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I fatti di Bellinzona tra il 1797 e il 1805
Una cronaca in diretta da oltre le mura

di Franca Cleis
scrittrice e ricercatrice della scrittura femminile nella Svizzera italiana

 

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Gli Atti, overo Annali del Nuovo Monistero di S.ta Orsola di Bellinzona dall'anno 1730 in avvanti..., un manoscritto rilegato con fogli numerati da 1 a 112(1), che copre il periodo 1730-1846, sono custoditi oggi, con altre carte, nel "Fondo Pometta"(2), presso l'Archivio cantonale di Bellinzona, e credo non avrebbero suscitato nel tempo l'interesse e l'attenzione di storici e ricercatori, se il Governo ticinese non avesse stabilito la sua sede in questo monastero, dapprima in forma provvisoria e parziale (una sola sala) nel 1803(3), e poi in forma stabile e completa(4).
Anzi forse, senza gli Atti, avremmo avuto anche uno storico in meno se, come scrive Raffaello Ceschi(5), non sarebbe "da escludere che sia stato proprio il solido volume vergato con calligrafia diligente, capitato nelle mani di un Giuseppe Pometta trentenne, a risvegliare in lui la passione per la storia della sua piccola patria bellinzonese e ticinese".

Giuseppe Pometta(6) ne entrò in possesso nel 1897 "per cessione fiduciaria dapprima da chi li deteneva in consegna"(7) e ne iniziò quello stesso anno pubblicazioni parziali, inizialmente nella Rivista degli studenti svizzeri "Monat Rosen"(8) poi, durante il corso di diversi anni, in alcuni giornali e riviste ticinesi(9).

Agli Atti attinse in seguito, intorno agli anni cinquanta, Virgilio Chiesa quando, redigendo la monografia storica Palazzo del Governo ticinese(10) si occupò dell'ex-monastero; qualche anno dopo, servirono come fonte ad Adolfo Caldelari per la pubblicazione de "Il palazzo delle Orsoline". Da Monastero a Residenza governativa(11), mentre forse è meno noto che ispirarono Elena Bonzanigo per il suo romanzo storico, Oltre le mura(12). In anni recenti il manoscritto è stato oggetto di ricerca, nell'ambito della storia delle congregazioni religiose, per Daniela Bellettati(13), e in quello dello sviluppo dell'istruzione femminile, per Francesca Ferraris(14).

Sono arrivata ad avere fra le mani gli Atti, fin'ora inediti nella loro completezza e dei quali sto portando a termine l'edizione, quando ero sulle tracce della scrittura femminile nella Svizzera italiana(15). Il documento risultò essere prezioso ed è certamente il più interessante che ho fino ad oggi rintracciato: un percorso narrativo polifonico, cronologico, lungo oltre un secolo, che mi permetterà forse di individuare e dare un nome a quell'autentica scrittrice ignota, che lo redige con grande perizia da pagina 16 a pagina 87.
Ma se ancora misteriosa continua ad essere l'identità della redattrice principale(16), che scrive senza mai nominarsi, misteriosa e tribolata rimane pure la storia degli Atti e l'effettiva datazione della loro stesura, fino ad oggi ancora non indagate.
 

La fondazione del monastero

Il monastero delle orsoline(17) di Bellinzona fu fondato nel 1730

dalli signori fratelli canonico Pier Antonio e consigliere Fulgenzo Maria Molli di Bellinzona coll'approvazione di Monsignor ill.mo, e rev.mo Giuseppe Olgiati in quel tempo vescovo di Como [...] con quatromilla scudi moneta di Bellinzona, e qualche cosarella di più, lire diecinove millequattrocentosessantaquattro, e soldi otto moneta di Milano, [...] con l'assegnazione d'un sedime di casa con una pezza di terra ortiva, e col piccolo oratorio ivi annesso esistente appresso alla chiesa collegiata di Bellinzona ove si dice alla Motta verso Monte Bello, che altre volte serviva d'abitazione del fu rev.mo signor arciprete don Filippo Emanuele Rusconi, insieme d'alcune suppellettili, e pochi mobili, proveduti per uso provisionale dalle due fondatrici, [...] e fu loro ingiunta l'obbligazione di accudire alla lodevole fondazione del nuovo istituto, insegnando a leggere, scrivere, cuccire, e le altre virtù proprie del loro sesso alle filiuole dei Borgeggiani, come pure alle zitelle educande, accudire con ogni attenzione, perché e nella pietà, e nelle altre parti vengano ad essere con profitto ammaestrate(18).

In qualità di cofondatrici e direttrici del nuovo monastero vengono chiamate a Bellinzona, da Mendrisio(19), suor Maria Gertruda Maderni(20) e suor Bianca Teresa Ghiringhelli(21), mentre vi entrano come educande: Orsola, nipote del canonico e figlia del fondatore Fulgenzo Maria Molo-Sermayno(22) e Cornelia Baciliera "anch'essa parimente nipote delli signori Fondatori dipendente però d'una sorella ed una serva chiamata Margaritta Ghittina. Ed ivi fu data loro la regola manuscritta dal Monsignor Olgiati"(23).

clicca per ingrandire l'immagineNel giro di pochi anni le religiose sono quattordici (e tra queste c'è la figlia del fondatore, Orsola che ha assunto il nome di suor Fulgenza Marianna(24)), e due converse. La sede "alla Motta" senz'acqua e senza forno(25) crea disagi alle monache e si rivela insufficiente, per cui i due fondatori progettano un ampliamento che però incontra rifiuti e suscita grossi malumori, trovandosi troppo a ridosso della Collegiata, e crea tanti affanni al canonico Pier Antonio Molo che muore di "morte subitanea" il 2 giugno 1736(26). Il fratello, luogotenente(27) Fulgenzo Maria, vista l'impossibilità di realizzare questo progetto ne propone un altro, che questa volta solleva l'opposizione dei Padri Benedettini, e dell'abate Principe d'Einsiedeln, i quali vantano diritti sulle proprietà confinanti. Sconfitto, ma non abbattuto, il luogotenente, sostenuto dall'arciprete Carlo Francesco Chicherio, decide allora la costruzione del nuovo monastero vicino alla chiesetta di Loreto(28), in zona Orico, fuori le mura. Cede la sua proprietà, raggruppa altri fondi(29), ottiene altre donazioni importanti(30) e "presente donque il rev.mo signor arciprete con le solite cerimonie dal signor fondatore fu posta la prima pietra fondamentata alli 9 aprile 1738 e cominciossi la fabrica dalli medesimi con cuor magnanimo e verso Dio liberale come si vede dalla magnificenza della stessa fabrica"(31), mentre martedí, 6 agosto 1743, le monache "processionalmente cantando il Tedeum e le litanie della Vergine ss.ma si trasferirono nel novo collegio sotto li auspicii della medesima"(32). Madre superiora è in quel momento Bianca Teresa Ghiringhelli, madre Maria Gertruda Maderni è la vicaria, mentre le religiose, "comprese le due fondatrici erano n. 18 e n. 6 le zitelle"(33).

Nemmeno un anno dopo l'opera compiuta, l'8 maggio 1744, Fulgenzo Maria Molo muore in casa della figlia Cornelia, maritata Chicherio, e cosí ne viene riferito negli Atti

Dal fine di marzo dell'anno 1744 si amalò il signor fondatore non possano ridirsi le orazioni, e fervorose supliche mandate al cielo dalle religiose per implorarne la salute al suo amorevolissimo e cariss.mo fondatore. Con tutto ciò piaque a Dio chiamarlo a sé il dí 8 maggio 1744 sí che le povere monache rimasero sopramodo afflitte; né si potero consolare se non sperando avere un'avoccatto in cielo. Le porsero e porgano sempre continui sufraggi, tanto a l'uno come all'altro de due signori fondatori defonti a' quali per obbligo di gratitudine si deve avere anche da posteri non meno, che da presenti continua e grata memoria del morto, che feccero nella fondazione di questo collegio. In morte l'amorevolissimo signor fondatore lasciò scudi 1500 questo legato non fu però un novo regallo, ma rimborso di certo capitale donato per la fondazione e che esso signor fondatore lo adoprò nella fabrica(34).
 

I due partiti e l'interrogatorio

Volere, fondare, costruire un monastero, con annessa scuola(35), non è solo atto di devozione, ma è pure dimostrazione e affermazione di potere nel borgo(36), tanto che la figlia del fondatore, suor Fulgenza Marianna mira, sin dalla sua vestizione a diventare superiora. Perduta la protezione paterna, ma con alle spalle un'ampia famiglia con alte relazioni, reclusa ormai da diciassette anni non sopporta più il suo ruolo subalterno, vuol godere di privilegi, di maggiore libertà e rende la vita difficile alle madri Maderni e Ghiringhelli che, puntualmente, ad ogni capitolo, vengono invece confermate nel loro ruolo dirigente.

Nel 1747, suor Fulgenza Marianna, approfittando della visita a Bellinzona del vescovo, monsignor Agostino Maria Neuroni(37) con il quale intrattiene rapporti privilegiati, riesce a farsi nominare superiora, ma ciò sarà causa, per il collegio e per le monache, di molti guai, che non finiranno nemmeno quando lei, ritornata semplice suora, lascerà burrascosamente il monastero, la notte del 28 gennaio 1751(38).

È stata fatta superiora in occasione di visita come sopra ad insinuazione dello stesso monsignor vescovo, a cui richiesta del mio voto dissi che ciò facevo per l'amore di Dio, ed in grazia di detto monsignore, poiché in realtà non mi sembrava abile per allora a far la superiora, ma il fine poi che avesse monsignore io non lo so. [...] E credo che in tutto il suo triennio non sia venuta al comun lavorerio, che due o tre volte in circa, perché in quel tempo trovavasi sempre occupata in sala ora con l'uno, ora con l'altro, ma più frequentemente con il signor capitano Tatti(39).

La storia di suor Fulgenza Marianna e la sua nomina a superiora sono strettamente legate alla storia degli Atti che lasciano il monastero insieme a lei, come risulta dall'interrogatorio dell'arciprete e delle suore, che viene esperito dal 14 al 26 aprile 1752(40) da Giambattista Bianchi(41), delegato dal vescovo, per appurare la verità dei fatti collegati a questa partenza, fatti che hanno gravemente danneggiato la reputazione del monastero.

Veramente per lo passato, e specialmente sotto il governo della madre Mola si sortiva frequentemente con grande abuso, e libertà a divertimenti, e grotti in numerosa compagnia dell'uno, e l'altro sesso, ove concorsero anche in un giorno di carnovale molte persone mascherate con ammirazione, e scandalo del Borgo, di cui è pubblica voce, e fama...(42)

La scomparsa degli annali e dei libri dei conti, obbligano la madre Maderni e l'arciprete a riscrivere, certamente con estrema accuratezza, tutta una serie di documenti che vengono prodotti al momento dell'interrogatorio, documenti nei quali è ricostruita in modo dettagliato la storia finanziaria e sociale del collegio, dalla sua fondazione nel 1730, e della sua gestione fino al 1752.

Gertrude Maderni arriva a redigere perfino la "Prematica della mensa praticata nell'anno 1744 ed in seguito fino di presente 1752 - Nel nostro collegio", pagina manoscritta inedita(43), importante perché in calce alla stessa è di nuovo confermata la scomparsa degli Atti.

Il fatto che suor Fulgenza Marianna sia stata nominata superiora per "insinuazione" del vescovo è ribadito da tutte le monache interrogate(44), cosí come tutte confermano la condotta "leggera" della Molo che durante il suo superiorato trasforma il monastero in un "castello" dal quale esce ed entra a suo giudizio, riuscendo pure a far modificare dal vescovo Neuroni le Regole, che ne stabilivano la clausura.

In tempo di mia professione viveva il collegio colle regole di monsig. Olgiati, tra le quali oltre li voti di castità, ed ubbidienza vi era clausura per li uomini e non si sortiva per lo più che collegialmente. Ora il collegio vive colle regole prescritte da monsignor Neuroni, in virtù delle quali possiamo sortire anche a due a due, e ci è stata levata la clausura per li uomini: possiamo pernottare fuori del collegio con licenza del detto monsignore nostro vescovo(45).

Come pure è ribadita dalle suore interrogate l'esistenza all'interno del collegio di due "partiti" l'uno favorevole alla madre Maderni e l'altro schierato a fianco della figlia del fondatore.

Discordie ve ne sono state moltissime e frequenti, originate specialmente da suor Fulgenza Marianna Mola, e da altre cinque lei aderenti per motivo della riforma delle regole, che meno strette si pretendevano dalla sud.a suor Fulgenza Marianna Mola, e suo partito, contro il voto della magioranza, che pretendeva si dovessero stampare, e nuovamente pubblicare quelle di monsignor Olgiati(46).
Sul principio anno procurato colle buone di ricondurmi al loro partito, ma ve[de]ndo che io non ero più pieghevole alle loro lusinghe si misero a minacciarmi, a perseguitarmi in molte maniere: una volta mi aprirono una lettera venuta da Como con entro una copia della mia ritratazione, perlocche si infuriarono piuche mai, dicendo che io ero una buggiarda, una maligna e spergiura(47).

L'interrogatorio dell'arciprete e delle religiose con i relativi allegati, in più di 300 pagine manoscritte, fa pure finalmente chiarezza sui veri motivi che hanno portato Fulgenza Marianna e la sua compagna Francesca Lucia ad uscire dal convento(48), mentre negli Atti, unica fonte fino ad oggi consultata dagli storici, questi fatti sono narrati a posteriori in modo sommario e parziale

Terminato il governo della signora Fulgenza Marianna essendo restato vacovo il casino delle educande la sudetta signora Fulgenza Marianna cercò di abitare nella stanza, che in detto casino serve per la maestra dicendo voler abitarla con la signora Francesca Lucia per soli due mesi. La superiora ebbe qualche dificoltà in concederla. Di lí a pocco fu cercato alla superiora di ricevere una educanda forastiera ed arivò la detta il dí 14 genaio 1751. Fecero il Capitolo e terminato, la superiora ricordò alla signora Fulgenza Marianna la promessa di ritirarsi venendo zitelle, ed essa rispose non poteva subito farlo per essere attualmente amalata la signora Francesca Lucia. La figlia entrata in collegio la tenne a riposare la madre vicaria passati alcuni giorni di novo la superiora disse alla signora Fulgenza Marianna, che dovesse prendere una delle stanze libere a titolo di figlia del fondatore le concedeano per agiustarla in tanto si rimetteva in forze la compagna per poi trasferirsi. Essa sogionse non aver bisogno d'altra stanza e quando fosse guarita l'inferma sarebbesi portata nella sua. La superiora non tralasciò d'avisarne il prelato il quale rispose in lettera, che sicuramente doveva sgombrarsi il casino delle educande e con queste precise parole - In caso di renitenza ella senz'altro scrivere nota faci da superiora. Ricevuta che ebbe tal ordinazione abenche con spiacimento per aver adoprar inusitata violenza il giorno 28 genaio 1751- disse novamente alla signora Fulgenza Marianna, che essendo indisposta la madre vicaria conveniva levare la figlia di sua compagnia, che però neccessariamente doveva mettersi nell'abitazione propria, e la replicò di portarsi a vedere la stanza, che più li era in agradimento e di compagnia s'aviarono a prendere la elezione. Ravisata che l'ebbe disse, che la mente del prelato era di darle una delle migliori stanze. Replicò l'altra d'altre stanze non essere ella padrona essendo abitate dalle religiose e delle libre ben vedea essere quella la migliore. Adirata di tal risposta sogionse io non la voglio. Accorsero subito li parenti e volevano si rimettessero i leti almeno per una note, a tal effetto il signor delegato convocò le monache a Capitolo e toltone due voti li altri negarono il permesso. Due religiose fecero esebizione della propria stanza per vedere d'aquietarle ma fu invanno stando ferme in non cedere un ponto. Chiesero licenza dal signor delegato di sortire, che non volse darla come fece anche la superiora. Dovette bensí ad istanza del detto signor delegato benedirle ma lo fece protestando che le benediceva sí ma non intendevasi di concorrere al permesso di partire non avendo l'arbitrio. Partirono con li cognati signori Tatti e la madre, che le condusse in propria casa(49).

Il libro originale degli annali ha lasciato dunque il monastero insieme a Fulgenza Marianna(50) nel 1751, e non verrà più ricuperato. La fuggiasca, con la sua compagna Francesca Lucia Paganina, si trasferirà a Lucerna presso quel collegio delle orsoline, e intenterà continue cause legali contro le ex-consorelle, provocando loro gravi tribolazioni, per circa un ventennio(51).

Scrive infatti la madre Gertrude Maderni al vescovo di Como, il 2 luglio 1767

Quali figlie afflitte al suo amantissimo Padre queste mie religiose meco unite genuflesse ai di Lei piedi imploriamo la possenza, e zelante protezione di VS. ill.ma, e rev.ma nelle nostre gravi indigenze, e nella presente occorenza per le due di Lucerna nella ristituzione delle loro doti, e frutti. Sabbato prossimo scorso l'ill.mo signor arciprete nostro vicario personalmente c'intimò le lettere sue monitoriali per la consegna delle sudette doti e frutti. Le religiose con me sempre state ubbidienti alli rispettabili ordini della santa Congregazione, e di VS. ill.ma, e rev.ma pronte sono ad eseguire quanto loro viene prescritto; e sebben trovasi il collegio miserabile di sostanze, ed in angustie per essere da' debiti aggravato, stante anche le annate scarse, ciò non ostante per vivere in santa pace sono contente a restituire alle due di Lucerna le loro doti, e frutti dal giorno di loro volontaria partenza seguita il 28 gennaio di sera nel 1751 senza veruna permissione del Superiore. Le religiose trovansi aggravate del fitto delle doti fissato da VS. ill.ma, e rev.ma al 5 per cento, quando che nel paese gl'impieghi buoni rendano il quattro, o al più il quattro, e mezzo, essendo di dovere, che non si dia di più di quello si è ricevuto, e massime anche che la dote della suor Francesca Lucia Paganina è stata riscossa in quel tempo, e impiegata nella fabbrica. Per ubbidire alli venerat.mi di lei ordini mando al signor Canceliere de Ponte li ricapiti giustificanti le doti delle due che sono 400 scudi di Bellinzona per cadauna(52).
 

I "nuovi" Atti

La prima pagina di quelli che chiamerei i "nuovi" Atti è redatta con grafia molto incerta dall'arciprete Carlo Francesco Chicherio, che annota sul frontespizio

ma non avendo io arciprete per le mie sovraggiunte indisposizioni, e diversi gravi impicci potuto proseguire l'opera ideata, cui appena con un foglio ho dato l'incominciamento, sarà questa proseguita, e continuata dalle stesse religiose, o' d'altre persone secondo l'occorrenza

Carlo Francesco Chicherio, arciprete di Bellinzona, cofondatore e benefattore insieme ai fratelli Molo-Sermayno del monastero, amministratore dello stesso dal 1730 al 1743, il 23 novembre 1757 "amalosi gravemente e fu dai medici giudicato vicino il suo transito" come registra la cancelliera Chicherio(53) e "spirò nel Signore circa le ore diecisette in giorno di sabato vigilia del santo Natale [...] fece testamento, nel quale obbligò li signori nipoti eredi continuare al collegio la carità mensuale di l. 50: sino l'anno 1784 inclusive..."(54).

Si può dunque ipotizzare che l'arciprete, ammalato ed essendo il monastero ancora sprovvisto degli Atti trafugati dalla Molo, diede l'avvio ad un nuovo quaderno (quello attualmente conservato), poco prima di morire. Questa ipotesi sembra confermata dal fatto che alla pagina 2, nella frase d'esordio, la redattrice scriva "Essendo pure disposizione del Cielo aciò le religiose fossero singolarmente assistite nello spirito dal rev.mo signor arciprete già mentovato come lo fece con carità indefessa...".

La cronaca degli Atti continua poi snodandosi apparentemente in modo regolare negli anni. Incursioni nel futuro a più riprese ci fanno pensare che la scrittura sia ricopiata e ricostruita a posteriori, in base ai documenti prodotti dalla madre Maderni durante l'interrogatorio e ad altri quaderni di minuta.

Ad esempio tra il 1739 e il 1740, alla pagina 5, si annota un evento che sappiamo accaduto il 28 gennaio 1751

La chiesa esteriore fu donata dal borgo con le campane e varie supeletili delle quali non si po' registrare qui l'inventario per avere come si disse la signora Fulgenza Marianna portato seco il libro in cui era notato quando sortí del collegio.

Cosí, mentre si fa la cronaca del 1752, si dà notizia di un fatto "come ognuno sa" che si svolgerà nel 1754

In questo intervallo di tempo monsignor vescovo ricevette dalla sagra congregazione de vescovi ricevette dico ordine di far esaminare le religiose e furono delegati il signor avocatto fiscal Bianchi il signor Podazza, ed il signor dottor Pancaldi li quali arivarono il giorno 16 aprile 1752 e l'alogio l'ebbero in casa del rev.mo signor arciprete. Li esami qui non si ponno riferire perché furono fatti segretamente ognuna separata, po' ben arguirsi quali fossero del risultato poiché mandati a Roma dal prelato e diligentemente inquisiti e stampati; il dí 28 febraio 1754 fu emanata la sentenza, come ognuno sa favorevole al collegio ed alle fondatrici e si conserva nella cancelleria manuscritta con il sigillo del Cardinale ponente, che fu l'emenintissimo signor Cavalchini(55).

Nel 1758, a pagina 15, la cronaca conosce un importante arresto, per poi riprendere, alla pagina 16, ma con questa premessa

Qui termina la relazione delle cose nostre distesa dalla rev.da madre Maria Gertruda Maderni, e sig.a cancelliera Francesca Antonia Chicheria, che poi uscí come dirassi qui sotto, ed io cancelliera presentanea, per ordine della rev.da madre Marianna Giuseppa Chicheria attuale superiora proseguirò a riferire le cose più importanti. Protesto che quanto alle cose che non sono passate sotto a miei occhi, che registrerò, li seppi per relazione di persone ben informate, e degne di fede, e protesto ancora, che scrivendo de mancamenti di qualche persona non intendo di offendere il di lei buon nome, perché molte volte i falli non dippendono da malizia di volontà, ma da innavedutezza o errore dell'inteletto.

La nostra autrice esordisce dunque in questa pagina indicando l'anno 1760 e dichiarando essere in quel momento madre superiora Marianna Giuseppa Chicherio(56) che fu nominata tale solo il 15 ottobre 1783. La cronaca è quindi ricostruita a ventitre anni di distanza?

Il testo degli Atti scritto in bella grafia, privo di correzioni e modifiche, nonché la documentata scomparsa del libro originario ci fanno pensare che la redazione avvenga dapprima su quaderni di minuta e poi sia trascritta. La calligrafia sempre uguale, da pagina 16 a pagina 87, e lo stile ricco di particolari e di osservazioni personali, fanno ipotizzare che la persona che lo compila in quel periodo possa essere la medesima.

A partire dal 14 gennaio 1769 la cronaca si arricchisce di aneddoti e si rivela talmente minuziosa da indurci a credere che la minuta sia stata redatta in un "passato" relativamente recente. Alla morte di suor Teresa Rosalia Paganini la redattrice dedica ben due pagine per raccontarci vita e virtù di questa monaca, e cosí a tutte le morti delle consorelle ne traccerà la biografia. Anche fatti esterni al convento diventano argomento di scrittura, come ad esempio i fuochi d'artificio del 1776, che la suora afferma di non aver visto, ma che descrive abilmente.

Sul finir d'agosto del sud.to anno seguí nel nostro Borgo la solenne traslazione del corpo del santo martire Fulgenzo dall'antica alla nuova maestosa capella fabricata nel'estremità del latto destro della Chiesa Maggiore.
Non sarà fuor di proposito il darne qui un breve raguaglio, tanto più che vi entrano cose che riguardano la nostra comunità. Fu preceduta la traslazione da un tridovo fatto con una straordinaria magnificenza di sontuoso apparato di tutta la chiesa, di scelta musica eseguita da buon numero di valenti professori in canto e suono della città di Milano sotto la direzione d'uno de più accreditati maestri di quella città, di archi trionfali, ed iscrizioni a tutte le porte del borgo d'illuminazioni nelle sere di fuochi d'artificio e di sparo delle arteglierie de nostri castelli. Nella penultima sera si diè fuocco ad una macchina ben ideata. Questa per quanto ci fu rifer[i]to rappresentava un gran tempio alla di cui base si saliva per un ampia gradinata. Venuta l'ora prefissa per mezzo d'una incendiaria colomba sciesa dal castello d'Altorffo comparve dal fondo alla cima tutto illuminato il tempio, che poi a parte a parte, e con ordine andò strugendossi in vari giuochi di fiame che or scendevano al capo a guisa di piogia, or s'agiravano all'intorno come ruote luminose or sembravano un sole tutto attorniato dai raggi or vibravansi altro(57) qua e la scorendo luminose per l'aria, e con altri simili schersi avicendati sempre da sonori colpi, che faceano un gratto rimbombo per le nostre contrade. Nell'ultima sera si diè fuoco ad altra machina nella piazza di santo Stefano, era minore della prima, ma dicono che andò assai bene. Fu essa pure accompagnata d'un grandissimo sbaro dei Castelli, d'illuminazioni, e di vari barilli di rasa che si abbrucia<ro>no nella stessa sera.
Col previo aviso di queste feste venne una tale quantità di qualificati forastieri dal milanese e da borghi circonvicini, che oltre i pubblici alberghi n'erano piene le case di particolari. Venne pure ad onorare queste fonzioni monsignor Mugiasca nostro vescovo, non meno per secondare l'invito del signor arciprete Chicherio, che lo tratò in sua casa colla solita sua splendidezza, che per istinto di sua pietà e ancora per l'affetto che portava al nostro borgo, da cui riconoscea l'origine la nobile sua famiglia.
Qui è da notarsi che un pio sacerdote che potea molto su l'animo di monsignor vescovo pensando di far cosa gratta alle nostre religiose, avea dallo stesso monsignore ottenuta licenza che potessimo salire sul Castelo d'Altorfo a vedere l'incendio della sudetta machina, ma restò sorpreso, e molto edificato, quando udí che tutte d'accordo sacrificando la loro curiosità all'osservanza della Regola di non uscire di notte dal chiostro rifigitaron(58) la grazia(59).

La religiosa dunque, approfitta della redazione degli Atti, che di regola registrano vestizioni e morti, per manifestare le sue opinioni, per esprimersi con ricchezza di particolari e con tale competenza linguistica da portarci a ipotizzare che possa essere la maestra delle educande che si rivela, come confermano le pagine 47-69 pubblicate qui di seguito, relative ai fatti di Bellinzona, tra il 1797 e il 1805, una vera scrittrice.

[1769] Li 17 luglio seguí la visita di monsignor Mugiasca celebrò la santa messa, ci comunicò tutte di propria mano e si fece il trono nella Chiesa esteriore. Entrò nel coro, per la portina del campanile e fece l'esequie alle religiose defonte. A voluto parlare a tutte le religiose, ciascuna in particolare. Pranzò nella stanza vicina alla sala, e non mangiò, che due ova una minestra, e un poco di panna con i biscotini. Al dopo pranzo tenne cresima nella chiesa esteriore. Disse che si potea tenere il Santissimo al giovedí e venerdí santo ancora con minori lumi come si è di poi praticato accendendone solo cinque. Concesse alcuni giorni d'indulgenza a chi recita un'avemaria alla Madona di Valdo che sta a piedi della scala grande. Benedisse Iddio, che avesse ritrovate queste religiose in somma pace, e contentezza. Ordinò che si accrescesse la dozzina per l'educande(60).

Se la casa "è purtroppo un luogo di silenzio per lo storico"(61) le grosse mura del monastero di santa Maria di Bellinzona e quelle dell'abitazione tra il 1798 e il 1803, si rivelano invece, attraverso le pagine degli Atti, una fonte significativa, tanto più che, in particolare per gli anni 1797-1803, come scrive Stefano Franscini, agli eventi occorsi nei distretti superiori (Bellinzona, Riviera, Blenio) "v'ha una rincrescevole penuria di notizie anche per rispetto a fatti che potrebbono meritare d'esser ricordati"(62).

Nel 1798, in seguito all'arrivo delle truppe a Bellinzona, le monache "nel tempo che cocea il pane", dovettero lasciare precipitosamente il convento e rientrare nelle loro abitazioni. La redazione degli Atti, oltre le mura del convento e fra le mura di casa, continuerà però puntualmente, mescolando sacro e profano, e trasformandosi in preziosa cronaca storica(63).

[47]
1797 Li 31 gennaio in giorno di martedí, vestí l'abito religioso la signora Antonia figlia del signor Giovan Antonio Fratacola, e signora Nattala Tonassina. Prese il nome di Giuseppa Serafina. Fece li Santi Esercizi dal rev.mo padre Prevosto don Nicolao Vedani, confessore attuale del monastero.
anno sudetto alli 20 febbraio vestissi religiosa corista la signora Maddalena figlia del signor Fulgenzo Zezio, e signora Francesca Tatti, prese il nome di Francesca Antonia. I Santi Esercizi li fece dal sudetto rev.mo padre Prevosto, assieme della predetta novizia.
In quest'anno incominciarono a scuscitarsi [sic] dei torbidi in Lugano, e nelle loro vicinanze, cagionati dai sorgenti(64). Recarono nel nostro paese grandi timori, che poi sparirono(65).
[48]
1798 agli 2 febbraio giorno dedicato alla Purificazione della B.V. fece la professione la signora Giuseppa Serafina Fratacola. Nelle mani del rev.mo signor arciprete don Fulgenzo Sacchi(66) sotto il governo della madre superiora Giuseppa Catterina Molo(67)
Anno sudetto 25 febbraio domenica prima di quaresima, circa le ore 16:1/2 Fece la professione la signora Francesca Antonia Zezi. Nelle mani del rev.mo signor vicario Sacchi - sotto il sudetto governo. Queste due religiose furono le prime che godettero il privilegio d'essere esentuate di molti accessori. Come vedesi al fine di questo libro. Pagarono la dotte solita di scudi 750 moneta di Bellinzona.
Nel sudetto mese si rinovarano le sciagure di Lugano, e sucessero omicidi, sacchegi, prigionie(68). Di maniera, che un rapresenta[nte] atterito(69) d'una sí funesta tragedia partí sul far della notte secretamente da Lugano, e arrivò parimente di notte in Bellinzona(70)<Questi> Cercò tosto udienza dal nostro Comissario(71) e questi, che era uomo pavuroso all'eccesso, udendo tali raconti, e sentendo di piú, che i cosi detti, Cisalpini sarebbero al piú longo gionti alla mattina in Bellinzona; mandò ad avisare li padri benedetini, e quanti Tedeschi facoltosi si ritrovavano in Paese. Tutti si misero a caricar bagliagi delle miglior loro sostanze, e a prendere con esse la fuga. Duonque andavano empivano ognuno di spavento. E da notarsi che il sudetto rapresentante era, per il timore delle passate sciagure, divenuto come pazzo, e disse assai piú del vero. Alla matina il nostro paese fu tutto in iscompiglio, e vennero a raccontare a noi pure queste sciagure. I parenti delle nostre educande, che erano da circa dieci, vennero a levarle, con i loro coredi, sembrando loro che a momento dovessero venire i detti Cisalpini. Il signor dottore Carlo Francesco Molo(72), per acertarsi, mandò una stafetta verso Lugano, la quale ritornò alla sera con dire che non erano Cisalpini, ma sorgenti, e che si erano ritirati a Bissone, e a Mendrisio. Da qui si deve notta[re], prima
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di non credere troppo facilmente, poi d'informarsi da persone sagge, e non fanatiche. L'intimidito Comissario, appunto per non aver prese le dette informazioni, ritornò in paese; ordinò <una> immantinente una leva chiamata Guardia Nazionale; fu cagione che venissero quei di Leventina in armi, e cagionò al nostro borgo una grande spesa; e afflizione. Durò poco il sogiorno del Comissario poiché sentendo che i Luganesi aveano scosso il giogo de loro Sovranni, e piantato l'albero della libertà, prese secrettamente la fuga. Quello che piú afflisse noi si fu che in maggio si dovea fare i Santi Esercizi, e già due obblati del collegio di Rò erano poche leghe da noi lontani, quando li sopragiunse una staffetta ad anunziarle che veniva sopresso il loro collegio, e che ritrocedessero il loro camino.
Nello stesso maggio si piantò ancora in Bell[inzon]a l'albero della libertà(73), e fu dal Gran Consiglio d'Arau(74) eletto prefettatto nazionale il cittadino Giuseppe Rusconi(75).
Agli 11 agosto il detto prefett<t>o<to>, per ordine parimento d'Arau. Venne con il cittadino Gianotti membro della Camera Amministrativa, e li cittadini Giuseppe, e Vittore Ghiringhelli secretari. Ci fecero un esato inventario di tutta la rendita; e de supeletili di ciascuna officina. Di piú fu sequestratta tutta l'entratta, e mobile d'ogni sorta. Fu inoltre proibito il vestire, e professare religioso. Tal divietto ci mise in agitazione temendo la totale distruzione del collegio. V'era di fatto una giovine educanda d'Altorffo che avea vocazione di farsi monaca e non si poté vestire, ciò riusci di nostro disgusto, essendo una buona giovine. In quel tempo si udivano cattive nuove per riguardo alla nostra sussistenza, e la superiora non mancava di racomandarsi, or al signor arciprete, or al prefetto nazionale, ed or al presidente(76)
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della Cammera Aministrativa, e tutti ci davano buone parole, e ci favano sperare un felice esito. Ma che al primo anonzio che veniva in Bellinzona truppa, per poi passare nella Mesolcina, si mise tutto il paese in iscompiglio per timore di dover allogiar soldati nelle proprie case, e la Municipalità, e i privati accorsero dai magistratti insinuandoli che levassero le orsoline, e mettessero nel loro chiostro il militare. Tanto dissero, e tanto ottennero. <Tanto dissero, e tanto ottennero>. Impercioché nello stesso giorno la Cammera Aministrativa ci mandò una lettera del tenor seguente. Le religiose orsoline ritireranno assieme le loro robbe al caso che questa sera venisse militare ... Alcune religiose, rifletendo a quella parola, al caso venisse, non volevano mandar fuori del monastero i loro coredi, ma i nostri congionti, piú aveduti di noi, mandarono le persone di servizio a levarceli. Diffatti in quella stessa sera venne una compagnia di soldati, ma il capitano si protestò, che ne lui, ne i suoi soldati volevano pernotare fuori del borgo; a tale anonzio si siamo alquanto consolati, ed abenche fossimo senza letto, non abbiamo voluto sortire. Il giorno seguente si rinovarono le suppliche al Presidente, che posto che i soldati non volevano pernotare fuori del borgo ci lasciassero tranquille nel nostro monastero. Parea disposto a favorirci, ma quella speranza ci recò maggior danno; poiche si mandò a riprendere i letti, si siamo messi a far il pane, ed i soliti dolci, e ad altro non si pensava che a stabilirsi nuovamente nel nostro monastero. O Dio! Nel tempo che cocea il pane, venne un secretario della Camera Aministrativa con lettera del presidente, sottoscrita ancora del prefetto, che dovessimo sortir, al piú presto fattibile, che a momenti veniva una compagnia di granatieri, e che non sapevano dove allogiargli. V'era insieme un municipalista, con ordine, che tutte le monache lasciassero, a beneficio de soldati, i propri letti, e quelli del monastero, che servivano per l'educande forastieri, questi erano quatro; ci obbligarono ancora a lasciare tutte le batterie di cucina, prestino, e infermeria. I tavoli, pangalli. Tutta la legna d'abruciare, i soli borelli erano piú di mille, oltre 300 stanghe di fresco comprate; e la stalla piena di fassine...
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In cosi scarso tempo, non si sapea dove ripore, ed a chi consegnare gli arredi della sacrestia, e tutti gli mobili delle altre officine, che non doveano servire per la truppa. Ci mandò a dire il presidente, e prefetto, che dovessimo ripore il tutto in due, o tre stanze, che essendo militare subordinato, non averebbero involatto nulla. Oh Dio! Non si era ancor terminato di rassetare le dette cose che si sente il tamburo, e già entrano i soldati in monastero. Per non incontrargli, sortirono le religiose, parte della vigna, dove v'è la porta detta dei Gorla, ed altre sortiro[no] di chiesa.
Non si può esprimere con quanto dollore si separavammo, e con quanta confusione, andavammo il giorno seguente alla chiesa; all'incontrarsi ci cadevano le lacrime. Il signor arciprete, ed i nostri congionti, per timor che i soldati ci facessero qualche sprezzo, stimarono bene che deponessimo il velo, e si vestissimo di secolare.
La stessa notte che entrò il militare in monastero, forse perché con loro non dimorò il capitano, ruppero tutte le serrature, e fecero guasto di quanto ritrovarono. Involando il piú prezioso, cioè il gallone delle pianete, e piviale - le mostrine della sante reliquie, e molta biancheria. Sforzarono le porte della cantina, dove vi era ancor tutta la raccolta del vino. Nel levare il rimasto si ritrovò che ne mancarono piú di 18 brente. Se con ciò fossero terminati i danni sarebbe statta cosa tolerabile. All'uscire una compagnia ne entrava un altra, e tutti facevano qualche nuovo guasto. Non avendo piú legna stagionatta, levarono tutta quella della vigna, e delle spaliere.
1799 La notte dei 7 marzo con gran silenzio partí il militare, che era composto da settemille combatenti, per sogiogare la Mesolcina, e tutto il Grigione (come le riuscí), perché entrò nello stesso tempo in Coira dalla parte del Reno; l'armatta franc[e]se comandatta dal Generale in capo Lebrugha(77).
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I Francesi che allora rimasero nel borgo erano li artisti, le donne degli officiali, ed altri pochi di guarnigione. In quell'epoca la Camera Aministrativa comandò con premura al signor Giuseppe Mariotti, che facesse lavorare la vigna del nostro recinto; ciò riuscí di molta spesa perché si dovette comprare tutto il legname, necessario per la medema. La superiora vedendo riffatta la vigna, e vedendo altresí che quei pochi Francesi erano quasi tutti dipartiti nelle case private, col consenso delle religiose scrisse il presente memoriale.
Le monache del collegio di S. Orsola
Alla Camera Amministrativa del Cantone di Bellinzona
Amministratori - Bellinzona 7 aprile 1799
Dal decreto del Diretorio esecutivo che riguarda unicamente il nostro mantenimento appare che noi non avremo ad entrare nel nostro monastero. Noi non sappiamo quali mire possa avere il Governo su quel fabbricato, perciò supposto che il nostro chiostro non abbia già altro destino, vi preghiamo tutte o cittadini amministratori, a voler fare presenti al Direttorio i nostri voti affinché quando detto chiostro venga ristaurato noi vi possiamo rientrare.
Il cittadino viceprefetto ha già ricevuta la deposizione della nostra volontà quando a nome del Governo c'interogò ciascuna singolarmente qual'era la nostra intenzione riguardo al nostro stato presente. Noi non facciamo per tanto adesso, che rinovare quella confessione, lusingate che la Republica non avrà alcun piú solenne motivo che cene impedisca leffetto - saluti, e stima. ...
L'esito di quel memoriale, fu simile a quello che siera mandato per ottenere la pensione, cioè di non risponderci. Anzi non sie marcato, che poco dopo sortite, in vece di soccorerci ci hanno fato pagare rigorosamente la contribuzione, e la taglia. Si rinovarono piú volte le suppliche per avere i nostri letti, e qualche soccorso, ma
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il tutto fu in danno. Si verificò in noi il detto di scrito "che maledetto è quel u'omo che confida nel u'omo". Parea incredibile che persone, che prima di sortire da monastero, sembrava che avessero tutta la propensione per noi, ci trattassero in simil guisa. Impariamo da ciò a non fidarci dalle creature, e da questo falace mondo; ma solo di Dio, che mai abandona chi di Lui si fida
Circa l'affine d'aprile del detto anno 1799, arivavano in Milano i Tedeschi, per la qual cosa intimoriti quei pochi Francesi, che si ritrovavano in Lugano vennero nel nostro borgo e alla notte precedente al primo maggio partirono tutti. La mattina vedendosi i bellinzonesi solevati da tanti disturbi, e spese, davano segni di gran contento, e la nostra superiora avea deliberato (no[n] già di scrivere) ma d'andare in persona dal prefetto nazionale, affin d'impegnarlo a dar immediatamente ordine che si ristaurasse il monastero, onde rientrare le religiose. Nuova burasca. Appena terminata la processione, che ogni anno si fa il primo maggio. ecco entrar armatti li paesani d'Isone, che ad imitazione di quei di Colla, che aveano pochi giorni prima sacchegiato varie case di Lugano, ed ucisi da circa cinque persone. Fra questi l'abate Vanelli(78) gazettiere. Dicevano di voler morto il prefetto, viceprefetto, presidente, e varie altre principale persone, e poi sacchegiare le loro case. Si poteva con facilità dalle finestre ucidergli tutti, perche eran pieni di vino. Ma usarono in vece grande prudenza, e carità. Andarono quelle persone che non avevano di mira a placargli con buone parole; gli diedero del danaro, da mangiare, e da bere, e con buone maniere l'instradarono per la lor terra. Fossero qui finite le sciagure. La mattina seguente giorno di domenica, si sente nuovo scompiglio, e fu che quei di Leventina si misero sotto alle armi in ordinanza di combatenti, e con dell'autorità comandavano, e volevano, che Bellinzona e suo distretto s'unisse seco a far fronte ai Francesi che sarebbero ritornati da San Gotardo. Dicendo che
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in Aairolo aveano messa la guarnigione. Aveano uciso un servo del General Lecorp(79), che stava alla custodia dell'equipagio del suo padrone. S'ierano impadroniti di quel equipaggio. Haveano fatto dei prigionieri. Arrivatti apena in Bellinzona s'impadronirono di due canoni, che i Francesi aveano lasciati nella piazza di Santo Steffano. Andarono con i loro soldati al possesso dei castegli. Sentendo i paesani di Sementina l'invito della nuova armata. S'unirono essi pure. In quel giorno cominciarono a dar prova del loro valore. Combatendo cont[r]o l'albero della libertà. Fusilandolo rovesciandolo, e abbruciandolo. Procurarono i Bellinzonesi di disuadergli, che non era possibile il far fronte ad un armatta, tanto avezza nel combatere, e regolatta da esperti, e valorosi capitani. Alcuni si lasciarono persuadere; altri tratavano di giacobini, chi a loro disegni si oponea; ed altri si portarono al campo austriaco invitandogli a venire in loro soccorso. Diffatti vennero due esploratori. S'incaminarono alla volta di Roveredo, quando videro, da lontano, col favore de canociali, che larmatta francese era numerosa assai; ritrocedettero il camino a spron battuto, e cosí fecero, quei di Leventina che li accompagnavano. I quali ebbero l'imprudenza di comandare alla guardia nazionale di chiudere la porta tedesca. Infuriato uno della stessa guardia accorse a chiudere la porta di Lugano dicendole se volete che li Francesi abbrucino noi, siate voi pure partecipe delle nostre sciagure, e ben vero che si dovette lasciargli sortire, perché minaciarono di troncare la testa a chi si opponea. Con prudenza, e cellerità i principali signori del borgo andarono incontro alla truppa francese ricevendole con buone, e graziose parole; Informando i generalli che se vedessero distrutto l'albero, era statta una folia d'alcuni paesani, contro il consenso del prefetto. E da marcarsi <che> che quei di Leventina aveano datto a credere ai nostri paesani che i Francesi che venivano dalla parte dei Grigioni, non erano di piú di cinquecento
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Voleano assolutamente che la Municipalità desse loro tutte le armi che si ritrovava nell'arsenalle del borgo, per unirsi, come diceano, con la Leventina a far fronte alla picola armatta francese, e perché queste furono negate, li stessi paesani dissegnavano di suonar campana, a martello. Chiusero tutti i campanili. Restarono poi disinganati quando videro un armatta composta di 14 mille u'omini tra cavallaria, e fanteria. L'essere poi entratta, e uscita una si forte armatta (come dirassi) senza sachegiare ne far danno alle persone; si è attribuito ad una grazia speciale del Signore che ci fece per i meriti del nostro protetore santo Fulgenzo, che da tre giorni stava esposto alla pubblica adorazione. Entrarono in borgo circa le vent'ore dei 10 maggio vigilia di Pentecoste, e in quelle feste non si sono campane. I maggiori danni seguirono nelli vilaggi. specialmente a Magadino, Cadenazzo, e Bironico, dove cominci[a]rono a battersi con l'Imperiali. Stimarono però bene il ritirarsi, prevedendo che non era possibile per allora l'avanzarsi. Come diffatto la mattina degli ventidue dello stesso maggio partirono alla volta di Leventina. In grazia delle preghiere dei Bellinzonesi, non fecero quel male che dissegnavano alla detta Leventina, cioè di sachegiare abbruciare ecc. Nello stesso giorno cominciò a venire una compagnia d'Imperiale, e il giorno seguente, che era la solenittà del Corpus Domini venne il Principe di Rouan(80) con molto seguito di cavaleria, e fanteria; continuvò il passaggio sino in ottobre con inenarabile danno della racolta. Preghiamo continovamente il signore che ci difenda per sempre dalla guerra. Si sperava che quel militare dovesse essere piú raggionevole, ma si trovò tutto all'oposto. Sono indicibili le angherie, le opressioni, le spese che recarono, al borgo ai
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villagi, <agle> alle particolare famiglie, ed alle comunità religiose. La nostra vigna (come si disse siera riffatta con molta spesa. Furono di nuovo bruciati tutti i legnami svelte le viti, e molte piante. Verano rimaste molte porte nel chiostro le abbruciarono tutte. Come pure soffitto, travetti. Rubarono splanghe cattenazzi cancani, e quasi tutte le ferratte; ed altri immensi danni
1800 Temendo l'Imperiale di dover abbandonare la Svizera Ittaglianna, avendo di già abbandonatta l'Elvezzia, e vedendo che i Francesi s'avanzavano fino in Airollo. Dove successero alcune scaramuce. In vece di fortificarsi, e far fronte all'inimico. Levarono tutti li cannoni che si ritrovavano in Leventina, in Blenio, e quelli che erano ne nostri tre castelli, con le collombine, e manegioni, e tutti le mandarono a Milano. Indi a Pavia. (che poi restarono preda del loro inimico). E tutta la spesa del trasporto restò a carico del povero nostro paese.
Alcuni de nostri parenti vedendo l'impossibilità di ritornare in monastero, essendo ridotto in sí deplorabile statto; ci solecitavano a dividere i capitali. La superiora volle prima intendere la volontà del signor arciprete, e di monsignor vescovo Rovelli(81), qualli la consigliarono a non farlo. Fu veramente consiglio di Dio, perché se si fossero divisi, alcuni de detti parenti, piutosto che restituirceli avrebbero disuase le loro monache congionte a non rientrare; ed alcune delle stesse religiose piutosto che restare nel secolo, si sarebbero monacate in altra religione.
Circa l'affine di maggio partí il Generalle e fe partire tutta la provisione di bocca, e di guerra. Lasciò una sola compagnia la quale, il dí 30 sudetto s'accampò al ponte della Movesa, con pocca monizione. La notte dello stesso giorno arivò un grosso esercito di Francesi. Quei pocchi Tedeschi si misero a far fuocco contro <L'Fra>
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L'inimico. Ne restarono morti da circa trenta. I Tedeschi si salvarono dietro la chiesa del santo Crocifisso, detto della Movesa. Li Francesi credevano che l'armata austriaca fosse assai numerosa, e perciò non ardirono d'avan[za]rsi. I Tedeschi che sapevano esser pocchi, e quasi senza cibo, e con pocca monizione si ritirarono, sul far del giorno. Perloche animati i Francesi dal non veder piú fuocco s'avanzarono, e alla mattina del 31 maggio, vigilia di Pentecoste arrivarono in borgo; ed i Tedeschi (come si disse erano di già tutti partiti. È poi tanta la scarsezza d'ogni genere di viveri, che il pane andava soldi dieci la lireta e il vino l. 100 la brenta. E pure la Municipalità, i particolari doettero ritrovare con che pascere tanta gente famelica. Il Signore per sua misericordia ci preservò ancora questa volta d'un totale sacchegio. In breve la numerosa armata passo in Lombardia, e s'impadroní nuovamente di tutta l'Ittaglia.
1800 Li 20 giugno morí la signora Giuseppa Luigia Chicheria(82) nell'esiglio, cioè nel secondo anno da che eravamo mandati fuori del nostro caro monastero. Questa povera religiosa fu costretta a prendersi una stanza a pigione. Viveva poverissimamente. L'ultima sua malatia fu febbre accuta assai violenta, che in tre giorni la ridusse al termine di sua vita. Ebbe però tempo di ricevere li santissimi sacramenti con perfetto uso de sensi. Lasciò da dividersi tra le religiose quel poco peculeo, che avanzava dal funerale, e spese di medico e medicinali. Fu portato il suo cadavero nella chiesa parochiale di santo Steffano con decoroso funeralle, e sepolta nel monumento de suoi avi. Il rimanente sta registrato nel libro in cui si registra il passaggio di tutte le religiose(83).
In quest'anno si fecero varie istanze per lo ristabilimento del nostro monistero, ma il tutto in vanno. Già perché continovava il passaggio del militare, e poi perché non era stabilita la pace. Parea imminente una nuova rivoluzione; La quale col favor del cielo svaní.
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1801. Li 14 maggio. Terminò di vivere la fu signora Fulgenza Marianna Zezi(84). Questa pure morí nel terzo anno del nostro esiglio, e fu sepolta, con decoroso funerale, nel monumento de suoi congionti. Altre particolarità stanno registrati nel libro de morti. Si dirà solo che era tanto grande il desiderio che nutriva per lo ristabilimento del monastero che in morte consegnò scudi 55 al signor arciprete per adoperargli qualora si rimetesse il monastero. Come di fatto furono i primi ad adoperarsi nella fabrica. Cominciando con quelli a comprare assi, e calce.
1802. Si stabilí il Governo in Lucerna. Nel qual tempo, avendosi mandata altra petizione, per lo ristabilimento del collegio. Fu Decretatta la sopressione del convento degli Agostiniani; con ordine che s'adoperasse la rendita del medemo per ristaurare il nostro; con le seguenti condizioni. Che noi s'obbligassimo alla scuola pubbliga; che insegnassimo alle fanciule, oltre le domestiche occupazioni di cucire, far calzetta, merleti ricamare, legere, scrivere. ecc. Ancora l'arimettica l'ortografia, e geografia, e di piú condur le figlie alle pubbliche fiere, e mercatti ad insegnar loro l'arte mercantile. Impieghi che non compette con le monache. Di piú noi eravamo tenute a passare l'apensione agli detti padri Agostiniani; ed a far adempiere a tutti i legatti delle messe offici ecc. A tale sopressione s'opposero vari Bellinzonesi, ed i contadi vicini, per il comodo di chi loro amministra i santissimi sacramenti, e perché vi sono in quella chiesa molte indulgenze per li ascritti nella cintura, e benedizioni papali. Privilegi che non vi sono in altre chiese di tutto il cantone. L'affare per allora si sospese.
1803. L'Elvezia si divise in 19 Cantoni. I bagliagi detti Svizeri Ittagliani; alleati coll'Elvezia, formano un Cantone e fu dichiarato cappo luogo Bellinzona. Per l'organizazione di tal cantone, fu scelta una deputazione, o sia comissione. In tal occasione noi abbiamo scrito alla stessa deputazione. Che posto
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che la costituzione ordinava che i beni delle incorporazioni religiose si dovesse restituirgli ai rispetivi proprietari. Ordinassero che la comune di Bellinzona rimetesse<ro> il monistero in maniera di poterlo abbitare. Ci risposero con termini civili ma non diedero alcun ordine per lefetuazione. Per lo che abbiamo mandato un memoriale al sindago, ed agionti, e questi pure si protestarono di non<o> poter darci alcun soccorso. Il Signore che volea riedificare questo collegio ispirò alla signora Marianna Molo, e signora Giuseppa Paganina di questuare per noi nelle principali famiglie del borgo. Cominciarono ciascuna di loro a dare scudi 30. Il rev.mo signor arciprete diede scudi 200, e 150 del legato degli Santi Esercizi, scudi 55 della fu signora Fulgenza Marianna Zezi, come si disse, ne' registrare la sua morte). Quello che piú contribuí fu il signor don Marco Polti Petazzi. Questo pio sacerdote sborsò per la fabrica scudi 100 di Millano e appena siamo entrate in monastero ci mandò per mezzo del signor Paolo Castiglioni l. 468:16:3 parimente moneta di Milano, che si adoperarono per prendere formento. Di piú cominciò sino dall'anno 1793. In dicembre a cellebrare cotidianamente la Santa Messa per noi, cioè assegnando la ellemosina, per i bisogni del nostro collegio; e continova ancor di presente la caritatevole cellebrazione. Non contento di questo socorso tutte le volte che scriveva a qualche bellinzonese suo amico. Raccomandava a tutti che s'impegnassero per lo ristabilimento del monastero delle orsoline. Di questo insigne benefattore si deve avere continova memoria appres[s]o il Signore. Da noi e dalle nostre postere. sí per lui che per tutta la sua casa. Alla sua pietà, ed al suo zelo si deve attribuire lo ristabilimento del nostro monistero. Contribuirono di molto il signor Damiano Bruni, signor Giuseppe Mariotti, signor Gian Battista Bonzanigo quondam Pietro, e signor fiscale Francesco Bruni.
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Quasi tutti i parenti delle religiose fecero mettere in ordine le stanze delle loro figlie, o sorelle. La spesa d'ogni stanza fu di l. 78: non essendovi rimasto, ne porta, ne vedriatte, ne scuri. Non si può ridire con che zelo, e fervore peroravano per noi quelle buone signore. Sicome il demonio è sempre stato nemico delle oppere pie, non mancò di persuadere ad alcuni che le religiose non entrerebbero di buona voglia in monastero. Per confondere queste dicerie. Tutte si sottoscrissero ad una carta che le invitavano ad entrare. Toltine dalla signora Antonia Corneglia Chicheria(85), che si ritrovava nelle cappucine di Lugano, che poi proffessò quel ordine. Prima però di dar mano all'opera si volle intendere il Gran Consiglio. Il quale si radunò la prima settimana di maggio in una sala dei reverendi padri Benedetini, l'anno
1803. Con repplicate istanze s'invitava a dare il suo decretto. Finalmente circa l'affine della det[t]a seduta. Decretarono la restituzione dei beni ecclesiastici, e si permetteva agli religiosi, e religiose il potter vestire, e professare. colla sola condizione, che per la professione abbia compiti gli anni 21. Appena inteso il decreto s'acordarono li artefici; si provide calce, assi ferri, e quanto abbisognava. Oh Dio! ecco nuovi impedimenti. Aveano i Luganesi fatti molti riclami, perché il luogo della seduta del Gran Consiglio, diceano, essere troppo angusto; disegnavano; traslocare il cappo luogo in Lugano. Insistendo che là averebbero ritrovato sale ampie per tali sedute.
Nell'atto dico che si dovea dar mano all'opera. Viene l'espectore della salla a pregarci di diferire il lavoro almeno per un mese; con bel modo se li negò quella richiesta, e nello stesso giorno si diè principio. Nel progresso del lavoro sentendo che si dovea nuovamente congregare il Gran Consiglio
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Andarono i municipalisti dal signor arciprete, e lo supplicarono a consigliare le religiose a cedere il monastero alloro, ed esso ci averebbe datto in compenso il convento degli Agostiniani di san Giovanni. Abbiamo d'acordo rifiutato l'offerta, facendo capire al rev.mo signor arciprete, che quel sitto non era niente adatato per noi. Si per essere esposto alla rapacità del torrente di Darro, ed a ladri, come per non essere comodo per le scuole essendo troppo distante del borgo. E poi ci volea una grandissima spesa a ridurlo abbitabile; per essere statto rovinato dal militare; ed <poi> il sitto era per noi troppo ristreto. Non avendo ottenuto l'intento. Il dí 20 agosto vennero tre delegati con il presente viglieto "La comissione nominata dall'Assemblea, e Municipalità della Comune di Bellinzona perfissare i locali per le sedute dei Consigli, ed Autorità del nostro Cantone Ticino, ha destinato per la prossima seduta del Gran Consiglio il refettorio del collegio orsolino contro gratificazione, perciò invito le reverende Madri del detto collegio a metter tosto in libertà tale refettorio, essendo la seduta fissata per il giorno 26 agosto 1803.
Per la detta comissione Ghiringhelli secretario.
Abbiamo fatto la possibile resistenza, ma fu il tutto in vano. La gratificazione fu, che avendo noi affitata l'ortaglia pagarono al fitabile quanto potea valere il frutto che allora essisteva. Non però tutti, perché il miglior questo non volle cederlo. Di più ci diedero in danaro l. 93:6
Si credea che la seduta dovesse essere per una sol volta. Cosí ci aveano assicurate in voce: Ma sicome in quella seduta non fecero nulla per li disparati pareri, e la troncarono si può dire vergognosamente. Agli 29 settembre vennero due altri deputati cioè li cittadini Canonico Chicherio, e Carlo Sacchi(86) a
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farci le seguenti dimande coll'infrascrite condizioni.
Dovendo<si> la Municipalità di Bellinzona capo luogo del cantone provedere un locale decente pelle sedute del Gran Consiglio del cantone Ticino non ritrovando luogo opportuno fuori del refettorio delle religiose orsoline, pregano le dette religiose di compiacersi a fare una locazione del sudetto colla sala, e cucinetta pelle sedute ordinarie, e straordinarie per un locale permanente. A scanso però di qualonque servitú possa recarsi con tale convenzione la Municipalità farà una apertura nella cucinetta laterale alla sala pell'entrata nel refettorio, e due pusterle chiuderanno i coridori della porta della cucina e della porta del parlatorio ... Si daranno i suddetti tutta la premura per avvantagiare il collegio nella stipulazione dell'indennità ... Si lusingano nella saggezza delle sudette religiose, che con questo piccolo sacrificio vorranno meritarsi maggiormente la stima, e propensione della Comune, e suoi concittadini. Per li detti dellegati, e comissione Ghiringhelli.
La seduta fu circa li 8 ottobre dello stesso anno 1803 e fu eguale alla precedente cioè di troncarla senza nulla risolvere. In tanto noi proseguivamo il lavoro con la possibile cellerità, mentre il giorno d'entrare tutte le religiose, era fissato per il 21 ottobre dedicato alla nostra gran madre sant'Orsola.
NB. Prima della detta sedutta si fecero premurose, e replicate istanze ai delegati per la notta appertura, é pusterle, ma in vanno; a noi premevano assaissimo, perché in monastero abbitavano di già cinque monache, entrate fino dal mese d'agosto per assistere alla fabrica, se si volleno convenne farle coll'elemosine ricavate, e fratanto restarono imperfette varie fatture necessariisime che si dovette poi fare a spesa del monastero
Quando cominciarono le monache a mandare li mobili delle loro stanze. Si destò in certi membri del Picolo Consiglio un fanatico
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desiderio di voler per la loro seduta quel locale. Vennero al monastero tre dei detti membri, piú impegnati, e ordinarono alla superiora(87) (che già abbitava in monastero) di non lasciar entrare altra religiosa, fin ad altro ordine. Ella li rispose che il giorno d'entrar tutte era fissato; e che non avea facoltà d'oporsi a chi volea entrare. Che si faceano molte spese per riattare il monastero, appogiate alla lege, e al decreto del Gran Consiglio e in quanto a lei non volea piú sortire. Finse di ricevere quel comando come uno scherzo, e nell'atto che partivano, si raccomandò alla loro protezzione. Le religiose continovavano a mandare le loro supeletili, e alcune erano di già entrate. La mattina del 20 ottobre venne il Presidente ad intimarci officialmente, che quelle religiose, che non erano ancora entrate diferissero fino al 30 dello stesso mese, e che non lasciassi portar piú robba. In tanto che il presidente facea quel comando alla superiora arrivò un fachino sopracarico d'utensigli. La stessa disse veda signor presidente, que[s]to uomo cosí carico ho io da rimandarlo! Fé cenno di no, e allora sogionse che era una cosa dificile che le monache si volessero arendersi; perché aveano di già provisto la gente per il trasporto, essendo fissato il giorno senguente(88) per entrar tutte.
Pure avrebbe provato a farle notto la volonta di V.S. L'assicurava però, ancorché entrassero, che non avrebbero messo l'abito religioso sino il dí 30. Procurò la superiora nelle maniere piú rispetose di persuadere il presidente a non opporsi al loro riunimento, e a fargli conoscere con raggioni incontrastabili che il locale di san Giovanni non era adatato per le scuole. ecc. Le religiose nell'udir il sucenato divietto in vece d'aspetar il giorno seguente molte entrarono nello stesso giorno per timore che il Governo comandasse formalmente che non entrassero.
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Diffato il il [sic] Governo si lagnò, e lebbe molto a male. Vi fu chi disse che meritava si metesse in aresto il rev.mo signor arciprete, e la superiora. Quando si tratta di mantenere i suoi diriti non bisogna lasciarsi intimorire. Continovarono per molti giorni a far delle lagnanze. Non mancavano di venire a raccontarceli, e a sbigotirci con infiniti prenostici; è ben vero che se non fossimo entrate in quell'epoca, avrebbero fatto di tutto per impedirci l'ingresso. Due giorni dopo vi fu un altra seduta del Gran Consiglio, cioè agli 23 ottobre. Il secondo giorno, della seduta venne alla grata il messaggio per ordine del Presidente, che si dovesse apprire le pusterle. La superiora li mandò a dire di scusarla, che non si potea essendo di già entrate le religiose, non era giusto che vi si framischiassero li uomini. Mandò un altro messaggio, ed ebbe con bel modo, nuova negativa. Finalmente venne in persona. La superiora procurò di disuaderlo con maniere obbliganti, dicendoli che quei cancelli si erano fatti fare espressamente per decoro dello stato religioso, e per impedire l'ingresso a chi veniva per semplice curiosità. Parlò con fermezza, e di fatto se cominciava quella volta a condiscendere, era finita. Quella seduta durò pochi giorni.
1803 La mattina del 30 ottobre comparvero in chiesa tutte le religiose vestite del santo abbito, e si consacrò quella giornata con il rittiro, solito farsi ogni mese. Si provò da tutte un indicibile consolazione. Dopo la benedizione venne il rev.mo signor arciprete a farci un discorso soppra la grazia che ci fece il Signore in richiamarci al suo servizio, e soppra la Divina Providenza. In vederci tutte cosí contente le cadevano dagli occhi le lagrime. Lesse una lettera di monsignor vescovo Rovelli il quale confermava per quell'anno la stessa
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superiora, e quella confermò parimente le monache nell'Ufficio che coprivano quando sono sortite.
Nelle officine mancavano molte supeletili, <che> quali ci avea obbligati li municipalisti a lasciare quando siamo sortite, per servizio del militare; li quali furono tutti, o consonti, o involati dalli stessi soldati. Non viera alcuna provisione. Il Signore però, che non abbandona chi in Lui confida. Ispirò a vari benefatori, qualli ci regalarono molte brente di vino, formaggio, carne, castagne bianche, fagioli. Quello che piú contribuí fu il signor Gian Battista Bonzanigo figlio del fu signor Pietro che donò il formento per piú d'un mese. Il rev.mo signor arciprete don Fulgenzo Sacchi, oltre quel che si è di già nottato diede molte candele di cera per la chiesa; e moltissimi <..> di vino vechio, e fece vari altri benefici. Donò la signora Barbara Chicheria alla chiesa un suo abito di ammovella(89) drapata col qualle si fè una pianeta ed un paglio.
1804 In gennaio si presentò una giovine d'Iragna(90), per conversa. Fu appieni voti accetatta. Ma prima, che entrasse, si seppe che era statta maritatta. Ciò inteso le religiose più non la volevano. La superiora scrisse a chi lavea proposta, che non si ameteva nella loro religione che donzelle vergini ecc. Nello stesso giorno che la lettera andava al suo destino, arrivò la postulante. Nel vederla le monache s'intenerirono; chiamarono a consulto il signor arciprete nostro vicario. Questi rifletendo che la Regola s'esprime solo per coriste non si accetino che donzele vergini; l'amisero alla prova. In maggio venne di nuovo il Gran Consiglio per la seduta ordinaria del mese. Oltre le solite sale. Il Picolo Consiglio volle ancora la salla destinata per la scuola delle fanciulle.
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Convenne alle maestre il far scuola nel coridore collonati. Non essendovi altra stanza capace per tante fanciulle; mentre non si è marcato che circa il primo di novembre vennero li Deputati delle scuole ad invitarci a far scuola pubblica, per quell'anno. Onde le fanciule crescevano il N.o di cento. Il compenso fu di dieciotto Luigi doro. In quest'anno la signora Antonia Molo, natta Jelmoni divota di san Gaetano. Fè venire da Milano un bel quadro dello stesso santo, e lo regalò alla nostra chiesa. Altri divoti fanno cantare la messa, e dare la santa benedizione due volte, cioè il giorno 7, e il giorno 9. Ed altri fanno fare da noi dei tridovi al detto Santo.
1804 A 8 agosto giorno di mercoledí, circa le ore 13. Prese l'abito religio[so] in qualità di conversa Maddalena figlia di Giulio Tartini, e Agostina Perini. Ambe d'Iragna. Prese il nome di Maria Angiola. In età d'anni 21.
Agli 14 ottobre si tenne capitolo per l'elezione delle superiore, e fu confermata, in superiora la signora Giuseppa Catterina(91), e vicaria la signora Marianna Giuseppa Chicheria(92). Discrete la signora Giuseppa Teresa Molo(93), e signora Marta Francesca Bonzani[go](94).
Nel sudetto anni [sic] agli 11 novembre giorno di domenica, e festa san Martino. Vestí l'abito religioso in qualità di corista la signora Cattarina, figlia del fu signor fiscale Carlo Giuseppe Ghiringhelli, e signora Felicita Molo, in età d'a<n>ni 23. Prese il nome di Felicita Luigia Giuseppa Teresa(95).
In quest'anno le scuole non sono pubbliche. E fissatto per quelle fanciule che vogliono venire scudi 25 al mese, e quelle, che oltre l'imparare a legere, e lavorare. Vogliono apprendere, li conti, e scrivere pagano scudi. 30.
Agli 20 dicembre. Circa le ore sei di notte morí la nostra consorella <suor> suor Giuseppa Egidia Pessa(96) d'anni 63 mesi 5. L'ultima malatia fu febre gattarale, accompagnata d'asma, e quasi
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mai interota tosse, era poi tanto rassegnata, e paziente, che recava edificazione a chiunque l'assisteva. Fece molta istanza, perche seli somministrasero li Santissimi Sacramenti, quali ricevette con particolare fervore, e col perfetto uso de sensi. E d'amirarsi in quella religiosa il coraggio, ch'ebbe, apena partita la truppa di presentarsi al prefetto nazionale, e al presidente della Camera Aministrativa a fin d'otenere che la lasciassero entrare ad abitare in monastero, come di fatto l'otenne, e vi fu chi la socorse a rimettere due stanze una per il riposo, e l'altra per cucina, e vi dimorò piú di due anni prima che vi entrassero le altre religiose, nel qual tempo non cessava di pregare, or luna, or altra persona delle impiegate nel Picolo, e nel Grande Consiglio, affinché le concedessero la tanto bramatta licenza di rimettere il collegio. Ottenuto l'intento fu la prima a rimettere labito religioso. Talle contento durolle solo 14 mesi, e nell'ultima malatia non finiva di ringraziare il Signore che moriva in religione, ed assistita dalle care sue consorelle.
1805 Li 6 maggio vi fu la seduta ordinaria del Grande, e Picolo Consiglio. Si parlò con alcuni Consiglieri per ottenere il fitto del refettorio, come ci aveano promesso. Ci venne risposto, che in quella seduta aveano tanti affari pressanti, e che alla prima nuova seduta averebbero di ciò parlato.
Agli 2 giugno seconda festa di pentecoste, s'incominciarono li santi esercizi dal signor priore don Agostino Torriani. Da solo diede le meditazioni, e li esami pratici. Ascoltò la confessione di tutte, e tutte rimasero sodisfate, e contente, il Signore ci dia per sua misericordia, grazia di mantenerne il fruto.
Agli 8 agosto. Fece la professione suor Maria Angiola Tartini. Li santi esercizi servirono quelli che fece con la comunità nel sudeto giugno. Tra dotte ed accessori. Diedero li congionti della medema, scudi 400. Oltre però alla schirpe, e supeletili della stanza.
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Si ricevete pure il capitale del livello da pagarsi il fitto di l. 24 annualmente in mano della detta Maria Angiola. Il capitale è scudi cento, e fu impiegato con altra somma nel signor procuratore Ghiringhelli. Tal capitale lo diede il rev.o signor curato di Prevonzo don <Agostino> Giuseppe Perini zio materno della novizia. Con questa condizione, che dopo la morte della nipota, lascia in dono al monastero scudi 20, e degli altra 80 si farà fare tanto bene per l'anima sua, essendo, come si disse, il capitale scudi 100. Questo bene, e statto fissato col consenso del sig. testatore, da farsi dalle religiose, onde quella superiora, e cancelliere, che in allora essisteranno, si ricordino di eseguirlo. Consultandosi con il signor delegato, o padre confessore.
Alli 26 agosto vi fu una seduta straordinaria del Gran Consiglio. In tale occasione si mandò una pettizione al Picolo, e al Gran Consiglio, per ottenere li due fitti decorsi, per stabilire la stipulazione avvenire, e per pagare le pusterle che si sono fatto fare (come sie detto altrove) ed altre spese, per adatare una scuola, dovendosi privare della solita in tempo della seduta ordinaria di maggio, per il Picolo Consiglio. Fu dal Gran Consiglio decretato di pagarci le spese fatte per i cancelli, e quelle da farsi per la detta scuola, e per riguardo alla stipulazione del fitto ne parleranno alla seduta di maggio. Il Picolo Consiglio, e statto più d'un mese a mandarci il decretto. Finalmente con l'opera del signor avocato Pelegrini, Consigliere di Statto, e Secretario in Capo ci fu mandato il di 28 settembre. Tra la spesa fatta, e da farsi ascende a l. 750, qualli ci furono immantinente sborsate dal signor Vittore Ghiringhelli, tesoriere generale del Cantone. Si deve aver presente nelle nostre preci il mentovato signor consigliere Pelegrini, per giusta gratitudine di quanto ha apparato per farci entrare il detto danaro. Di più ci promise che in maggio farà nuova istanza per li due fitti decorsi, e per stabilirne la locazione a venire.
Li 26 novembre si professò la signora Felicita Luigia d'anni 23, colla dotte di scudi 750. Li santi esercizi li fece privatamente
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colla direzione del rev.mo padre prevosto don Nicolao Vedani attuale, e unico confessore. Prima di sortire avevamo due confessori ordinari, uno de quali <morí> era il più volte mentovato signor curato di Daro don Agostino Cusa, questi morí nell'anno terzo del nostro esiglio. Rientrate abbiamo di nuovo richiesto per confessore ordinario, e straordinario il sudetto rev.mo padre prevosto, e tutte, a ciascuna siamo contente della saggia sua direzione. Il Signore per sua pietà lo conservi per molti anni.
 

Appendice

Prematica(97) della Mensa praticata nell'anno 1744 ed in seguito fino di presente 1752 - Nel nostro collegio(98)

Nei giorni feriali si dà una quarta scarsa, di carne lesso fresca, sempre però cucinata ogni pasto. Mattina, e sera e si dà calda. Avertendo, che si abonda poi quando si mazza in casa. Minestra mattina e sera, ecetto venerdí, perché si digiuna di regola.
Sabato per divozione, pane vino formaggio; si mette in tavola sempre, da prenderne a piacere, senza limitazione, per il proprio sostentamento, ma non per darne ad altri.
Le feste ordinarie si agionge l'antipasto, e per consueto si dà o salamme o frutta.
Li straordinarii come il giorno di Natale si danno, due pietanze, e l'antipasto, consueto, ed anche le feste seguenti; sino l'Epifania, vi sono o pure si danno polli più o meno secondo; ci vengano regalati; quali si compartano; facendosi alcune volte friture o carne in tingoli dandosi porzione più abondante, e sempre l'antipasto.
La penultima settimana intiera di Carnovale; si agionge l'antipasto. martedí e giovedí. L'ultima settimana; sempre alla mattina si dà l'antipasto, ed alla sera l'ultimo giovedí con li 3 ultimi giorni; ne quali la pitanza è più abondante, dandosi, rosto stufato; od in altra maniera secondo il genio; abondandosi con la carne sino a mezza libra per porzione, e cosí si pratica sempre facendosi, rosto stufato, anche nelli altri straordinari; per il consumo
Quaresima una porzione competente di merluzzo, ed un uovo o pure castagne stagionate overo mostarda; o frutta cota. Sempre la minestra e formaggio come sopra si disse; la sera collazione di pane formaggio; altre volte n.o 25 lumaghe overo n.o 10, ed un uovo; altre polentina di latte, ed un uovo; altre macaroni ed un uovo. Altre un paio d'ova e frutta cotta; altre brocole ed un uovo; altre selero cotto, ed un uovo; altre castagne ed un paia d'ova. Altre volte pescie fresco; ed un uovo. Il giorno di san Giuseppe un'offella(99) grande di un paia d'ova; il giorno della Nonziata torta di pasta, de dolci con pieno di frutta; ed un paia d'ova; domenica; la cena consiste, in un paia d'ova o pure un uovo e frutta cota.
In altri tempi, ne giorni di magro e di digiuno; si dà l'ovo; quando si danno coste cardoni arbelioni(100), ed altre ortaglie; con li articiochi si dà un paio d'ova.
Mercoredí; si dà cena; come nelli altri giorni; ma perché la magior parte si fa di magro la cena consiste in un paio d'ova o pure un'uovo e frutta, ed in penuria d'ova altre cose secondo permete l'economia, ed alla mattina non si dà l'ovo.
Giorno di Pasqua fritata salamme e l'ordinaria porzione, di vitello lesso.
Cena lesso, di vitello, come pure le due feste seguenti l'antipasto solito e la porzione di vitello ordinaria; nell'estate, che scarsegia il vitello; si dà manzo, castrà; overo carne salata; questa però rare volte
Giorno del Corpus Domini due antipasti, e la piatanza ordinaria di carne.
La festa del santissimo Nome di Maria si dà buona porzione di rosto e l'antipasto solito.
Il giorno di sant'Orsola, oltre l'antipasto; si dà rosto, e mezza dozzina de dolci.
Nelle infermità oltre il medico e medicamenti, anche per le purghe d'elezione(101), si dà tutto il bisognevole. Circa carne, uova buttiro, e simili; non però polleria; avertendo, che volendo le religiose servirsi di medico diverso dell'acordato per il collegio debbano pagare del proprio le visite; come anche prendendo medicamenti; in spezieria diversa di quella serve il collegio devono pagare; parimente del proprio.

La madre Mola portò seco la scrittura, di donazione fatta del fu signor fondatore Fulgenzo Molo e del signor arciprete don Carlo Francesco Chicherio.
Un'altra scrittura tiene seco d'una lascita del fu signor canonico don Carlo Chicherio nipote del sucenato signor arciprete: la quale consiste in scudi 1000.
Due libri de conti; cioè giornale di ricavata, e spesa; fatta nel governo di Gertruda Maderni. Tiene anco il Libro delli Anali.
La madre Mola tiene debito al collegio, per dolci comprati in più ratte di Milano l. 98:28:6
Come anche la signora Francesca Lucia, deve dare per dolci l. 3:19
 

Fonti manoscritte e abbreviazioni

Atti, overo Annali del Nuovo Monistero di S.ta Orsola di Bellinzona nell'anno 1730 in avvanti..., ACB: Atti.

Carta notarile del 24 ottobre 1767, del canonico Filippo Paganini di Bellinzona. Inventario del contenuto delle due stanze del monastero di Santa Maria in Bellinzona, già occupate da suor Marianna Fulgenza e da suor Francesca Lucia, AVC: Carta1.

Carta notarile del 27 ottobre 1767, del canonico Filippo Paganini di Bellinzona.
Pagamento a liquidazione delle doti di suor Fulgenza Marianna e suor Francesca Lucia, AVC: Carta2.

Conto disteso de beni dotali, beni di fabrica, spese della medema ed annua amministrazione del vend.o collegio delle orsoline di S.ta Maria di Loreto in Orico fuori le mura dell'insigne borgo di Bellinzona, AVL: Conto.

Verbale dell'interrogatorio dell'arciprete di Bellinzona Carlo Francesco Chicherio, e delle monache del monastero di santa Maria, Bellinzona, esperito dal 14 al 26 aprile 1752, da Giambattista Bianchi, avvocato fiscale della curia vescovile di Como, delegato dal vescovo, AVL: Interrogatorio.

Sigle
AVC Archivio vescovile, Como
AVL Archivio vescovile, Lugano
ACB Archivio cantonale, Bellinzona
 

Criteri di trascrizione

La trascrizione è rispettosa della punteggiatura e della grafia, fatta eccezione per la j che viene resa con i. Sono state invece uniformate maiuscole e accenti, secondo l'uso attuale. Le abbreviazioni sono state sciolte, salvo le più frequenti e note anche nell'uso moderno.
Cancellazioni, macchie o parti di testo leggibili ma cancellate, vengono segnalate fra <>. Parola o parti di testo illeggibili sono indicate con ..., mentre fra parentesi quadre [ ] sono inserite lettere mancanti, indicazioni redazionali [ndr.] o parti tralasciate nelle citazioni [...].
Parole, o parti di testo scritte fra le righe vengono trascritte regolarmente, senza segnalazione.

 

Testo pubblicato in "Archivio Storico Ticinese", numero 122, dicembre 1997.
 

  1. Documento cartaceo di cm 23 x 37, rilegato, fogli 57 scrittura recto verso, con scritto sul frontespizio Atti, ovvero Annali / del Nuovo Monistero di S.ta Orsola / di / Bellinzona / dall'anno 1730 in avvanti come di dentro appare / Registrati da me Carlo Fran.co Chicherio Arciprete e Vic.o Foraneo / a Gloria di Dio, e / della B.V.M. e della Santa / Titolare. / ma non avendo io Arcip.te per le mie sovraggiunte / indisposizioni, e diversi gravi impicci potuto / proseguire l'opera ideata, cui appena con un / foglio ho dato l'incominciamento, sarà questa / proseguita, e continuata dalle stesse Religiose, o' d'altre persone secondo l'occorrenza. D'ora in avanti Atti.
  2. Donazione di Emilio Pometta.
  3. "[1803] Il dí 20 agosto vennero tre delegati con il presente viglieto: La comissione nominata dall'assemblea, e municipalità della Comune di Bellinzona per fissare i locali per le sedute dei Consigli, ed autorità del nostro Cantone Ticino, ha destinato per la prossima seduta del Gran Consiglio il refettorio del collegio orsolino contro gratificazione, perció invito le reverende madri del detto collegio a metter tosto in libertà tale refettorio, essendo la seduta fissata per il giorno 26 agosto 1803. Per la detta Comissione Ghiringhelli Secretario". Cfr. Atti, 61.
  4. Il convento verrà soppresso con decreto legislativo del 30 giugno 1848, e i beni delle orsoline confiscati dallo stato. Cfr. EMILIO CATTORI, I beni ecclesiastici incamerati dallo Stato del Cantone Ticino negli anni 1812, 1848, 1852, 1857, Lugano 1930, 111 e segg.; ADOLFO CALDELARI, "Il palazzo delle Orsoline". Da Monastero a Residenza governativa, Bellinzona 1973, 70-9; DANIELA PAULI, La question des couvents au Tessin (1803-1848), Mémoire de licence, Université de Genève, Genève 1988.
  5. Cfr. Presentazione, CALDELARI, "Il palazzo..., 9.
  6. Giuseppe Pometta, nato a Broglio Valmaggia il 7 marzo 1872, morto a Bellinzona nel 1963, dal 1898 al 1931 insegnò lingua, letteratura italiana e storia alla Scuola superiore di commercio di Bellinzona. Cfr. GIUSEPPE POMETTA (a cura di E. Pometta), Briciole di storia bellinzonese, Serie X, Bellinzona 1977, VII-VIII.
  7. Cfr. lettera dattiloscritta al prof. Virgilio Chiesa del 7 gennaio 1957 [ma 1958], nella quale l'autore afferma tra l'altro "Sulle orsoline, potrei scrivere anche 800 pg. Senza esagerare; so anche di tutte le suore; un'ottantina", ACB, Fondo Pometta.
  8. Cfr. Il palazzo delle Orsoline (1803), "Monat Rosen", (Basel) maggio 1897 e segg.
  9. "Voce del popolo", "Pagine nostre", "Almanacco del popolo ticinese", "L'Educatore della Svizzera italiana", "Briciole di storia bellinzonese". Il Pometta ne parlò anche in conferenze poi pubblicate. Cfr. POMETTA, Briciole..., 343-73.
  10. VIRGILIO CHIESA, Palazzo del Governo ticinese. Monografia storica, "Rivista tecnica della Svizzera italiana", gennaio 1960.
  11. CALDELARI, "Il palazzo...
  12. ELENA BONZANIGO, Oltre le mura, Lugano 1955. In questo libro che è all'origine del mio interesse per gli Atti, e che è la continuazione del più famoso romanzo storico Serena Serodine, Lugano 1944, la Bonzanigo narra di Serena, ora moglie infelice e abbandonata da un marito soldato e infedele, la quale, dopo tragiche peripezie trova pace per qualche tempo nel monastero delle orsoline di Bellinzona, dove vi dipinge una cappella. L'autrice, mentre fa riferimenti precisi a fatti contenuti negli Atti che le dovevano essere noti, perché era stata allieva e intratteneva rapporti amichevoli con il prof. Giuseppe Pometta (cfr. Il mio primo maestro [Giuseppe Pometta], "La Scuola" (Bellinzona), ottobre 1961, 241-3), anticipa però l'esistenza del monastero esattamente di un secolo, ambientando il romanzo nel 1630.
  13. DANIELA BELLETTATI, Le Orsoline della Svizzera italiana, in Helvetia Sacra. Die Kongregationen in der Schweiz 16.-18 Jahrhundert, Abt. VIII/I, 1995, 107-32. L'elenco delle superiore stabilito dalla Bellettati non combacia con il mio, stabilito secondo gli Atti.
  14. FRANCESCA FERRARIS, Dalla dottrina cristiana all'istruzione scolastica nelle Congregazioni Orsoline: il caso di S. Leonardo di Como, S. Orsola di Mendrisio e di S. Maria di Loreto di Bellinzona, tesi di laurea, Università cattolica, Milano AA 1994-95 (datt.), gentilmente messomi a disposizione dall'autrice.
  15. Durante la ricerca che è poi stata pubblicata nel 1993. Cfr. FRANCA CLEIS, Ermiza e le altre. Il percorso della scrittura femminile nella Svizzera italiana con bibliografia degli scritti e biografie delle autrici, Torino 1993.
  16. Giuseppe Pometta ipotizzava "Una Molo? Una Bonzanigo?". Le mie deduzioni mi portano, al momento attuale della ricerca, a credere che fosse Marianna Molo, figlia di Francesco e Ippolita Molo, nata nel 1738, vestí l'abito religioso il 30 ottobre 1757, fece la professione il 7 novembre 1758 con il nome di Giuseppa Teresa. Discreta dal 1804, vicaria dal 1813, morí il 27 febbraio 1823.
  17. La costituzione ufficiale della congregazione delle orsoline, fondata a Brescia da Angela Merici (1470?75-1540) terziaria francescana, è da far risalire al 25 novembre 1535. La Regola originale, cosí come il registro di fondazione sono andati persi, ma tre studiose italiane, ritrovata l'edizione a stampa (Damiano Turlino, 1569), l'hanno comparata alla Regola "corretta" da Carlo Borromeo (che introdusse tra l'altro la reclusione), in occasione della sua visita apostolica a Brescia, nel 1580. "L'esame ha posto in luce significative differenze sul piano spirituale, ma soprattutto su quello strutturale. Il confronto testimonia il passaggio da una prospettiva profetico-carismatica ad una prospettiva di taglio controriformistico, che significa diffidenza per le ispirazioni interiori, irrigidimento istituzionale, indurimento dell'afflato ascetico-mistico, prevalenza della mentalità giuridica". Cfr. LUCIANA MARIANI-ELISA TAROLLI-MARIE SEYNAEVE, Angela Merici. Contributo per una biografia, Milano 1986, XI.
  18. Cfr. Interrogatorio, 14 aprile 1752 dell'arciprete Carlo Francesco Chicherio, 2-7. L'arciprete per i suoi munifici contributi è considerato cofondatore del monastero, con i fratelli Molo-Sermayno. Carlo Francesco Antonio Maria Giuseppe Chicherio, nato sul finire del 1688, fu arciprete di Bellinzona dal 1721. Morí il 24 dicembre 1757. E cfr. p. XX.
  19. La data di fondazione del monastero di Mendrisio è antecedente (1685). Cfr. BELLETTATI, Le Orsoline..., 116-23. Le due orsoline arrivano a Bellinzona il 22 ottobre 1730.
  20. Suor Maria Gertruda Maderni (1703-1771) era superiora del collegio delle orsoline di Mendrisio, nel 1730, anno in cui per ordine di monsignor Olgiati, allora vescovo di Como, dal Padre Giovan Lamberto Torri della Compagnia di Gesù fu "comandata di venir a Bellinzona unitamente a suor Bianca Teresa Ghiringhella religiosa professa in detto monastero di Mendrisio in qualità di fondatrici e direttrici". Cfr. Interrogatorio, 26.
  21. Suor Bianca Teresa Ghiringhelli (1705-1766) nel 1730 era dispensiera nel collegio delle orsoline di Mendrisio.
  22. Fulgenzo Maria Molo-Sermayno (1685-1744) era coniugato con Marianna Giuseppa Bocchetto. Dal matrimonio, fra il 1714 e il 1728, nacquero otto figlie. Cfr. per la biografia POMETTA, Briciole..., 344-6. Soltanto Orsola entrò nel monastero di Bellinzona.
  23. Le Regole di monsignor Olgiati non furono pubblicate, ma sono trascritte negli Atti, con questa premessa "Regole principali prescritte da monsignor Olgiati vescovo di Como nell'anno 1731 per il novo Collegio delle Orsoline di Bellinzona con semplice foglio e con intenzione di poi metterle con altre Costituzioni alla stampa, e da esse osservate con tutta obbedienza sino l'anno 1746, cioè sotto il governo di monsignor Olgiati Simonetta, e Cernuschi". Cfr. Atti, 2. Giuseppe Olgiati (1660-1736), vescovo di Como dal 1711 al 1735; Alberico Simonetta (1694-1739), vescovo di Como dal 1735 al 1739; Paolo Cernuschi (1691-1746), vescovo di Como dal 1739 al 1746.
  24. "A dí 21 genaio 1732 si vestí religiosa la già nominata signora Orsola figlia e nipote de signori fondatori e prese il nome di Fulgenza Marianna, fece la professione il dí 23 genaio 1733". Ib., 3.
  25. Il forno è importante per il pane e soprattutto per il commercio dei dolci, che le monache hanno introdotto a Bellinzona, grazie agli utensili speciali e all'abilità della madre Ghiringhelli.
  26. Ib., 4.
  27. Nell'amministrazione balivale la carica di luogotenente era la più importante dopo quella di balivo. Cfr. SANDRO GUZZI, Logiche della rivolta rurale, Bologna 1994, 205.
  28. "La chiesa esteriore fu donata dal Borgo con le campane e varie supeletili delle quali non si pò registrare qui l'inventario per avere come si disse la signora Fulgenza Marianna portato seco il libro in cui era notato quando sortí dal collegio". Cfr. Atti, 5.
  29. Rispettivamente casa cantina ecc. di Francesca Peretta, casa del Gorla, casa del Carola, stalle Francesco Molo, casa Antonio Molo, case Agostino Savio. Cfr. Conto disteso.
  30. Per l'elenco dei beni donati cfr. Atti, 4-5. E inoltre "attraverso la costruzione di cappelle laterali nelle chiese, di tombe di famiglia o di altri luoghi di devozione, attraverso donazioni di terrre e in misura crescente di arredi, argenti, reliquie [...] diversi gruppi sociali locali potevano esplicitare la loro ricchezza, il loro potere o prestigio". Cfr. GUZZI, Logiche..., 247.
  31. Cfr. Atti, 5.
  32. Ib., 6.
  33. Ib., 7.
  34. Ib.
  35. Circa il numero delle ragazze che frequentano la scuola non ho rintracciato fino ad oggi molte notizie. Si sa che al momento dell'apertura del nuovo collegio di Santa Maria sono sei, che al momento dell'uscita di suor Fulgenza Marianna non ce ne sono, tranne una che vuole entrare, e che, al momento dell'interrogatorio, nel 1752, "le educande sono sette, e tutte sono entrate dopo la partenza, e sortita del collegio delle suddette due Mola e Paganina". Cfr. Interrogatorio..., 102v.
  36. Cfr. GUZZI, Logiche..., 197.
  37. Agostino Maria Neuroni, nato a Lugano il 19 febbraio 1690, fu vescovo di Como dal 1746 al 1760. Morí a Como il 22 aprile 1760. Su pressione della Molo il vescovo pubblica nel 1747 le nuove Regole che permettono una maggior libertà di uscita dal monastero. Cfr. Regole ed istruzioni stabilite, e pubblicate per Ordine dell'Illustrissimo, e Reverendissimo Monsignore Fr. Agostin-Maria Neuroni, Vescovo di Como, e Conte ec. Per le Religiose Orsoline di S. Maria di Loreto presso le Mura dell'Insigne Borgo di Bellinzona, Como 1747. D'altra parte il vescovo Neuroni era considerato un "riformista", "fu ad esempio collaboratore e consigliere di Maria Teresa". Cfr. GUZZI, Logiche..., 289-90.
  38. Insieme a suor Fulgenza Marianna lascia il monastero la sua compagna Francesca Lucia Paganina. Seguendo il suo esempio usciranno poi: nel 1752 suor Teresa Colomba, al secolo Marianna Selmona; prima del 1760, suor Carla Marianna, al secolo Marta Molo e suor Francesca Antonia, al secolo Catterina Chicherio; e nel 1760 suor Maria Giacinta, al secolo Agostina Molo.
  39. Cfr. Interrogatorio, suor Antonia Caterina Varona, 63v-64.
  40. L'interrogatorio, è documentato nel verbale depositato presso AVL. Questo manoscritto di cui sto pure preparando l'edizione completa è composto di 121 fogli numerati a recto, ma scritti anche a verso, ed è corredato di numerosi allegati (supplementi di interrogatorio, libri dei conti, lettere, certificati e altri documenti).
  41. Giambattista Bianchi, avvocato fiscale della curia vescovile di Como.
  42. Cfr. Interrogatorio della madre Bianca Maria Ghiringhelli, 51v. E cfr. "perché ritornando [la Mola e la Paganina ndr.] in collegio farebbero nuovi partiti, e fazioni contro le fondatrici: onde non vi sarebbe più libertà di poter correggere le mancanti senza pericolo di nuove discordie e perderessimo nuovamente la pace, e buona armonia, e concordia che godiamo presentemente, ed anche quel poco buon concetto, che di noi ha formato il Borgo dopo la loro partenza; avanti la quale sembra che fossimo tante disgraziate...", Interrogatorio di suor Marta Gioseffa Savia, 73.
  43. Originale manoscritto di mano Maria Gertruda Maderni, AVL. Cfr. appendice, p. XX
  44. Oltre all'arciprete Chicherio, e alle madri Maderni e Ghiringhelli, le monache interrogate fra il 18 e il 26 aprile 1752 sono: Francesca Fedele Bacilieri, Antonia Caterina Varona, Maria Gioseffa Savia, Maria Giacinta Mola, Teresa Rosalia Paganina, Gioseffa Matilda Gabuzia, Rosa Fortunata Magoria (che afferma: "è stata eletta ad insinuazione e per aderire unicamente al genio di monsignor Neuroni, che come dissi trovavasi in quel tempo in Bellinzona in occasione di visita, peraltro fu eletta contro nostra volontà"), Lucia Augustina Sacca, Bianca Aloysia Torriana, Carla Marianna Mola, Francesca Antonia Chicheria, Ignazia Luiggia Omacini, Marianna Gioseffa Chicheria, Margarita Ghittina e Marianna Teresa Gobenstainh.
  45. Cfr. Interrogatorio, Francesca Antonia Chicheria, maestra delle educande, 107-7v.
  46. Ib.
  47. Ib., Teresa Rosalia Paganina, cancelliera, 82. E cfr. "Li dissapori sono antichi originati dalle due fazioni, una delle quali come più zelante voleva persistere nell'osservanza delle prime regole, ed era il partito della madre Maderni. L'altra inclinava ad una nuova riforma di regole meno strette ed era il partito della madre Mola", Francesca Fedele Bacilieri, cantiniera e aiutante nella fabbricazione dei dolci, ib., 60v.
  48. E cioè conflitti di potere e di interesse, modifica delle regole, condotta scandalosa, restituzione della dote, gelosie, cattiva amministrazione...
  49. Cfr. Atti, 10.
  50. Oltre agli Atti, Fulgenza Marianna portò seco altri documenti contabili. "Manca l'istromento di donazione..., una scrittura di donazione, il libro degli annali del Collegio ed il giornale della spesa, e del ricavo, quali sono presso suor Fulgenza Marianna... se li ha presi liberamente da se stessa dall'archivio in occasione, che era superiora, e non li ha più restituiti". Cfr. Interrogatorio, cancelliera Teresa Rosalia Paganina, 84.
  51. Cfr. corrispondenza manoscritta della Molo, atti e lettere ufficiali, AVC e AVL.
  52. Lettera manoscritta del 2 luglio 1767, della madre superiora Gertruda Maderni al vescovo di Como, Giambattista Mugiasca, AVC. Una fitta corrispondenza e altri atti ufficiali documentano questa situazione. E cfr. Carta1 e Carta2. Giambattista Muggiasca (1721-1789) fu vescovo di Como dal 1764 al 1789.
  53. Caterina Chicherio (1723-1789), professata suor Francesca Antonia nel 1741, maestra delle educande, è la cancelliera che redige gli Atti, 2-11, e poi, intercalandosi con la madre Bianca Teresa Ghiringhelli, fino al foglio 15. Lascerà l'abito e il monastero, con dispensa pontificia del voto di castità, per sposarsi con il nobile don Giovanni della Sarte di Varese. Cfr. Atti, 40.
  54. Ib., 12.
  55. Ib., 15.
  56. Ib., 37. Marianna Giuseppa, al secolo Vittoria Chicherio (1725-1806) figlia di Giuseppe Chicherio, maestra di scuola, professione il 28 aprile 1744, vestizione il 5 ottobre 1745, si alternò nel ruolo di superiora e di vicaria dal 1783 e fino alla sua morte il 24 febbraio 1806. "Questa buona religiosa coprì per dodeci anni continovi la carica di superiora, e per più di dieci quella di vicaria". Ib., 69.
  57. Errore per alto.
  58. Probabile errore per rifiutarono.
  59. Cfr. Atti, 25-6.
  60. Ib., 21.
  61. Cfr. MARTINE SONNET, L'educazione di una giovane in GEORGES DUBY-MICHELLE PERROT (a cura di Natalie Zemon Davis e Arlette Farge), Storia delle donne in Occidente. Dal Rinascimento all'età moderna, Bari 1991, 130.
  62. Cfr. STEFANO FRANSCINI, Storia della Svizzera italiana dal 1797 al 1802, edizione a cura di R. Ceschi, Bellinzona 1996, 184.
  63. Lascio agli storici il controllo critico delle osservazioni e annotazioni dell'autrice "non tutte accettabili ad occhi chiusi", come scrive il Caddeo a proposito della cronaca del Laghi. Cfr. RINALDO CADDEO, I primi anni del Risorgimento Ticinese nella Cronaca inedita di Antonio Maria Laghi, Modena 1938, VI. Personalmente analizzerò il documento, per la sua edizione completa, nell'ottica della storia delle donne.
  64. Forse si riferisce in particolare ai tafferugli di Chiasso, che erano stati esagerati. Cfr. ib., 12-3. E cfr. RINALDO CADDEO, Giansenisti, giacobini e patriotti ticinesi prima della Rivoluzione del 1798, "L'Educatore della Svizzera Italiana", Lugano, marzo 1936, 86: "Già nell'aprile vi era stato a Chiasso un tentativo di "democratizzazione" da parte di Patriotti comaschi: poco dopo un distaccamento francese occupò Campione innalzando di fronte a Lugano l'albero della libertà: nello stesso tempo corsero voci di concentramenti di materiali bellici e di soldati in Val d'Intelvi ed a Porto Ceresio". E cfr. LOUIS DELCROS, Il Ticino e la rivoluzione francese. I. 1792-1797, Bellinzona 1959, 208-16.
  65. "Perché l'insurrezione annessionista preannunziata da tanti indizi non scoppiò nei Bagliaggi nel corso del 1797? Perché lo stesso Buonaparte, che l'aveva tanto incoraggiata, impedí ai Patrioti di prendere le armi. "J'ai cherché - egli scriveva a Parigi - à les calmer et à les engager au moins à attendre que la République Cisalpine fu plus consolidée [...] Malgré cela - continuava il Generale - c'est un feu qui couve, que le moindre accident inattendu peut faire éclater". Cfr. RINALDO CADDEO, Gli Unitari lombardi e ticinesi e la Repubblica Cisalpina, Milano 1945, 33. E cfr. "Il [Napoleone] doit même avoir particulièrement recommandé à son retour à Milan à l'administration de la République Lombarde, de vivre en bonne intelligence et amitié avec leurs bons voisins des Bailliages de Lugano, Locarno, Mendris et Valmaggia", DELCROS, Il Ticino..., 237. D'altra parte "l'adesione a idee democratiche o repubblicane rimase confinata entro una élite intellettuale riunita intorno alla "Gazzetta di Lugano" [...]. Prima del 1798 tali gruppi non intrapresero azioni politiche concrete a livello locale; essi non erano ancora i portavoce di un vasto movimento sociale". Cfr. GUZZI, Logiche..., 209.
  66. Don Fulgenzio Sacchi fu Giacomo-Antonio, era nipote del fondatore del monastero delle orsoline, luogotenente Fulgenzio Molo e dal nonno materno aveva preso il nome. Cfr. GIUSEPPE POMETTA, "Briciole di storia bellinzonese", serie VI, gennaio-aprile 1945, 32. Don Fulgenzio Sacchi muore nel 1810, e cosí viene riferito negli Atti "1810 Adí 15 <gennaio> Nel terminar la spiegazione del santo Evangelo il rev.mo signor arciprete don Fulgenzo Sacchi, fu colpito d'acidente nervoso. Stentamente parlò circa sei ore, poi perdè la favela, e luso de sensi, per uno replicato accidente, cosiché la notte dei 16 verso le ore cinque spirò. Non si può esprimere il dollore, che sentí tutto il paese, e specialmente noi, che era nostro amorevole superiore, e si può dire ancora fondatore, avendo molto contribuito allo ristabilimento del monastero, col proprio danaro, e coll'esortare altri a fare lo stesso. Rientrate che siamo ci protesse in varie occasione, ci provide con varie elemosine, e finché visse ci diede tutti li anni un vascelo di vino di brente 9. E di dovere, e di giustizia l'averne continova memoria, nelle nostre preghiere d'un sí caro benefatore, e padre". Cfr. Atti, 75.
  67. Suor Giuseppa Catterina Ludomilla, al secolo Ippolita Molo (1750-1812), entrata in monastero il 5 giugno 1769, professata il 17 luglio 1770, fu madre superiora dal 1795.
  68. "La mattina del 15 febbraio, due ore avanti giorno, i fuorusciti luganesi, colle loro compagnie di Cisalpini armati, in varie barche, approdarono sulla spianata di Cassarate: da quella parte vennero in Lugano, assalirono i Rappresentanti elvetici nell'albergo di Taglioretti, ed attaccarono il Corpo di Guardia dei Volontari...". Cfr. FRANSCINI, Storia..., 35.
  69. Si tratta di Felix Joseph Stockmann, già landamano di Obwalden. A Lugano rimaneva Tobias Michel Gabriel Raphael de Buman, membro del Piccolo Consiglio di Friborgo. "De' vari incaricati federali, venuti fra noi nel corso di quell'anno, furono essi per avventura i meno abili; contuttociò a causa de' gravi avvenimenti che sopraggiunsero innanzi che terminasse la loro missione, il nome loro acquista un certo grado di celebrità", ib., 25.
  70. "Calata la notte il Rappresentante Stockmann, terrorizzato, fuggí a piedi, senza cappello, mezzo travestito e mezzo spogliato". Cfr. CADDEO, I primi anni..., 25n.
  71. Commissario e landamano di Bellinzona era Giuseppe Inderbitzi [o Inderbitzin], di Svitto.
  72. Carlo Francesco Molo, avvocato, fa parte del governo provvisorio bellinzonese e sarà delegato il 16 giugno 1798, insieme con il capitano Giuseppe Chicherio, a presentare al Direttorio Elvetico "alcuni voti o desideri in sei articoli", FRANSCINI, Storia..., 89-90.
  73. Emilio Motta indica la data del 9 aprile. "Finora si dipinse Bellinzona come irresoluta tardiva nell'accogliere le voci di libertà, e le si fece carico della bilancia appesa all'albero della libertà. Al postutto chi affermò per primo questo ultimo particolare, ricopiato da tutti gli altri scrittori in modo pecorile? Fu il Cetti un Luganese, nella sua versione italiana dello Zschokke (184); né basta la di lui eccepibile affermazione a farcelo credere. Chi poi vorrà prendere alla mano il grosso volume degli atti dell'Elvetica, editi dallo Strickler, vi troverà che dei tentativi ad avere un governo provvisorio in Bellinzona si fecero tosto dopo i moti del 15 febbraio in Lugano (p. 474) [...]. Ai 9 [aprile 1798] si sarebbero piantati in Bellinzona gli alberi di libertà". Cfr. EMILIO MOTTA, Come rimanesse svizzero il Ticino nel 1798, edizione a cura di S. Gilardoni, Bellinzona 1992, 117.
  74. Aarau era allora la capitale provvisoria della Repubblica elvetica.
  75. Giuseppe Antonio Rusconi, nato a Saragozza il 17 giugno 1749. Per la biografia cfr. FRANSCINI, Storia..., 89-92.
  76. Carlo Sacchi.
  77. Giuseppe Pometta trascriveva "Lebrecgha" annotando "Generale supremo era il Massena; alla divisione partente dal Ticino comandava il Lecourbe venuto dal San Jorio. Questi prendeva l'Engadina: il Massena era già entrato in Coira circa il 5 marzo. Chi è poi questo generale in capo Lebrecgha?". Cfr. "Monat Rosen", settembre 1897, 46. Si può supporre che fosse il Lecourbe.
  78. L'abate Giuseppe Vanelli, redattore della "Gazzetta di Lugano", fu arrestato nella notte del 28 aprile, e ucciso il giorno seguente, 29 aprile 1798. Cfr. FRANSCINI, Storia..., 149-56.
  79. Generale Claude-Jacques Lecourbe. Il fatto si svolge il 28 aprile 1798. Ib., 165.
  80. Colonnello Vittore principe di Rohan, comandante delle truppe austriache.
  81. Carlo Rovelli (1740-1819) fu vescovo di Como dal 1793 al 1819.
  82. Rosa Chicherio, suor Giuseppa Luigia. "1773. 9 febbraio Vestí l'abito religioso la signora Rosa Chicheria, prese il nome di Giuseppa Luigia. Avendo essa pure fatto li santi esercizi privatamente dal signor curato di Daro attual confessore". Cfr. Atti, 24. "1774 li 10 febbraio. Si professò la signora Giuseppe Luigia; colla dotte di scudi 750, e li soliti onorari". Ib., 25.
  83. Libro citato negli Atti a più riprese, ma fino ad oggi non reperito.
  84. Teresa Zezio, suor Fulgenza Marianna. "1778 alli 8 novembre Vestí l'abito religioso la signora <Fulgenza Marianna> Teresa Zezia, e prese il nome di Fulgenza Marianna. Fece li santi esercizi dal signor curato di Castiglione suo zio paterno. 1779 li 14 novembre Fece la professione la signora Fulgenza Marianna, e per essere un poco zoppa li diedero 800 scudi di dotte, e si obbligò il suo signor fratello Fulgenzo Zezio, vitta sua durante di sonare lorgano alle nostre fonzioni senza alcuna ricognizione". Ib., 29.
  85. Cornelia Chicherio, suor Antonia Cornelia. Professione il 16 ottobre 1785, vestizione il 18 ottobre 1786. "Negli 18 suddetto [ottobre ndr.] Fece la professione la signora Antonia Cornelia colla dotte di scudi 400 per essere abbiatica del fondatore, e con questa si diede fine a tutte le dotte da esso privilegiate". Ib., 38.
  86. "La Commissione, detta di Costituzione, nominata pel Cantone Ticino, fu composta degli uomini che, durante il quinquennio, avevano assunti i gradi più eminenti nell'uno e nell'altro Cantone, ciò sono: Carlo Sacchi di Bellinzona (membro della Camera amministrativa), presidente; Alessandro Maderni (giudice) di Mendrisio; Giacomo Buonvicini (ex prefetto) di Lugano; Giuseppe Giovanni Battista Franzoni (ex prefetto) di Locarno, e Pietro Frasca (prefetto in carica) di Lugano". Cfr. FRANSCINI, Storia..., 366.
  87. L'attuale madre superiora è suor Giuseppa Catterina Ludomilla, al secolo Ippolita Molo. Cfr. nota 66.
  88. Errore per seguente.
  89. Forse errore per amoerra? Per moire, moarè, moerre, moerro, amuerre, amoerro s'intende stoffa di seta o di lana a riflessi cangianti, che ben si addice per la confezione oltre che di abiti, di paramenti liturgici, come la pianeta ed il paglio (pallio).
  90. Maddalena Tartini, suor Maria Angiola (1783-1838) fa la professione l'8 agosto 1804, vestizione l'8 agosto 1805.
  91. Cfr. nota 66.
  92. Cfr. nota 55.
  93. Cfr. nota 16.
  94. Suor Marta Francesca, al secolo Rosa Bonzanigo (1750-1834), fa la professione il 1. luglio 1770 e la vestizione il 21 luglio 1771. Discreta dal 1804, vicaria dal 1807, si alternerà nei ruoli di superiora e di vicaria dal 1813 alla sua morte avvenuta il 1. gennaio 1834. Cfr. Atti, 100.
  95. Suor Felicita Luigia Giuseppa Teresa, corista, farà la vestizione il 26 novembre 1805.
  96. Suor Giuseppa Egidia, al secolo Marianna Pessa (1741-1804), professione l'11 gennaio 1762, vestizione il 17 gennaio 1763. Ib., 16-7.
  97. Prammatica, consuetudine, uso.
  98. Questo documento, ma anche gli Atti, confermano la tesi sostenuta da Sandro Guzzi relativa al ruolo della religione nella società di Ancien Régime dei baliaggi, nel capitolo La "religione dei nostri padri". Cfr. GUZZI, Logiche..., 211 e segg.; in particolare, per ciò che concerne l'alimentazione, 242.
  99. Focaccia, stiacciata.
  100. Piselli.
  101. Mestruazioni (purghe [popol.]) predestinate, o purghe liberamente scelte.