenze 2003.