Indice studi e ricerche online AARDT
di Marirì Martinengo
Archivi Riuniti delle Donne Ticino, Melano 20 novembre 2004
Desidero che questo nostro incontro sia una discussione, con
quante e quanti lo ritengono opportuno, perciò mi limiterò
a mettere a tema solo alcuni argomenti, per poi lasciare spazio
alle domande, ai chiarimenti e ai dissidi; desidero che emergano
obiezioni, posizioni differenti, senza timore del conflitto. Anzi,
i conflitti sono positivi, impediscono gli schieramenti, l'arroccamento
sulle proprie posizioni, sciolgono i nodi e, venendo ad un discorso
generale, rendono più difficoltoso il passo alla guerra.
Quindi offro degli spunti, da approfondire nella discussione,
che seguirà questo mio intervento.
Gli argomenti, di cui dicevo, sono stati guadagnati, all'interno di un'esperienza, da una pratica di anni, pratica di relazione, incentrata sul tema della storia, condotta da me insieme ad altre insegnanti. Approfonditi e maturati, li abbiamo, portati al Convegno Cambia il mondo cambia la storia. La differenza sessuale nella ricerca storica e nell'insegnamento, che abbiamo promosso a Milano nel settembre del 2001, dove sono stati oggetto di dibattito e di rilancio. Ne abbiamo anche pubblicato gli atti con lo stesso titolo (Libreria delle Donne, Milano, 2002).
La mia ricerca personale, negli scorsi anni, e così
quella delle altre, non è mai stata fine a se stessa, ma
ha sempre tenuto presente la trasmissione, ricerca e insegnamento,
un darsi reciprocamente la mano: la pedagogia ancorava la ricerca
alle esigenze didattiche e la ricerca nutriva l'insegnamento.
Ricordo, per inciso, che fino a non molto tempo fa ricerca e trasmissione,
cioè teoria e vaglio della teoria, andavano a braccetto,
poi c'è stata una separazione che ha fatto delle/degli
insegnanti, semplici trasmettitrici di un sapere elaborato altrove,
slegato dalla pratica pedagogica; noi abbiamo voluto ricucire
la frattura e rimettere le due cose insieme.
Venendo allo specifico della ricerca, io, e così altre
ricercatrici e insegnanti, siamo sempre state disturbate dall'assenza
dal panorama storiografico del tessuto della vita e il nostro
impegno, fin dall'inizio, si è indirizzato nel senso di
colmare questo buco, provocato da una prassi in uso in molti libri
di storia, dove si enuncia solo l'esito finale di un'azione compiuta,
corredata della data, col risultato di perdere il processo lungo
il quale essa è maturata, le vicende singole, i tempi,
il pensiero e l'azione delle donne e degli uomini che l' hanno
voluta e portata a realizzazione. Chiarisco con un esempio tratto
dalla narrativa.
Nella biblioteca universitaria di Heidelberg è conservato
il Codice Manesse, un prezioso codice miniato, del xIII secolo,
che raccoglie poesie dei Minnesenger: quale può essere
stata la storia silenziosa ma viva che ha portato alla sua composizione?
Ci risponde la storica Laura Mancinelli (Biglietto d'amore, Torino,
Einaudi, 2002), con un'invenzione della verità, narrandoci,
con la sua solita grazia e finezza, tutto fin dal suo inizio.
Presso il colto e agiato mercante zurighese, Rudiger Manesse,
aveva preso alloggio il giovane aspirante poeta, Huatlaub; che,
dopo aver ricevuto educazione e istruzione nel monastero di Einsiedeln,
aveva in animo di completarle, sostando in una città vivace
e stimolante e in un ambiente laico. Nell'ospitale casa del mercante
e di sua moglie, aveva conosciuto la loro ultima graziosa figlia
e fra Lisi e il poeta era sbocciato l'amore. A questo punto il
padre portò a coincidenza due suoi desideri: allontanare
Hautlaub dalla figlia e raccogliere in volume quante più
composizioni poetiche possibili dei poeti di lingua tedesca, emuli
dei trovatori; così incaricò il giovane di recarsi
nelle biblioteche di monasteri, di città e castelli tedeschi
e svizzeri e di trascrivere quante più poesie avesse potuto
trovarvi. Il giovane partì, a malincuore, attraversò
monti e foreste, fiumi e luoghi abitati, dove conobbe vecchi trovatori,
monaci dotti, donne indipendenti, come Edburga e le sue amiche,
che vivevano in un ricetto, tra le alte montagne, mantenendosi
con la coltivazione e l'allevamento, briganti, allegre ragazze,
che collaborarono tutti, in modo diversificato, alla riuscita
dell'impresa, che finirà poi nel migliore dei modi.
Il racconto narra di un medioevo gentile, irradiato dalla civiltà
cortese, animato da relazioni feconde e disegna il farsi delle
cose nel loro pulsante presente.
Un altro argomento che espongo e sostengo è l'ingresso della soggettività nella scelta e nella narrazione storiografica; sempre, quando ci accingiamo a raccontare le nostre storie, seguiamo una preferenza, operiamo una selezione, raccontiamo dal nostro punto di vista la vicenda; a questo proposito mi piace ricordare il film Rashomon(un vecchio bellissimo film cult) che mette in scena, ambientandolo in una lontana epoca del passato, il viaggio di una giovane, accompagnata da una donna più anziana; durante il tragitto alcuni malviventi assaltano la carrozza e stuprano la giovane e la uccidono. Dello stesso episodio , in seguito, ognuno dei presenti alla violenza, compresa l'accompagnatrice, raccontandolo, darà una versione diversa, una lettura del fatto soggettiva, misurata al sesso, all'età, al livello culturale e sociale di ognuno. La stessa cosa dobbiamo fare, secondo me, quando ci poniamo di fronte al compito di rappresentare il passato e il presente collettivi; non tirarsi fuori dalla storia, non assumere un atteggiamento obiettivo, che non esiste; non assumere una prospettiva universale, che non esiste. Assumersi invece, consapevolmente, e soprattutto esplicitarla, la parzialità della propria soggettività, femminile o maschile che sia, della propria visione del mondo.
All'interno della nostra comunità (Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica) abbiamo praticato la categoria della differenza sessuale, ponendola alla base della ricerca e dell'insegnamento; essa, seguita ormai da un gran numero fra ricercatori e ricercatrici, ha portato una rivoluzione tale per cui niente, nei saperi, in tutti i saperi, è più come prima: tenere conto della differenza sessuale vuol dire guardare all'attività di pensiero, di parola, di azione di donne e uomini, che sono sempre differenti, al loro reciproco influenzarsi e intrecciarsi. E' stata messa in crisi la storia di stampo tradizionale, quella dei manuali, per intenderci, che, con la narrazione ossessiva delle guerre, oltre a essere radicalmente diseducativa - mostrandone la consuetudine millenaria, ne sancisce l'ineluttabilità - ha occultato l'opera di civiltà, di cura delle relazioni e di conservazione della vita da parte delle donne e di uomini che non si identificano col modello virile competitivo e violento. Una storia, che tenga conto di questi aspetti, narra l'esperienza di donne e di uomini, non cancella la presenza delle donne dal suo panorama, come ha invece fatto la storiografia tradizionale.
Un modo per non escludere noi donne, e le relazioni fra noi
e gli uomini, è fare storia attraverso la narrazione di
contesti relazionali.
Il progetto è nato ed è stato portato a realizzazione,
ripeto, all'interno di una comunità, in cui noi, le componenti,
accomunate da uno stesso interesse e da uno stesso scopo, eravamo
in relazione: ci scambiavamo le opinioni, ci confrontavamo e confliggevamo;
oltre ad essere in relazione fra di noi, avevamo rapporti con
altre e altri, rapporti di lavoro, di affettività, d'interessi;
durante gli anni dell'attività della nostra comunità
eravamo, come è ovvio, situate in un dato tempo e in un
dato luogo, formavamo cioè quello che io chiamo contesto.
Un contesto, oltre ai rapporti fra uomini e donne, raffigura l'ambiente
temporale, geografico, sociale, antropologico. E' l'affresco di
un periodo storico, nel quale in prima persona agiscono le donne
(io sono una donna per cui parto da me) con le loro relazioni,
gli scambi con gli uomini, relazioni, scambi, che si nutrono delle
istanze quotidiane, spirituali, culturali, politiche del momento.
Quello che voglio dire è che la teoria è nata dalla
pratica, come sempre, la teoria è la pratica messa in parole.
Il primo contesto che abbiamo ricostruito è stato quello
dei monasteri medievali femminili. A orientare la scelta c'è
stata la mia passione per il periodo, poi mi sono resa conto che
il monastero riproduceva, in un certo senso, la nostra situazione
comunitaria, un presente e un passato a specchio.
Porto un esempio di contesto nella storia medievale: Ildegarda
di Bingen e alcune delle sue relazioni.
| a) |
Ildegarda di Bingen, badessa di un monastero da lei fondato,
conobbe, ed ebbe scambi epistolari con Bernardo di Chiaravalle,
anche lui personaggio di spicco nell'ambiente teologico e filosofico
del tempo. Bernardo sapeva che Ildegarda aveva delle visioni,
ma non osava renderle pubbliche. La stima e la considerazione
di lui per lei erano tali che, durante il Concilio di Treviri,
parlò dell'importanza dottrinale di queste visioni, e
del giovamento che la chiesa ne avrebbe tratto per la propria
immagine, quindi si avvalse della sua influenza presso il Papa
affinché fossero approvate e autorizzate a circolare nella
chiesa e fra la popolazione, come rivelazione e insegnamento
di verità. L'energie di Bernardo e di Ildegarda, il credito
loro riconosciuto, furono dall'uno e dall'altro spesi per alimentare,
nell'Europa centrale, la lotta contro il movimento cataro. Le
lettere e i passi autobiografici di Ildegarda - oltre ai documenti
ufficiali - testimoniano queste vicende, per cui si ha un quadro
vivo degli interessi politici e delle difficoltà della
chiesa, all'epoca, e della funzione di primo piano svolta da
alcune donne - nella lotta contro il catarismo si unì
ad Ildegarda la sua amica, Elisabetta di Schonau - e dell'influenza
esercitata da esse per orientare gli eventi nella direzione e
nel modo desiderato. A differenza di quanto stava per avvenire
in Italia e in Francia dove l'eresia fu stroncata dalla chiesa
con le crociate, lo sterminio e i roghi, lì esse fecero
prevalere, vincendo, il loro pensiero e la loro fede con la parola
- predicazione e scritti. Dai quali si evidenziano anche i rapporti delle donne tra di loro e con gli uomini, il modo delle une di percepire gli altri e viceversa, nella cornice del mondo feudale europeo. |
| b) |
Ildegarda da giovane, nella ricerca della propria autonomia
e dell'indipendenza del suo gruppo di monache, si scontrò
per anni, con Kuno, abate del monastero di Disibodenberg, che
pretendeva di tenerle soggette, per desiderio di potere, oltre
che per interesse economico: le doviziose doti delle novizie,
andavano anche a vantaggio della parte maschile del monastero. Ildegarda trovò sostegno nella marchesa von Stade, una ricca aristocratica, che le fornì l'appoggio per liberarsi dell'ingerenza di Kuno, il danaro per il trasferimento e il terreno per la costruzione di una nuova sede. La marchesa iniziò poi subito ad affidare ad Ildegarda, per la loro educazione, la figlia e la nipote, costituendo così un primo nucleo di educande, al quale poi, dato il prestigioso precedente e la fama magistrale di Ildegarda, se ne sarebbero aggiunte altre, fino a rendere il monastero luogo di attrazione per la vita spirituale e culturale delle giovani. Tale infatti divenne il Rupertsberg, secondo le testimonianze scritte di quelle che vi erano state accolte e di quante, lontane, desideravano farne parte in comunione di spirito. Da questo episodio emergono le tensioni tra i poteri della chiesa e i poteri dell'aristocrazia, che avevano conosciuto un momento di armonia con Matilde di Canossa e papa Gregorio, ma che dovevano poi scontrarsi duramente per le famose investiture. (cfr. Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica, Cambia il mondo cambia la storia, supplemento al N. 60/2002 di "Via Dogana", nota 2, 19-20) |
Un altro esempio è quello costituito dai salotti nel
periodo dal '600 all'inizio del '900, in Europa. Su questo argomento
affascinante ultimamente ho seguito un seminario, organizzato,
a Milano, nel gennaio del 2003, da alcune storiche dell'Università
Statale, intitolato Salotti e ruolo femminile in Italia fra fine
'600 e inizio '900, di cui si spera usciranno presto gli Atti..
Mi spiego: il salotto era un luogo, in cui si incontravano donne
e uomini per parlare, per mettere a confronto idee, progetti;
vi erano salotti in cui prevalevano il divertimento intelligente,
le feste, la musica, i giochi, altri dove l'impegno culturale
era maggiore; questi incontri, retti e guidati sempre dalla padrona
di casa, nella sua dimora e frequentati dall'intellighenzia dell'epoca,
hanno avuto luogo nella quasi totalità delle città
italiane, grandi e meno importanti; mentre nel '700 gli argomenti
erano in prevalenza filosofici e letterari, dalla fine del '700
e, poi, durante tutto l'800, vi si dibattevano i temi politici,
patriottici, che fervevano a proposito dell'indipendenza e dell'unità
d'Italia; alla fine dell'800 i temi predominanti furono l'emancipazione,
i diritti delle donne e l'istruzione superiore per le ragazze,
il socialismo, l'attenzione per le classi disagiate. L'apporto
della letteratura, delle biografie, delle lettere, dei diari di
allora, dei romanzi, dell'iconografia e dei film di oggi è
essenziale per conoscere le dinamiche messe in moto in queste
sedi e, in generale, per tutte le vicende del nostro passato e
del tempo attuale. Attraverso lo studio dell'attività dei
salotti, grembo creativo e fecondo, si seguono, nel loro nascere
e svilupparsi le idee e i principi che, realizzandosi, hanno fatto
la storia d'Italia di questi ultimi secoli. su questo tema affascinante,
il cui merito principale è stato quello di spostare l'attenzione
dagli avvenimenti alla concezione e gestazione dei medesimi.
Sempre a proposito di salotti, e facendo un passo indietro, al
.600, si può osservare che la nuova lingua francese, rappresentativa
dell'appena costituito stato moderno della Francia di Luigi XIV,
è stata frutto della pratica della conversazione dei salotti
parigini delle Preziose (Benedetta Crateri, La civiltà
della conversazione, Milano, Adelphi, 2001). Una panoramica sui
salons è fornita dal libro, purtroppo esaurito.: Verena
von der Heyden-Rynsch, I salotti d'Europa. Nella cultura, nell'arte,
nella politica, nella diplomazia, Milano, Garzanti, 1996).
Volendo fare un passo ancora più indietro, i salons de
pierre occitani, aperti dal mecenatismo delle signore feudali,
animati dalla presenza di Trovatore e Trovatori, di compositori
di musica, di giullari, di cavalieri e dame, furono un contesto
relazionale straordinario che diede origine alle lingue, alla
poesia, alla concezione moderna dell'amore europee.
Un "salotto", ispirato alla politica delle donne , affiancato
alla Libreria delle Donne, ha preso forma a Milano, una quindicina
d'anni fa.
Io ho fatto solo due esempi, tratti dalla storia dell'Europa occidentale,
ma i contesti possono essere infiniti, per cui una raccolta di
contesti, scelti tenendo conto delle preferenze di chi fa la ricerca
e del pubblico cui idealmente si indirizza, fornisce la conoscenza
e il senso dell'evolversi e del mutare nel tempo delle società
umane.
Fare storia attraverso i contesti potrebbe far apparire la
storia della presenza femminile come intermittente. Esce di scena
infatti o si pone in secondo piano il confortante sostegno della
cronologia, ossessione della storia tradizionale che le aveva
affidato il compito riuscito, di far apparire la storia oggettiva
e impersonale.
Il dibattito sulla continuità o sull'intermittenza ci ha
occupato per anni: esso era nato dalla constatazione che la presenza
delle donne sulla scena illuminata era saltuaria. L'interrogazione
su questo vuoto è stato un rovello tormentoso, il cui unico
aspetto positivo è stato di spingerci alla ricerca.
Rendo brevemente conto delle diverse ipotesi:
Nell'ultimo libro di Diotima, Approfittare dell'assenza (Liguori,
2002) figurano molti saggi, diversi tra loro, ma il cui filo conduttore
è l'interrogazione e la riflessione su questo tema. Il
grande merito di questo libro è stato di porre fine all'ossessione
della visibilità! La riflessione filosofica ci suggerisce
che il vuoto va contemplato, l'assenza ha la pazienza di aspettare
per venir fuori in futuro, non teme di passare inosservata, sa
reggere la possibilità di non essere vista. Accettare l'intermittenza:
non c'è bisogno d'esserci per esistere; vincere la paura
del non esserci; non porsi nel senso della continuità;
uscir fuori dall'assioma: o si è visibili o non si è;
non si deve necessariamente essere dove altri vogliono che si
stia; non stare nel tempo previsto; togliersi dalla fatica di
esserci, bisogna invece stare in bilico, perché c'è
un'altra dimensione.
Nell'ottobre del 2003, nell'abbazia di Monte Giove di Fano ha
avuto luogo un convegno a partire da questo libro.
Ho riassunto questo dibattito per mostrare quanto ci siamo arrovellate; io sono convinta sostenitrice della posizione n. 4, ma con una aggiunta fondamentale: non esiste vuoto. Ricorro a un esempio: nella vita di ciascuna/o di noi ci sono momenti brillanti e momenti opachi, momenti gioiosi e momenti dolorosi, ma tutti l'uno dopo l'altro, senza interruzioni, compongono la nostra vita e insieme formano la nostra esperienza e costituiscono la nostra memoria. Analogamente, ai momenti radianti (l'espressione è di Chiara Zamboni) si succedono momenti di pausa, di ripensamento, di elaborazione del tessuto connettivo. I contesti sono legati da un filo, i messaggi delle Trovatore - la centralità dell'amore, la cura per le relazioni, la proposizione dello scambio , anche conflittuale, fra donne e uomini, l'attenzione alla lingua, l'autorità femmine - sono stati raccolti, riproposti e innivati dalle Preziose tre o quattro secoli dopo. Il pensiero di Christine de Pisan del XIV secolo è stato sviluppato da Moderata Fonte e da Lucrezia Marinelli nel '500, da Angelica Tarabotti nel '600, da Mary Wollstonecraft nel '700 e via via dalle pensatrici e attiviste dell' '800 e del '900. Le donne seguono tempi loro e decidono di apparire quando lo ritengono opportuno, avendo cura di tenere alla mente quanto alcune loro simili avevano detto in precedenza. E su questo penso che siamo d'accordo, ma è essenzialmente la relazione che stabiliamo con loro, o con qualcuna di loro, a filare il filo, a costituire il nesso.
Ultimamente ho accantonato la ricerca sul passato e sulle grandi
e mi sono dedicata alla memoria nel presente
Lavorando in concreto, alla ricostruzione della vita della mia
nonna paterna, ho visto questa non-interruzione: la nonna mi è
offerta come emblematica del chiaro-scuro delle donne nel panorama
storiografico. Una parte della sua vita era documentata dai dati
anagrafici, mentre una grandissima parte poteva essere ricostruita
solo in base ai ricordi di coloro che l'avevano conosciuta: niente
scritti di lei o su di lei, non lettere, diari, niente parole
sue riportate. La constatazione, in un primo tempo, mi sgomentò,
mi pareva ci fosse il vuoto perché, come molti altri e
altre, mi mantenevo fedele all'enunciato positivista, applicato
nelle mie precedenti ricerche storiche, "niente documenti
niente storia", dove per documento si intende un testo scritto,
approvato, accessibile a tutti.
Io questi non li avevo, perciò ho fatto un passo a lato
e oltre: ho molte fotografie di lei, dei figli, delle case in
cui abitò, delle città in cui visse, conservo numerosi
oggetti che le appartennero, indumenti, ventagli, gioielli, ne
porto il nome, custodisco il ricordo dell'affetto che molte e
molti avevano per lei. C'è una storia stampata dentro ciascuna/o
di noi: se non la si trascura a vantaggio di testimonianze più
appariscenti e accreditate culturalmente, se le si dà spazio
di attenzione, sfogo nella parole e/o nella scrittura, emerge
prepotentemente, con tutto il suo insospettato e ricco corredo.
Si ritengono generalmente valide soltanto le documentazioni scritte,
ma le immagini e gli oggetti, come i reperti della preistoria,
ben osservati, raccontano una loro storia che non ha nulla da
invidiare a quella edificata sui documenti ufficiali. Voglio dire
che, per raccogliere la memoria delle donne e dei rapporti fra
donne e uomini è sovente necessario ricorrere ad altri
strumenti, non ci si può rassegnare e dire "mancano
i documenti". Bisogna scavare e raccontare, non smettere
di scavare e di raccontare, anche su episodi o vite apparentemente
sbiadite o comuni.
Ma, nell'ascolto dei nostri ricordi, non ci sono vite comuni.
Poi ho lavorato sul silenzio, sul suo eloquente silenzio, sui
segni lasciati dentro di me, ho analizzato gli orientamenti e
le scelte della mia vita verso le quali la sua vita mi aveva indirizzato,
il ricco tesoro che aveva posto dentro di me: il mistero che ha
avvolto la sua vicenda umana, come quella di molte altre, è
stato spinta ad una ricerca senza fine.
Ho scoperto che avevo una relazione con lei, raggomitolata dentro
di me, che si è sfilata con l'indagine e poi con la scrittura.
Una relazione sostenuta dal desiderio di ridarle memoria e di
restituire, prima di tutto a me e poi alla famiglia, il suo ricordo.
La relazione amorosa che ciascuna/o mette in moto nell'atto del
ricercare è il tessuto che ricompone e tiene insieme le
parti della vita, le parti della storia.
Termino con la lettura di alcune bellissime pagine di Virginia
Woolf, in Una stanza tutta per sé ( Il Saggiatore, Milano,
1982, pp.100-101), pagine che inducono a riflettere sulle "vite
infinitamente oscure", quali sono sovente le vite di tante
donne: bisogna tenere molto alta la fiaccola per far luce in quelle
tenebre.
Comunque la maggioranza delle donne non sono né prostitute
né cortigiane; neppure passano i pomeriggi d'estate vestite
di velluto con un pechinese sulle ginocchia. Ma che cosa fanno
allora? E in quel momento mi apparve davanti agli occhi una di
quelle lunghe strade di periferia le cui case infinite sono infinitamente
popolate. Con l'occhio dell'immaginazione vedevo una signora molto
vecchia attraversare la strada al braccio di una donna matura,
sua figlia, forse; tutt'e due così rispettabilmente calzate
e impellicciate che il loro abbigliamento vespertino deve essere
un rito, con quei vestiti probabilmente conservati un anno dopo
l'altro, lungo i mesi d'estate, in un armadio pieno di naftalina.
Attraversano la strada mentre si accendono i lampioni (poiché
il crepuscolo è per loro l'ora favorita), come avranno
fatto da sempre. La più anziana ha quasi ottant'anni; ma
se le si domandasse che cosa ha significato per lei la vita, risponderebbe
di ricordare le strade illuminate in occasione dei festeggiamenti
per la battaglia di Balaclava, - o di avere sentito gli spari
dei cannoni a Hyde Park quando è nato il re Edoardo VII.
Ma se le si domandasse, desiderando di fissare il momento, con
la sua data e la sua stagione, che cosa esattamente stava facendo
lei il cinque aprile del 1868, o il due di novembre del 1875,
la sua espressione diventerebbe astratta: ci confesserebbe di
non ricordare nulla. Poiché tutti ipranzi sono stati già
serviti; i piatti e le tazze lavati; i bambini sono andati a scuola,
poi si sono sparsi per il mondo. Non rimane niente di tutto ciò.
Tutto è scomparso. Nessuna biografia, nessuna storia ci
può dire una parola su tutto questo. E i romanzi, pur senza
volerlo, inevitabilmente mentono.
Tutte queste vite, infinitamente oscure, sono ancora da registrare,
dissi io parlando con Mary Carmichael come se ella fosse accanto
a me; e mi allontanai con il pensiero lungo le strade di Londra,
sentendo la pressione di quel mutismo, l'accumulazione della vita
non registrata, di quelle donne agli angoli delle strade con le
mani ai fianchi, e gli anelli incastrati nelle loro dita grosse
e gonfie, le cui gesticolazioni ci ricordano il ritmo delle parole
di Shakespeare; oppure quelle venditrici di violette o di fiammiferi,
quei vecchi vagabondi seduti sulla soglia delle case; o quelle
ragazze senza meta i cui visi, come le onde sotto le nuvole e
il sole, riflettono l'arrivo degli uomini e delle donne e le luci
tremanti delle vetrine dei negozi. Tutto questo dovrai esplorare,
dissi a Mary Carmichael, con la lanterna accesa in mano.
Cito il sito Donne e conoscenza storica http://www.url.itdonnestoria/