Indice studi e ricerche online AARDT
di Franca Cleis
scrittrice e ricercatrice della scrittura femminile nella Svizzera
italiana
Gli Atti, overo Annali del Nuovo Monistero di S.ta Orsola
di Bellinzona dall'anno 1730 in avvanti..., un manoscritto
rilegato con fogli numerati da 1 a 112(1), che copre il periodo 1730-1846,
sono custoditi oggi, con altre carte, nel "Fondo Pometta"(2), presso l'Archivio
cantonale di Bellinzona, e credo non avrebbero suscitato nel tempo
l'interesse e l'attenzione di storici e ricercatori, se il Governo
ticinese non avesse stabilito la sua sede in questo monastero,
dapprima in forma provvisoria e parziale (una sola sala) nel 1803(3), e poi in forma stabile
e completa(4).
Anzi forse, senza gli Atti, avremmo avuto anche uno storico
in meno se, come scrive Raffaello Ceschi(5), non sarebbe "da escludere che
sia stato proprio il solido volume vergato con calligrafia diligente,
capitato nelle mani di un Giuseppe Pometta trentenne, a risvegliare
in lui la passione per la storia della sua piccola patria bellinzonese
e ticinese".
Giuseppe Pometta(6) ne entrò in possesso nel 1897 "per cessione fiduciaria dapprima da chi li deteneva in consegna"(7) e ne iniziò quello stesso anno pubblicazioni parziali, inizialmente nella Rivista degli studenti svizzeri "Monat Rosen"(8) poi, durante il corso di diversi anni, in alcuni giornali e riviste ticinesi(9).
Agli Atti attinse in seguito, intorno agli anni cinquanta, Virgilio Chiesa quando, redigendo la monografia storica Palazzo del Governo ticinese(10) si occupò dell'ex-monastero; qualche anno dopo, servirono come fonte ad Adolfo Caldelari per la pubblicazione de "Il palazzo delle Orsoline". Da Monastero a Residenza governativa(11), mentre forse è meno noto che ispirarono Elena Bonzanigo per il suo romanzo storico, Oltre le mura(12). In anni recenti il manoscritto è stato oggetto di ricerca, nell'ambito della storia delle congregazioni religiose, per Daniela Bellettati(13), e in quello dello sviluppo dell'istruzione femminile, per Francesca Ferraris(14).
Sono arrivata ad avere fra le mani gli Atti, fin'ora
inediti nella loro completezza e dei quali sto portando a termine
l'edizione, quando ero sulle tracce della scrittura femminile
nella Svizzera italiana(15).
Il documento risultò essere prezioso ed è certamente
il più interessante che ho fino ad oggi rintracciato: un
percorso narrativo polifonico, cronologico, lungo oltre un secolo,
che mi permetterà forse di individuare e dare un nome a
quell'autentica scrittrice ignota, che lo redige con grande perizia
da pagina 16 a pagina 87.
Ma se ancora misteriosa continua ad essere l'identità della
redattrice principale(16),
che scrive senza mai nominarsi, misteriosa e tribolata rimane
pure la storia degli Atti e l'effettiva datazione della
loro stesura, fino ad oggi ancora non indagate.
Il monastero delle orsoline(17) di Bellinzona fu fondato nel 1730
dalli signori fratelli canonico Pier Antonio e consigliere Fulgenzo Maria Molli di Bellinzona coll'approvazione di Monsignor ill.mo, e rev.mo Giuseppe Olgiati in quel tempo vescovo di Como [...] con quatromilla scudi moneta di Bellinzona, e qualche cosarella di più, lire diecinove millequattrocentosessantaquattro, e soldi otto moneta di Milano, [...] con l'assegnazione d'un sedime di casa con una pezza di terra ortiva, e col piccolo oratorio ivi annesso esistente appresso alla chiesa collegiata di Bellinzona ove si dice alla Motta verso Monte Bello, che altre volte serviva d'abitazione del fu rev.mo signor arciprete don Filippo Emanuele Rusconi, insieme d'alcune suppellettili, e pochi mobili, proveduti per uso provisionale dalle due fondatrici, [...] e fu loro ingiunta l'obbligazione di accudire alla lodevole fondazione del nuovo istituto, insegnando a leggere, scrivere, cuccire, e le altre virtù proprie del loro sesso alle filiuole dei Borgeggiani, come pure alle zitelle educande, accudire con ogni attenzione, perché e nella pietà, e nelle altre parti vengano ad essere con profitto ammaestrate(18).
In qualità di cofondatrici e direttrici del nuovo monastero vengono chiamate a Bellinzona, da Mendrisio(19), suor Maria Gertruda Maderni(20) e suor Bianca Teresa Ghiringhelli(21), mentre vi entrano come educande: Orsola, nipote del canonico e figlia del fondatore Fulgenzo Maria Molo-Sermayno(22) e Cornelia Baciliera "anch'essa parimente nipote delli signori Fondatori dipendente però d'una sorella ed una serva chiamata Margaritta Ghittina. Ed ivi fu data loro la regola manuscritta dal Monsignor Olgiati"(23).
Nel
giro di pochi anni le religiose sono quattordici (e tra queste
c'è la figlia del fondatore, Orsola che ha assunto il nome
di suor Fulgenza Marianna(24)),
e due converse. La sede "alla Motta" senz'acqua e senza
forno(25) crea
disagi alle monache e si rivela insufficiente, per cui i due fondatori
progettano un ampliamento che però incontra rifiuti e suscita
grossi malumori, trovandosi troppo a ridosso della Collegiata,
e crea tanti affanni al canonico Pier Antonio Molo che muore di
"morte subitanea" il 2 giugno 1736(26). Il fratello, luogotenente(27) Fulgenzo Maria,
vista l'impossibilità di realizzare questo progetto ne
propone un altro, che questa volta solleva l'opposizione dei Padri
Benedettini, e dell'abate Principe d'Einsiedeln, i quali vantano
diritti sulle proprietà confinanti. Sconfitto, ma non abbattuto,
il luogotenente, sostenuto dall'arciprete Carlo Francesco Chicherio,
decide allora la costruzione del nuovo monastero vicino alla chiesetta
di Loreto(28),
in zona Orico, fuori le mura. Cede la sua proprietà, raggruppa
altri fondi(29),
ottiene altre donazioni importanti(30)
e "presente donque il rev.mo signor arciprete con le solite
cerimonie dal signor fondatore fu posta la prima pietra fondamentata
alli 9 aprile 1738 e cominciossi la fabrica dalli medesimi con
cuor magnanimo e verso Dio liberale come si vede dalla magnificenza
della stessa fabrica"(31),
mentre martedí, 6 agosto 1743, le monache "processionalmente
cantando il Tedeum e le litanie della Vergine ss.ma si trasferirono
nel novo collegio sotto li auspicii della medesima"(32). Madre superiora
è in quel momento Bianca Teresa Ghiringhelli, madre Maria
Gertruda Maderni è la vicaria, mentre le religiose, "comprese
le due fondatrici erano n. 18 e n. 6 le zitelle"(33).
Nemmeno un anno dopo l'opera compiuta, l'8 maggio 1744, Fulgenzo Maria Molo muore in casa della figlia Cornelia, maritata Chicherio, e cosí ne viene riferito negli Atti
Dal fine di marzo dell'anno 1744 si amalò il signor
fondatore non possano ridirsi le orazioni, e fervorose supliche
mandate al cielo dalle religiose per implorarne la salute al suo
amorevolissimo e cariss.mo fondatore. Con tutto ciò piaque
a Dio chiamarlo a sé il dí 8 maggio 1744 sí
che le povere monache rimasero sopramodo afflitte; né si
potero consolare se non sperando avere un'avoccatto in cielo.
Le porsero e porgano sempre continui sufraggi, tanto a l'uno come
all'altro de due signori fondatori defonti a' quali per obbligo
di gratitudine si deve avere anche da posteri non meno, che da
presenti continua e grata memoria del morto, che feccero nella
fondazione di questo collegio. In morte l'amorevolissimo signor
fondatore lasciò scudi 1500 questo legato non fu però
un novo regallo, ma rimborso di certo capitale donato per la fondazione
e che esso signor fondatore lo adoprò nella fabrica(34).
Volere, fondare, costruire un monastero, con annessa scuola(35), non è solo atto di devozione, ma è pure dimostrazione e affermazione di potere nel borgo(36), tanto che la figlia del fondatore, suor Fulgenza Marianna mira, sin dalla sua vestizione a diventare superiora. Perduta la protezione paterna, ma con alle spalle un'ampia famiglia con alte relazioni, reclusa ormai da diciassette anni non sopporta più il suo ruolo subalterno, vuol godere di privilegi, di maggiore libertà e rende la vita difficile alle madri Maderni e Ghiringhelli che, puntualmente, ad ogni capitolo, vengono invece confermate nel loro ruolo dirigente.
Nel 1747, suor Fulgenza Marianna, approfittando della visita a Bellinzona del vescovo, monsignor Agostino Maria Neuroni(37) con il quale intrattiene rapporti privilegiati, riesce a farsi nominare superiora, ma ciò sarà causa, per il collegio e per le monache, di molti guai, che non finiranno nemmeno quando lei, ritornata semplice suora, lascerà burrascosamente il monastero, la notte del 28 gennaio 1751(38).
È stata fatta superiora in occasione di visita come sopra ad insinuazione dello stesso monsignor vescovo, a cui richiesta del mio voto dissi che ciò facevo per l'amore di Dio, ed in grazia di detto monsignore, poiché in realtà non mi sembrava abile per allora a far la superiora, ma il fine poi che avesse monsignore io non lo so. [...] E credo che in tutto il suo triennio non sia venuta al comun lavorerio, che due o tre volte in circa, perché in quel tempo trovavasi sempre occupata in sala ora con l'uno, ora con l'altro, ma più frequentemente con il signor capitano Tatti(39).
La storia di suor Fulgenza Marianna e la sua nomina a superiora sono strettamente legate alla storia degli Atti che lasciano il monastero insieme a lei, come risulta dall'interrogatorio dell'arciprete e delle suore, che viene esperito dal 14 al 26 aprile 1752(40) da Giambattista Bianchi(41), delegato dal vescovo, per appurare la verità dei fatti collegati a questa partenza, fatti che hanno gravemente danneggiato la reputazione del monastero.
Veramente per lo passato, e specialmente sotto il governo della madre Mola si sortiva frequentemente con grande abuso, e libertà a divertimenti, e grotti in numerosa compagnia dell'uno, e l'altro sesso, ove concorsero anche in un giorno di carnovale molte persone mascherate con ammirazione, e scandalo del Borgo, di cui è pubblica voce, e fama...(42)
La scomparsa degli annali e dei libri dei conti, obbligano la madre Maderni e l'arciprete a riscrivere, certamente con estrema accuratezza, tutta una serie di documenti che vengono prodotti al momento dell'interrogatorio, documenti nei quali è ricostruita in modo dettagliato la storia finanziaria e sociale del collegio, dalla sua fondazione nel 1730, e della sua gestione fino al 1752.
Gertrude Maderni arriva a redigere perfino la "Prematica della mensa praticata nell'anno 1744 ed in seguito fino di presente 1752 - Nel nostro collegio", pagina manoscritta inedita(43), importante perché in calce alla stessa è di nuovo confermata la scomparsa degli Atti.
Il fatto che suor Fulgenza Marianna sia stata nominata superiora per "insinuazione" del vescovo è ribadito da tutte le monache interrogate(44), cosí come tutte confermano la condotta "leggera" della Molo che durante il suo superiorato trasforma il monastero in un "castello" dal quale esce ed entra a suo giudizio, riuscendo pure a far modificare dal vescovo Neuroni le Regole, che ne stabilivano la clausura.
In tempo di mia professione viveva il collegio colle regole di monsig. Olgiati, tra le quali oltre li voti di castità, ed ubbidienza vi era clausura per li uomini e non si sortiva per lo più che collegialmente. Ora il collegio vive colle regole prescritte da monsignor Neuroni, in virtù delle quali possiamo sortire anche a due a due, e ci è stata levata la clausura per li uomini: possiamo pernottare fuori del collegio con licenza del detto monsignore nostro vescovo(45).
Come pure è ribadita dalle suore interrogate l'esistenza all'interno del collegio di due "partiti" l'uno favorevole alla madre Maderni e l'altro schierato a fianco della figlia del fondatore.
Discordie ve ne sono state moltissime e frequenti, originate
specialmente da suor Fulgenza Marianna Mola, e da altre cinque
lei aderenti per motivo della riforma delle regole, che meno strette
si pretendevano dalla sud.a suor Fulgenza Marianna Mola, e suo
partito, contro il voto della magioranza, che pretendeva si dovessero
stampare, e nuovamente pubblicare quelle di monsignor Olgiati(46).
Sul principio anno procurato colle buone di ricondurmi al loro
partito, ma ve[de]ndo che io non ero più pieghevole alle
loro lusinghe si misero a minacciarmi, a perseguitarmi in molte
maniere: una volta mi aprirono una lettera venuta da Como con
entro una copia della mia ritratazione, perlocche si infuriarono
piuche mai, dicendo che io ero una buggiarda, una maligna e spergiura(47).
L'interrogatorio dell'arciprete e delle religiose con i relativi allegati, in più di 300 pagine manoscritte, fa pure finalmente chiarezza sui veri motivi che hanno portato Fulgenza Marianna e la sua compagna Francesca Lucia ad uscire dal convento(48), mentre negli Atti, unica fonte fino ad oggi consultata dagli storici, questi fatti sono narrati a posteriori in modo sommario e parziale
Terminato il governo della signora Fulgenza Marianna essendo restato vacovo il casino delle educande la sudetta signora Fulgenza Marianna cercò di abitare nella stanza, che in detto casino serve per la maestra dicendo voler abitarla con la signora Francesca Lucia per soli due mesi. La superiora ebbe qualche dificoltà in concederla. Di lí a pocco fu cercato alla superiora di ricevere una educanda forastiera ed arivò la detta il dí 14 genaio 1751. Fecero il Capitolo e terminato, la superiora ricordò alla signora Fulgenza Marianna la promessa di ritirarsi venendo zitelle, ed essa rispose non poteva subito farlo per essere attualmente amalata la signora Francesca Lucia. La figlia entrata in collegio la tenne a riposare la madre vicaria passati alcuni giorni di novo la superiora disse alla signora Fulgenza Marianna, che dovesse prendere una delle stanze libere a titolo di figlia del fondatore le concedeano per agiustarla in tanto si rimetteva in forze la compagna per poi trasferirsi. Essa sogionse non aver bisogno d'altra stanza e quando fosse guarita l'inferma sarebbesi portata nella sua. La superiora non tralasciò d'avisarne il prelato il quale rispose in lettera, che sicuramente doveva sgombrarsi il casino delle educande e con queste precise parole - In caso di renitenza ella senz'altro scrivere nota faci da superiora. Ricevuta che ebbe tal ordinazione abenche con spiacimento per aver adoprar inusitata violenza il giorno 28 genaio 1751- disse novamente alla signora Fulgenza Marianna, che essendo indisposta la madre vicaria conveniva levare la figlia di sua compagnia, che però neccessariamente doveva mettersi nell'abitazione propria, e la replicò di portarsi a vedere la stanza, che più li era in agradimento e di compagnia s'aviarono a prendere la elezione. Ravisata che l'ebbe disse, che la mente del prelato era di darle una delle migliori stanze. Replicò l'altra d'altre stanze non essere ella padrona essendo abitate dalle religiose e delle libre ben vedea essere quella la migliore. Adirata di tal risposta sogionse io non la voglio. Accorsero subito li parenti e volevano si rimettessero i leti almeno per una note, a tal effetto il signor delegato convocò le monache a Capitolo e toltone due voti li altri negarono il permesso. Due religiose fecero esebizione della propria stanza per vedere d'aquietarle ma fu invanno stando ferme in non cedere un ponto. Chiesero licenza dal signor delegato di sortire, che non volse darla come fece anche la superiora. Dovette bensí ad istanza del detto signor delegato benedirle ma lo fece protestando che le benediceva sí ma non intendevasi di concorrere al permesso di partire non avendo l'arbitrio. Partirono con li cognati signori Tatti e la madre, che le condusse in propria casa(49).
Il libro originale degli annali ha lasciato dunque il monastero insieme a Fulgenza Marianna(50) nel 1751, e non verrà più ricuperato. La fuggiasca, con la sua compagna Francesca Lucia Paganina, si trasferirà a Lucerna presso quel collegio delle orsoline, e intenterà continue cause legali contro le ex-consorelle, provocando loro gravi tribolazioni, per circa un ventennio(51).
Scrive infatti la madre Gertrude Maderni al vescovo di Como, il 2 luglio 1767
Quali figlie afflitte al suo amantissimo Padre queste mie religiose
meco unite genuflesse ai di Lei piedi imploriamo la possenza,
e zelante protezione di VS. ill.ma, e rev.ma nelle nostre gravi
indigenze, e nella presente occorenza per le due di Lucerna nella
ristituzione delle loro doti, e frutti. Sabbato prossimo scorso
l'ill.mo signor arciprete nostro vicario personalmente c'intimò
le lettere sue monitoriali per la consegna delle sudette doti
e frutti. Le religiose con me sempre state ubbidienti alli rispettabili
ordini della santa Congregazione, e di VS. ill.ma, e rev.ma pronte
sono ad eseguire quanto loro viene prescritto; e sebben trovasi
il collegio miserabile di sostanze, ed in angustie per essere
da' debiti aggravato, stante anche le annate scarse, ciò
non ostante per vivere in santa pace sono contente a restituire
alle due di Lucerna le loro doti, e frutti dal giorno di loro
volontaria partenza seguita il 28 gennaio di sera nel 1751 senza
veruna permissione del Superiore. Le religiose trovansi aggravate
del fitto delle doti fissato da VS. ill.ma, e rev.ma al 5 per
cento, quando che nel paese gl'impieghi buoni rendano il quattro,
o al più il quattro, e mezzo, essendo di dovere, che non
si dia di più di quello si è ricevuto, e massime
anche che la dote della suor Francesca Lucia Paganina è
stata riscossa in quel tempo, e impiegata nella fabbrica. Per
ubbidire alli venerat.mi di lei ordini mando al signor Canceliere
de Ponte li ricapiti giustificanti le doti delle due che sono
400 scudi di Bellinzona per cadauna(52).
La prima pagina di quelli che chiamerei i "nuovi" Atti è redatta con grafia molto incerta dall'arciprete Carlo Francesco Chicherio, che annota sul frontespizio
ma non avendo io arciprete per le mie sovraggiunte indisposizioni, e diversi gravi impicci potuto proseguire l'opera ideata, cui appena con un foglio ho dato l'incominciamento, sarà questa proseguita, e continuata dalle stesse religiose, o' d'altre persone secondo l'occorrenza
Carlo Francesco Chicherio, arciprete di Bellinzona, cofondatore e benefattore insieme ai fratelli Molo-Sermayno del monastero, amministratore dello stesso dal 1730 al 1743, il 23 novembre 1757 "amalosi gravemente e fu dai medici giudicato vicino il suo transito" come registra la cancelliera Chicherio(53) e "spirò nel Signore circa le ore diecisette in giorno di sabato vigilia del santo Natale [...] fece testamento, nel quale obbligò li signori nipoti eredi continuare al collegio la carità mensuale di l. 50: sino l'anno 1784 inclusive..."(54).
Si può dunque ipotizzare che l'arciprete, ammalato ed essendo il monastero ancora sprovvisto degli Atti trafugati dalla Molo, diede l'avvio ad un nuovo quaderno (quello attualmente conservato), poco prima di morire. Questa ipotesi sembra confermata dal fatto che alla pagina 2, nella frase d'esordio, la redattrice scriva "Essendo pure disposizione del Cielo aciò le religiose fossero singolarmente assistite nello spirito dal rev.mo signor arciprete già mentovato come lo fece con carità indefessa...".
La cronaca degli Atti continua poi snodandosi apparentemente in modo regolare negli anni. Incursioni nel futuro a più riprese ci fanno pensare che la scrittura sia ricopiata e ricostruita a posteriori, in base ai documenti prodotti dalla madre Maderni durante l'interrogatorio e ad altri quaderni di minuta.
Ad esempio tra il 1739 e il 1740, alla pagina 5, si annota un evento che sappiamo accaduto il 28 gennaio 1751
La chiesa esteriore fu donata dal borgo con le campane e varie supeletili delle quali non si po' registrare qui l'inventario per avere come si disse la signora Fulgenza Marianna portato seco il libro in cui era notato quando sortí del collegio.
Cosí, mentre si fa la cronaca del 1752, si dà notizia di un fatto "come ognuno sa" che si svolgerà nel 1754
In questo intervallo di tempo monsignor vescovo ricevette dalla sagra congregazione de vescovi ricevette dico ordine di far esaminare le religiose e furono delegati il signor avocatto fiscal Bianchi il signor Podazza, ed il signor dottor Pancaldi li quali arivarono il giorno 16 aprile 1752 e l'alogio l'ebbero in casa del rev.mo signor arciprete. Li esami qui non si ponno riferire perché furono fatti segretamente ognuna separata, po' ben arguirsi quali fossero del risultato poiché mandati a Roma dal prelato e diligentemente inquisiti e stampati; il dí 28 febraio 1754 fu emanata la sentenza, come ognuno sa favorevole al collegio ed alle fondatrici e si conserva nella cancelleria manuscritta con il sigillo del Cardinale ponente, che fu l'emenintissimo signor Cavalchini(55).
Nel 1758, a pagina 15, la cronaca conosce un importante arresto, per poi riprendere, alla pagina 16, ma con questa premessa
Qui termina la relazione delle cose nostre distesa dalla rev.da madre Maria Gertruda Maderni, e sig.a cancelliera Francesca Antonia Chicheria, che poi uscí come dirassi qui sotto, ed io cancelliera presentanea, per ordine della rev.da madre Marianna Giuseppa Chicheria attuale superiora proseguirò a riferire le cose più importanti. Protesto che quanto alle cose che non sono passate sotto a miei occhi, che registrerò, li seppi per relazione di persone ben informate, e degne di fede, e protesto ancora, che scrivendo de mancamenti di qualche persona non intendo di offendere il di lei buon nome, perché molte volte i falli non dippendono da malizia di volontà, ma da innavedutezza o errore dell'inteletto.
La nostra autrice esordisce dunque in questa pagina indicando l'anno 1760 e dichiarando essere in quel momento madre superiora Marianna Giuseppa Chicherio(56) che fu nominata tale solo il 15 ottobre 1783. La cronaca è quindi ricostruita a ventitre anni di distanza?
Il testo degli Atti scritto in bella grafia, privo di correzioni e modifiche, nonché la documentata scomparsa del libro originario ci fanno pensare che la redazione avvenga dapprima su quaderni di minuta e poi sia trascritta. La calligrafia sempre uguale, da pagina 16 a pagina 87, e lo stile ricco di particolari e di osservazioni personali, fanno ipotizzare che la persona che lo compila in quel periodo possa essere la medesima.
A partire dal 14 gennaio 1769 la cronaca si arricchisce di aneddoti e si rivela talmente minuziosa da indurci a credere che la minuta sia stata redatta in un "passato" relativamente recente. Alla morte di suor Teresa Rosalia Paganini la redattrice dedica ben due pagine per raccontarci vita e virtù di questa monaca, e cosí a tutte le morti delle consorelle ne traccerà la biografia. Anche fatti esterni al convento diventano argomento di scrittura, come ad esempio i fuochi d'artificio del 1776, che la suora afferma di non aver visto, ma che descrive abilmente.
Sul finir d'agosto del sud.to anno seguí nel nostro
Borgo la solenne traslazione del corpo del santo martire Fulgenzo
dall'antica alla nuova maestosa capella fabricata nel'estremità
del latto destro della Chiesa Maggiore.
Non sarà fuor di proposito il darne qui un breve raguaglio,
tanto più che vi entrano cose che riguardano la nostra
comunità. Fu preceduta la traslazione da un tridovo fatto
con una straordinaria magnificenza di sontuoso apparato di tutta
la chiesa, di scelta musica eseguita da buon numero di valenti
professori in canto e suono della città di Milano sotto
la direzione d'uno de più accreditati maestri di quella
città, di archi trionfali, ed iscrizioni a tutte le porte
del borgo d'illuminazioni nelle sere di fuochi d'artificio e di
sparo delle arteglierie de nostri castelli. Nella penultima sera
si diè fuocco ad una macchina ben ideata. Questa per quanto
ci fu rifer[i]to rappresentava un gran tempio alla di cui base
si saliva per un ampia gradinata. Venuta l'ora prefissa per mezzo
d'una incendiaria colomba sciesa dal castello d'Altorffo comparve
dal fondo alla cima tutto illuminato il tempio, che poi a parte
a parte, e con ordine andò strugendossi in vari giuochi
di fiame che or scendevano al capo a guisa di piogia, or s'agiravano
all'intorno come ruote luminose or sembravano un sole tutto attorniato
dai raggi or vibravansi altro(57)
qua e la scorendo luminose per l'aria, e con altri simili schersi
avicendati sempre da sonori colpi, che faceano un gratto rimbombo
per le nostre contrade. Nell'ultima sera si diè fuoco ad
altra machina nella piazza di santo Stefano, era minore della
prima, ma dicono che andò assai bene. Fu essa pure accompagnata
d'un grandissimo sbaro dei Castelli, d'illuminazioni, e di vari
barilli di rasa che si abbrucia<ro>no nella stessa sera.
Col previo aviso di queste feste venne una tale quantità
di qualificati forastieri dal milanese e da borghi circonvicini,
che oltre i pubblici alberghi n'erano piene le case di particolari.
Venne pure ad onorare queste fonzioni monsignor Mugiasca nostro
vescovo, non meno per secondare l'invito del signor arciprete
Chicherio, che lo tratò in sua casa colla solita sua splendidezza,
che per istinto di sua pietà e ancora per l'affetto che
portava al nostro borgo, da cui riconoscea l'origine la nobile
sua famiglia.
Qui è da notarsi che un pio sacerdote che potea molto su
l'animo di monsignor vescovo pensando di far cosa gratta alle
nostre religiose, avea dallo stesso monsignore ottenuta licenza
che potessimo salire sul Castelo d'Altorfo a vedere l'incendio
della sudetta machina, ma restò sorpreso, e molto edificato,
quando udí che tutte d'accordo sacrificando la loro curiosità
all'osservanza della Regola di non uscire di notte dal chiostro
rifigitaron(58)
la grazia(59).
La religiosa dunque, approfitta della redazione degli Atti, che di regola registrano vestizioni e morti, per manifestare le sue opinioni, per esprimersi con ricchezza di particolari e con tale competenza linguistica da portarci a ipotizzare che possa essere la maestra delle educande che si rivela, come confermano le pagine 47-69 pubblicate qui di seguito, relative ai fatti di Bellinzona, tra il 1797 e il 1805, una vera scrittrice.
[1769] Li 17 luglio seguí la visita di monsignor Mugiasca celebrò la santa messa, ci comunicò tutte di propria mano e si fece il trono nella Chiesa esteriore. Entrò nel coro, per la portina del campanile e fece l'esequie alle religiose defonte. A voluto parlare a tutte le religiose, ciascuna in particolare. Pranzò nella stanza vicina alla sala, e non mangiò, che due ova una minestra, e un poco di panna con i biscotini. Al dopo pranzo tenne cresima nella chiesa esteriore. Disse che si potea tenere il Santissimo al giovedí e venerdí santo ancora con minori lumi come si è di poi praticato accendendone solo cinque. Concesse alcuni giorni d'indulgenza a chi recita un'avemaria alla Madona di Valdo che sta a piedi della scala grande. Benedisse Iddio, che avesse ritrovate queste religiose in somma pace, e contentezza. Ordinò che si accrescesse la dozzina per l'educande(60).
Se la casa "è purtroppo un luogo di silenzio per lo storico"(61) le grosse mura del monastero di santa Maria di Bellinzona e quelle dell'abitazione tra il 1798 e il 1803, si rivelano invece, attraverso le pagine degli Atti, una fonte significativa, tanto più che, in particolare per gli anni 1797-1803, come scrive Stefano Franscini, agli eventi occorsi nei distretti superiori (Bellinzona, Riviera, Blenio) "v'ha una rincrescevole penuria di notizie anche per rispetto a fatti che potrebbono meritare d'esser ricordati"(62).
Nel 1798, in seguito all'arrivo delle truppe a Bellinzona, le monache "nel tempo che cocea il pane", dovettero lasciare precipitosamente il convento e rientrare nelle loro abitazioni. La redazione degli Atti, oltre le mura del convento e fra le mura di casa, continuerà però puntualmente, mescolando sacro e profano, e trasformandosi in preziosa cronaca storica(63).
[47]
1797 Li 31 gennaio in giorno di martedí, vestí l'abito
religioso la signora Antonia figlia del signor Giovan Antonio
Fratacola, e signora Nattala Tonassina. Prese il nome di Giuseppa
Serafina. Fece li Santi Esercizi dal rev.mo padre Prevosto don
Nicolao Vedani, confessore attuale del monastero.
anno sudetto alli 20 febbraio vestissi religiosa corista la signora
Maddalena figlia del signor Fulgenzo Zezio, e signora Francesca
Tatti, prese il nome di Francesca Antonia. I Santi Esercizi li
fece dal sudetto rev.mo padre Prevosto, assieme della predetta
novizia.
In quest'anno incominciarono a scuscitarsi [sic] dei torbidi in
Lugano, e nelle loro vicinanze, cagionati dai sorgenti(64). Recarono nel nostro
paese grandi timori, che poi sparirono(65).
[48]
1798 agli 2 febbraio giorno dedicato alla Purificazione della
B.V. fece la professione la signora Giuseppa Serafina Fratacola.
Nelle mani del rev.mo signor arciprete don Fulgenzo Sacchi(66) sotto il governo
della madre superiora Giuseppa Catterina Molo(67)
Anno sudetto 25 febbraio domenica prima di quaresima, circa le
ore 16:1/2 Fece la professione la signora Francesca Antonia Zezi.
Nelle mani del rev.mo signor vicario Sacchi - sotto il sudetto
governo. Queste due religiose furono le prime che godettero il
privilegio d'essere esentuate di molti accessori. Come vedesi
al fine di questo libro. Pagarono la dotte solita di scudi 750
moneta di Bellinzona.
Nel sudetto mese si rinovarano le sciagure di Lugano, e sucessero
omicidi, sacchegi, prigionie(68).
Di maniera, che un rapresenta[nte] atterito(69) d'una sí funesta tragedia
partí sul far della notte secretamente da Lugano, e arrivò
parimente di notte in Bellinzona(70)<Questi>
Cercò tosto udienza dal nostro Comissario(71) e questi, che era uomo pavuroso
all'eccesso, udendo tali raconti, e sentendo di piú, che
i cosi detti, Cisalpini sarebbero al piú longo gionti alla
mattina in Bellinzona; mandò ad avisare li padri benedetini,
e quanti Tedeschi facoltosi si ritrovavano in Paese. Tutti si
misero a caricar bagliagi delle miglior loro sostanze, e a prendere
con esse la fuga. Duonque andavano empivano ognuno di spavento.
E da notarsi che il sudetto rapresentante era, per il timore delle
passate sciagure, divenuto come pazzo, e disse assai piú
del vero. Alla matina il nostro paese fu tutto in iscompiglio,
e vennero a raccontare a noi pure queste sciagure. I parenti delle
nostre educande, che erano da circa dieci, vennero a levarle,
con i loro coredi, sembrando loro che a momento dovessero venire
i detti Cisalpini. Il signor dottore Carlo Francesco Molo(72), per acertarsi,
mandò una stafetta verso Lugano, la quale ritornò
alla sera con dire che non erano Cisalpini, ma sorgenti, e che
si erano ritirati a Bissone, e a Mendrisio. Da qui si deve notta[re],
prima
[49]
di non credere troppo facilmente, poi d'informarsi da persone
sagge, e non fanatiche. L'intimidito Comissario, appunto per non
aver prese le dette informazioni, ritornò in paese; ordinò
<una> immantinente una leva chiamata Guardia Nazionale;
fu cagione che venissero quei di Leventina in armi, e cagionò
al nostro borgo una grande spesa; e afflizione. Durò poco
il sogiorno del Comissario poiché sentendo che i Luganesi
aveano scosso il giogo de loro Sovranni, e piantato l'albero della
libertà, prese secrettamente la fuga. Quello che piú
afflisse noi si fu che in maggio si dovea fare i Santi Esercizi,
e già due obblati del collegio di Rò erano poche
leghe da noi lontani, quando li sopragiunse una staffetta ad anunziarle
che veniva sopresso il loro collegio, e che ritrocedessero il
loro camino.
Nello stesso maggio si piantò ancora in Bell[inzon]a l'albero
della libertà(73),
e fu dal Gran Consiglio d'Arau(74)
eletto prefettatto nazionale il cittadino Giuseppe Rusconi(75).
Agli 11 agosto il detto prefett<t>o<to>, per ordine
parimento d'Arau. Venne con il cittadino Gianotti membro della
Camera Amministrativa, e li cittadini Giuseppe, e Vittore Ghiringhelli
secretari. Ci fecero un esato inventario di tutta la rendita;
e de supeletili di ciascuna officina. Di piú fu sequestratta
tutta l'entratta, e mobile d'ogni sorta. Fu inoltre proibito il
vestire, e professare religioso. Tal divietto ci mise in agitazione
temendo la totale distruzione del collegio. V'era di fatto una
giovine educanda d'Altorffo che avea vocazione di farsi monaca
e non si poté vestire, ciò riusci di nostro disgusto,
essendo una buona giovine. In quel tempo si udivano cattive nuove
per riguardo alla nostra sussistenza, e la superiora non mancava
di racomandarsi, or al signor arciprete, or al prefetto nazionale,
ed or al presidente(76)
[50]
della Cammera Aministrativa, e tutti ci davano buone parole, e
ci favano sperare un felice esito. Ma che al primo anonzio che
veniva in Bellinzona truppa, per poi passare nella Mesolcina,
si mise tutto il paese in iscompiglio per timore di dover allogiar
soldati nelle proprie case, e la Municipalità, e i privati
accorsero dai magistratti insinuandoli che levassero le orsoline,
e mettessero nel loro chiostro il militare. Tanto dissero, e tanto
ottennero. <Tanto dissero, e tanto ottennero>. Impercioché
nello stesso giorno la Cammera Aministrativa ci mandò una
lettera del tenor seguente. Le religiose orsoline ritireranno
assieme le loro robbe al caso che questa sera venisse militare
... Alcune religiose, rifletendo a quella parola, al caso venisse,
non volevano mandar fuori del monastero i loro coredi, ma i nostri
congionti, piú aveduti di noi, mandarono le persone di
servizio a levarceli. Diffatti in quella stessa sera venne una
compagnia di soldati, ma il capitano si protestò, che ne
lui, ne i suoi soldati volevano pernotare fuori del borgo; a tale
anonzio si siamo alquanto consolati, ed abenche fossimo senza
letto, non abbiamo voluto sortire. Il giorno seguente si rinovarono
le suppliche al Presidente, che posto che i soldati non volevano
pernotare fuori del borgo ci lasciassero tranquille nel nostro
monastero. Parea disposto a favorirci, ma quella speranza ci recò
maggior danno; poiche si mandò a riprendere i letti, si
siamo messi a far il pane, ed i soliti dolci, e ad altro non si
pensava che a stabilirsi nuovamente nel nostro monastero. O Dio!
Nel tempo che cocea il pane, venne un secretario della Camera
Aministrativa con lettera del presidente, sottoscrita ancora del
prefetto, che dovessimo sortir, al piú presto fattibile,
che a momenti veniva una compagnia di granatieri, e che non sapevano
dove allogiargli. V'era insieme un municipalista, con ordine,
che tutte le monache lasciassero, a beneficio de soldati, i propri
letti, e quelli del monastero, che servivano per l'educande forastieri,
questi erano quatro; ci obbligarono ancora a lasciare tutte le
batterie di cucina, prestino, e infermeria. I tavoli, pangalli.
Tutta la legna d'abruciare, i soli borelli erano piú di
mille, oltre 300 stanghe di fresco comprate; e la stalla piena
di fassine...
[51]
In cosi scarso tempo, non si sapea dove ripore, ed a chi consegnare
gli arredi della sacrestia, e tutti gli mobili delle altre officine,
che non doveano servire per la truppa. Ci mandò a dire
il presidente, e prefetto, che dovessimo ripore il tutto in due,
o tre stanze, che essendo militare subordinato, non averebbero
involatto nulla. Oh Dio! Non si era ancor terminato di rassetare
le dette cose che si sente il tamburo, e già entrano i
soldati in monastero. Per non incontrargli, sortirono le religiose,
parte della vigna, dove v'è la porta detta dei Gorla, ed
altre sortiro[no] di chiesa.
Non si può esprimere con quanto dollore si separavammo,
e con quanta confusione, andavammo il giorno seguente alla chiesa;
all'incontrarsi ci cadevano le lacrime. Il signor arciprete, ed
i nostri congionti, per timor che i soldati ci facessero qualche
sprezzo, stimarono bene che deponessimo il velo, e si vestissimo
di secolare.
La stessa notte che entrò il militare in monastero, forse
perché con loro non dimorò il capitano, ruppero
tutte le serrature, e fecero guasto di quanto ritrovarono. Involando
il piú prezioso, cioè il gallone delle pianete,
e piviale - le mostrine della sante reliquie, e molta biancheria.
Sforzarono le porte della cantina, dove vi era ancor tutta la
raccolta del vino. Nel levare il rimasto si ritrovò che
ne mancarono piú di 18 brente. Se con ciò fossero
terminati i danni sarebbe statta cosa tolerabile. All'uscire una
compagnia ne entrava un altra, e tutti facevano qualche nuovo
guasto. Non avendo piú legna stagionatta, levarono tutta
quella della vigna, e delle spaliere.
1799 La notte dei 7 marzo con gran silenzio partí il militare,
che era composto da settemille combatenti, per sogiogare la Mesolcina,
e tutto il Grigione (come le riuscí), perché entrò
nello stesso tempo in Coira dalla parte del Reno; l'armatta franc[e]se
comandatta dal Generale in capo Lebrugha(77).
[52]
I Francesi che allora rimasero nel borgo erano li artisti, le
donne degli officiali, ed altri pochi di guarnigione. In quell'epoca
la Camera Aministrativa comandò con premura al signor Giuseppe
Mariotti, che facesse lavorare la vigna del nostro recinto; ciò
riuscí di molta spesa perché si dovette comprare
tutto il legname, necessario per la medema. La superiora vedendo
riffatta la vigna, e vedendo altresí che quei pochi Francesi
erano quasi tutti dipartiti nelle case private, col consenso delle
religiose scrisse il presente memoriale.
Le monache del collegio di S. Orsola
Alla Camera Amministrativa del Cantone di Bellinzona
Amministratori - Bellinzona 7 aprile 1799
Dal decreto del Diretorio esecutivo che riguarda unicamente il
nostro mantenimento appare che noi non avremo ad entrare nel nostro
monastero. Noi non sappiamo quali mire possa avere il Governo
su quel fabbricato, perciò supposto che il nostro chiostro
non abbia già altro destino, vi preghiamo tutte o cittadini
amministratori, a voler fare presenti al Direttorio i nostri voti
affinché quando detto chiostro venga ristaurato noi vi
possiamo rientrare.
Il cittadino viceprefetto ha già ricevuta la deposizione
della nostra volontà quando a nome del Governo c'interogò
ciascuna singolarmente qual'era la nostra intenzione riguardo
al nostro stato presente. Noi non facciamo per tanto adesso, che
rinovare quella confessione, lusingate che la Republica non avrà
alcun piú solenne motivo che cene impedisca leffetto -
saluti, e stima. ...
L'esito di quel memoriale, fu simile a quello che siera mandato
per ottenere la pensione, cioè di non risponderci. Anzi
non sie marcato, che poco dopo sortite, in vece di soccorerci
ci hanno fato pagare rigorosamente la contribuzione, e la taglia.
Si rinovarono piú volte le suppliche per avere i nostri
letti, e qualche soccorso, ma
[53]
il tutto fu in danno. Si verificò in noi il detto di scrito
"che maledetto è quel u'omo che confida nel u'omo".
Parea incredibile che persone, che prima di sortire da monastero,
sembrava che avessero tutta la propensione per noi, ci trattassero
in simil guisa. Impariamo da ciò a non fidarci dalle creature,
e da questo falace mondo; ma solo di Dio, che mai abandona chi
di Lui si fida
Circa l'affine d'aprile del detto anno 1799, arivavano in Milano
i Tedeschi, per la qual cosa intimoriti quei pochi Francesi, che
si ritrovavano in Lugano vennero nel nostro borgo e alla notte
precedente al primo maggio partirono tutti. La mattina vedendosi
i bellinzonesi solevati da tanti disturbi, e spese, davano segni
di gran contento, e la nostra superiora avea deliberato (no[n]
già di scrivere) ma d'andare in persona dal prefetto nazionale,
affin d'impegnarlo a dar immediatamente ordine che si ristaurasse
il monastero, onde rientrare le religiose. Nuova burasca. Appena
terminata la processione, che ogni anno si fa il primo maggio.
ecco entrar armatti li paesani d'Isone, che ad imitazione di quei
di Colla, che aveano pochi giorni prima sacchegiato varie case
di Lugano, ed ucisi da circa cinque persone. Fra questi l'abate
Vanelli(78) gazettiere.
Dicevano di voler morto il prefetto, viceprefetto, presidente,
e varie altre principale persone, e poi sacchegiare le loro case.
Si poteva con facilità dalle finestre ucidergli tutti,
perche eran pieni di vino. Ma usarono in vece grande prudenza,
e carità. Andarono quelle persone che non avevano di mira
a placargli con buone parole; gli diedero del danaro, da mangiare,
e da bere, e con buone maniere l'instradarono per la lor terra.
Fossero qui finite le sciagure. La mattina seguente giorno di
domenica, si sente nuovo scompiglio, e fu che quei di Leventina
si misero sotto alle armi in ordinanza di combatenti, e con dell'autorità
comandavano, e volevano, che Bellinzona e suo distretto s'unisse
seco a far fronte ai Francesi che sarebbero ritornati da San Gotardo.
Dicendo che
[54]
in Aairolo aveano messa la guarnigione. Aveano uciso un servo
del General Lecorp(79),
che stava alla custodia dell'equipagio del suo padrone. S'ierano
impadroniti di quel equipaggio. Haveano fatto dei prigionieri.
Arrivatti apena in Bellinzona s'impadronirono di due canoni, che
i Francesi aveano lasciati nella piazza di Santo Steffano. Andarono
con i loro soldati al possesso dei castegli. Sentendo i paesani
di Sementina l'invito della nuova armata. S'unirono essi pure.
In quel giorno cominciarono a dar prova del loro valore. Combatendo
cont[r]o l'albero della libertà. Fusilandolo rovesciandolo,
e abbruciandolo. Procurarono i Bellinzonesi di disuadergli, che
non era possibile il far fronte ad un armatta, tanto avezza nel
combatere, e regolatta da esperti, e valorosi capitani. Alcuni
si lasciarono persuadere; altri tratavano di giacobini, chi a
loro disegni si oponea; ed altri si portarono al campo austriaco
invitandogli a venire in loro soccorso. Diffatti vennero due esploratori.
S'incaminarono alla volta di Roveredo, quando videro, da lontano,
col favore de canociali, che larmatta francese era numerosa assai;
ritrocedettero il camino a spron battuto, e cosí fecero,
quei di Leventina che li accompagnavano. I quali ebbero l'imprudenza
di comandare alla guardia nazionale di chiudere la porta tedesca.
Infuriato uno della stessa guardia accorse a chiudere la porta
di Lugano dicendole se volete che li Francesi abbrucino noi, siate
voi pure partecipe delle nostre sciagure, e ben vero che si dovette
lasciargli sortire, perché minaciarono di troncare la testa
a chi si opponea. Con prudenza, e cellerità i principali
signori del borgo andarono incontro alla truppa francese ricevendole
con buone, e graziose parole; Informando i generalli che se vedessero
distrutto l'albero, era statta una folia d'alcuni paesani, contro
il consenso del prefetto. E da marcarsi <che> che quei di
Leventina aveano datto a credere ai nostri paesani che i Francesi
che venivano dalla parte dei Grigioni, non erano di piú
di cinquecento
[55]
Voleano assolutamente che la Municipalità desse loro tutte
le armi che si ritrovava nell'arsenalle del borgo, per unirsi,
come diceano, con la Leventina a far fronte alla picola armatta
francese, e perché queste furono negate, li stessi paesani
dissegnavano di suonar campana, a martello. Chiusero tutti i campanili.
Restarono poi disinganati quando videro un armatta composta di
14 mille u'omini tra cavallaria, e fanteria. L'essere poi entratta,
e uscita una si forte armatta (come dirassi) senza sachegiare
ne far danno alle persone; si è attribuito ad una grazia
speciale del Signore che ci fece per i meriti del nostro protetore
santo Fulgenzo, che da tre giorni stava esposto alla pubblica
adorazione. Entrarono in borgo circa le vent'ore dei 10 maggio
vigilia di Pentecoste, e in quelle feste non si sono campane.
I maggiori danni seguirono nelli vilaggi. specialmente a Magadino,
Cadenazzo, e Bironico, dove cominci[a]rono a battersi con l'Imperiali.
Stimarono però bene il ritirarsi, prevedendo che non era
possibile per allora l'avanzarsi. Come diffatto la mattina degli
ventidue dello stesso maggio partirono alla volta di Leventina.
In grazia delle preghiere dei Bellinzonesi, non fecero quel male
che dissegnavano alla detta Leventina, cioè di sachegiare
abbruciare ecc. Nello stesso giorno cominciò a venire una
compagnia d'Imperiale, e il giorno seguente, che era la solenittà
del Corpus Domini venne il Principe di Rouan(80) con molto seguito di cavaleria,
e fanteria; continuvò il passaggio sino in ottobre con
inenarabile danno della racolta. Preghiamo continovamente il signore
che ci difenda per sempre dalla guerra. Si sperava che quel militare
dovesse essere piú raggionevole, ma si trovò tutto
all'oposto. Sono indicibili le angherie, le opressioni, le spese
che recarono, al borgo ai
[56]
villagi, <agle> alle particolare famiglie, ed alle comunità
religiose. La nostra vigna (come si disse siera riffatta con molta
spesa. Furono di nuovo bruciati tutti i legnami svelte le viti,
e molte piante. Verano rimaste molte porte nel chiostro le abbruciarono
tutte. Come pure soffitto, travetti. Rubarono splanghe cattenazzi
cancani, e quasi tutte le ferratte; ed altri immensi danni
1800 Temendo l'Imperiale di dover abbandonare la Svizera Ittaglianna,
avendo di già abbandonatta l'Elvezzia, e vedendo che i
Francesi s'avanzavano fino in Airollo. Dove successero alcune
scaramuce. In vece di fortificarsi, e far fronte all'inimico.
Levarono tutti li cannoni che si ritrovavano in Leventina, in
Blenio, e quelli che erano ne nostri tre castelli, con le collombine,
e manegioni, e tutti le mandarono a Milano. Indi a Pavia. (che
poi restarono preda del loro inimico). E tutta la spesa del trasporto
restò a carico del povero nostro paese.
Alcuni de nostri parenti vedendo l'impossibilità di ritornare
in monastero, essendo ridotto in sí deplorabile statto;
ci solecitavano a dividere i capitali. La superiora volle prima
intendere la volontà del signor arciprete, e di monsignor
vescovo Rovelli(81),
qualli la consigliarono a non farlo. Fu veramente consiglio di
Dio, perché se si fossero divisi, alcuni de detti parenti,
piutosto che restituirceli avrebbero disuase le loro monache congionte
a non rientrare; ed alcune delle stesse religiose piutosto che
restare nel secolo, si sarebbero monacate in altra religione.
Circa l'affine di maggio partí il Generalle e fe partire
tutta la provisione di bocca, e di guerra. Lasciò una sola
compagnia la quale, il dí 30 sudetto s'accampò al
ponte della Movesa, con pocca monizione. La notte dello stesso
giorno arivò un grosso esercito di Francesi. Quei pocchi
Tedeschi si misero a far fuocco contro <L'Fra>
[57]
L'inimico. Ne restarono morti da circa trenta. I Tedeschi si salvarono
dietro la chiesa del santo Crocifisso, detto della Movesa. Li
Francesi credevano che l'armata austriaca fosse assai numerosa,
e perciò non ardirono d'avan[za]rsi. I Tedeschi che sapevano
esser pocchi, e quasi senza cibo, e con pocca monizione si ritirarono,
sul far del giorno. Perloche animati i Francesi dal non veder
piú fuocco s'avanzarono, e alla mattina del 31 maggio,
vigilia di Pentecoste arrivarono in borgo; ed i Tedeschi (come
si disse erano di già tutti partiti. È poi tanta
la scarsezza d'ogni genere di viveri, che il pane andava soldi
dieci la lireta e il vino l. 100 la brenta. E pure la Municipalità,
i particolari doettero ritrovare con che pascere tanta gente famelica.
Il Signore per sua misericordia ci preservò ancora questa
volta d'un totale sacchegio. In breve la numerosa armata passo
in Lombardia, e s'impadroní nuovamente di tutta l'Ittaglia.
1800 Li 20 giugno morí la signora Giuseppa Luigia Chicheria(82) nell'esiglio, cioè
nel secondo anno da che eravamo mandati fuori del nostro caro
monastero. Questa povera religiosa fu costretta a prendersi una
stanza a pigione. Viveva poverissimamente. L'ultima sua malatia
fu febbre accuta assai violenta, che in tre giorni la ridusse
al termine di sua vita. Ebbe però tempo di ricevere li
santissimi sacramenti con perfetto uso de sensi. Lasciò
da dividersi tra le religiose quel poco peculeo, che avanzava
dal funerale, e spese di medico e medicinali. Fu portato il suo
cadavero nella chiesa parochiale di santo Steffano con decoroso
funeralle, e sepolta nel monumento de suoi avi. Il rimanente sta
registrato nel libro in cui si registra il passaggio di tutte
le religiose(83).
In quest'anno si fecero varie istanze per lo ristabilimento del
nostro monistero, ma il tutto in vanno. Già perché
continovava il passaggio del militare, e poi perché non
era stabilita la pace. Parea imminente una nuova rivoluzione;
La quale col favor del cielo svaní.
[58]
1801. Li 14 maggio. Terminò di vivere la fu signora Fulgenza
Marianna Zezi(84).
Questa pure morí nel terzo anno del nostro esiglio, e fu
sepolta, con decoroso funerale, nel monumento de suoi congionti.
Altre particolarità stanno registrati nel libro de morti.
Si dirà solo che era tanto grande il desiderio che nutriva
per lo ristabilimento del monastero che in morte consegnò
scudi 55 al signor arciprete per adoperargli qualora si rimetesse
il monastero. Come di fatto furono i primi ad adoperarsi nella
fabrica. Cominciando con quelli a comprare assi, e calce.
1802. Si stabilí il Governo in Lucerna. Nel qual tempo,
avendosi mandata altra petizione, per lo ristabilimento del collegio.
Fu Decretatta la sopressione del convento degli Agostiniani; con
ordine che s'adoperasse la rendita del medemo per ristaurare il
nostro; con le seguenti condizioni. Che noi s'obbligassimo alla
scuola pubbliga; che insegnassimo alle fanciule, oltre le domestiche
occupazioni di cucire, far calzetta, merleti ricamare, legere,
scrivere. ecc. Ancora l'arimettica l'ortografia, e geografia,
e di piú condur le figlie alle pubbliche fiere, e mercatti
ad insegnar loro l'arte mercantile. Impieghi che non compette
con le monache. Di piú noi eravamo tenute a passare l'apensione
agli detti padri Agostiniani; ed a far adempiere a tutti i legatti
delle messe offici ecc. A tale sopressione s'opposero vari Bellinzonesi,
ed i contadi vicini, per il comodo di chi loro amministra i santissimi
sacramenti, e perché vi sono in quella chiesa molte indulgenze
per li ascritti nella cintura, e benedizioni papali. Privilegi
che non vi sono in altre chiese di tutto il cantone. L'affare
per allora si sospese.
1803. L'Elvezia si divise in 19 Cantoni. I bagliagi detti Svizeri
Ittagliani; alleati coll'Elvezia, formano un Cantone e fu dichiarato
cappo luogo Bellinzona. Per l'organizazione di tal cantone, fu
scelta una deputazione, o sia comissione. In tal occasione noi
abbiamo scrito alla stessa deputazione. Che posto
[59]
che la costituzione ordinava che i beni delle incorporazioni religiose
si dovesse restituirgli ai rispetivi proprietari. Ordinassero
che la comune di Bellinzona rimetesse<ro> il monistero in
maniera di poterlo abbitare. Ci risposero con termini civili ma
non diedero alcun ordine per lefetuazione. Per lo che abbiamo
mandato un memoriale al sindago, ed agionti, e questi pure si
protestarono di non<o> poter darci alcun soccorso. Il Signore
che volea riedificare questo collegio ispirò alla signora
Marianna Molo, e signora Giuseppa Paganina di questuare per noi
nelle principali famiglie del borgo. Cominciarono ciascuna di
loro a dare scudi 30. Il rev.mo signor arciprete diede scudi 200,
e 150 del legato degli Santi Esercizi, scudi 55 della fu signora
Fulgenza Marianna Zezi, come si disse, ne' registrare la sua morte).
Quello che piú contribuí fu il signor don Marco
Polti Petazzi. Questo pio sacerdote sborsò per la fabrica
scudi 100 di Millano e appena siamo entrate in monastero ci mandò
per mezzo del signor Paolo Castiglioni l. 468:16:3 parimente moneta
di Milano, che si adoperarono per prendere formento. Di piú
cominciò sino dall'anno 1793. In dicembre a cellebrare
cotidianamente la Santa Messa per noi, cioè assegnando
la ellemosina, per i bisogni del nostro collegio; e continova
ancor di presente la caritatevole cellebrazione. Non contento
di questo socorso tutte le volte che scriveva a qualche bellinzonese
suo amico. Raccomandava a tutti che s'impegnassero per lo ristabilimento
del monastero delle orsoline. Di questo insigne benefattore si
deve avere continova memoria appres[s]o il Signore. Da noi e dalle
nostre postere. sí per lui che per tutta la sua casa. Alla
sua pietà, ed al suo zelo si deve attribuire lo ristabilimento
del nostro monistero. Contribuirono di molto il signor Damiano
Bruni, signor Giuseppe Mariotti, signor Gian Battista Bonzanigo
quondam Pietro, e signor fiscale Francesco Bruni.
[60]
Quasi tutti i parenti delle religiose fecero mettere in ordine
le stanze delle loro figlie, o sorelle. La spesa d'ogni stanza
fu di l. 78: non essendovi rimasto, ne porta, ne vedriatte, ne
scuri. Non si può ridire con che zelo, e fervore peroravano
per noi quelle buone signore. Sicome il demonio è sempre
stato nemico delle oppere pie, non mancò di persuadere
ad alcuni che le religiose non entrerebbero di buona voglia in
monastero. Per confondere queste dicerie. Tutte si sottoscrissero
ad una carta che le invitavano ad entrare. Toltine dalla signora
Antonia Corneglia Chicheria(85),
che si ritrovava nelle cappucine di Lugano, che poi proffessò
quel ordine. Prima però di dar mano all'opera si volle
intendere il Gran Consiglio. Il quale si radunò la prima
settimana di maggio in una sala dei reverendi padri Benedetini,
l'anno
1803. Con repplicate istanze s'invitava a dare il suo decretto.
Finalmente circa l'affine della det[t]a seduta. Decretarono la
restituzione dei beni ecclesiastici, e si permetteva agli religiosi,
e religiose il potter vestire, e professare. colla sola condizione,
che per la professione abbia compiti gli anni 21. Appena inteso
il decreto s'acordarono li artefici; si provide calce, assi ferri,
e quanto abbisognava. Oh Dio! ecco nuovi impedimenti. Aveano i
Luganesi fatti molti riclami, perché il luogo della seduta
del Gran Consiglio, diceano, essere troppo angusto; disegnavano;
traslocare il cappo luogo in Lugano. Insistendo che là
averebbero ritrovato sale ampie per tali sedute.
Nell'atto dico che si dovea dar mano all'opera. Viene l'espectore
della salla a pregarci di diferire il lavoro almeno per un mese;
con bel modo se li negò quella richiesta, e nello stesso
giorno si diè principio. Nel progresso del lavoro sentendo
che si dovea nuovamente congregare il Gran Consiglio
[61]
Andarono i municipalisti dal signor arciprete, e lo supplicarono
a consigliare le religiose a cedere il monastero alloro, ed esso
ci averebbe datto in compenso il convento degli Agostiniani di
san Giovanni. Abbiamo d'acordo rifiutato l'offerta, facendo capire
al rev.mo signor arciprete, che quel sitto non era niente adatato
per noi. Si per essere esposto alla rapacità del torrente
di Darro, ed a ladri, come per non essere comodo per le scuole
essendo troppo distante del borgo. E poi ci volea una grandissima
spesa a ridurlo abbitabile; per essere statto rovinato dal militare;
ed <poi> il sitto era per noi troppo ristreto. Non avendo
ottenuto l'intento. Il dí 20 agosto vennero tre delegati
con il presente viglieto "La comissione nominata dall'Assemblea,
e Municipalità della Comune di Bellinzona perfissare i
locali per le sedute dei Consigli, ed Autorità del nostro
Cantone Ticino, ha destinato per la prossima seduta del Gran Consiglio
il refettorio del collegio orsolino contro gratificazione, perciò
invito le reverende Madri del detto collegio a metter tosto in
libertà tale refettorio, essendo la seduta fissata per
il giorno 26 agosto 1803.
Per la detta comissione Ghiringhelli secretario.
Abbiamo fatto la possibile resistenza, ma fu il tutto in vano.
La gratificazione fu, che avendo noi affitata l'ortaglia pagarono
al fitabile quanto potea valere il frutto che allora essisteva.
Non però tutti, perché il miglior questo non volle
cederlo. Di più ci diedero in danaro l. 93:6
Si credea che la seduta dovesse essere per una sol volta. Cosí
ci aveano assicurate in voce: Ma sicome in quella seduta non fecero
nulla per li disparati pareri, e la troncarono si può dire
vergognosamente. Agli 29 settembre vennero due altri deputati
cioè li cittadini Canonico Chicherio, e Carlo Sacchi(86) a
[62]
farci le seguenti dimande coll'infrascrite condizioni.
Dovendo<si> la Municipalità di Bellinzona capo luogo
del cantone provedere un locale decente pelle sedute del Gran
Consiglio del cantone Ticino non ritrovando luogo opportuno fuori
del refettorio delle religiose orsoline, pregano le dette religiose
di compiacersi a fare una locazione del sudetto colla sala, e
cucinetta pelle sedute ordinarie, e straordinarie per un locale
permanente. A scanso però di qualonque servitú possa
recarsi con tale convenzione la Municipalità farà
una apertura nella cucinetta laterale alla sala pell'entrata nel
refettorio, e due pusterle chiuderanno i coridori della porta
della cucina e della porta del parlatorio ... Si daranno i suddetti
tutta la premura per avvantagiare il collegio nella stipulazione
dell'indennità ... Si lusingano nella saggezza delle sudette
religiose, che con questo piccolo sacrificio vorranno meritarsi
maggiormente la stima, e propensione della Comune, e suoi concittadini.
Per li detti dellegati, e comissione Ghiringhelli.
La seduta fu circa li 8 ottobre dello stesso anno 1803 e fu eguale
alla precedente cioè di troncarla senza nulla risolvere.
In tanto noi proseguivamo il lavoro con la possibile cellerità,
mentre il giorno d'entrare tutte le religiose, era fissato per
il 21 ottobre dedicato alla nostra gran madre sant'Orsola.
NB. Prima della detta sedutta si fecero premurose, e replicate
istanze ai delegati per la notta appertura, é pusterle,
ma in vanno; a noi premevano assaissimo, perché in monastero
abbitavano di già cinque monache, entrate fino dal mese
d'agosto per assistere alla fabrica, se si volleno convenne farle
coll'elemosine ricavate, e fratanto restarono imperfette varie
fatture necessariisime che si dovette poi fare a spesa del monastero
Quando cominciarono le monache a mandare li mobili delle loro
stanze. Si destò in certi membri del Picolo Consiglio un
fanatico
[63]
desiderio di voler per la loro seduta quel locale. Vennero al
monastero tre dei detti membri, piú impegnati, e ordinarono
alla superiora(87)
(che già abbitava in monastero) di non lasciar entrare
altra religiosa, fin ad altro ordine. Ella li rispose che il giorno
d'entrar tutte era fissato; e che non avea facoltà d'oporsi
a chi volea entrare. Che si faceano molte spese per riattare il
monastero, appogiate alla lege, e al decreto del Gran Consiglio
e in quanto a lei non volea piú sortire. Finse di ricevere
quel comando come uno scherzo, e nell'atto che partivano, si raccomandò
alla loro protezzione. Le religiose continovavano a mandare le
loro supeletili, e alcune erano di già entrate. La mattina
del 20 ottobre venne il Presidente ad intimarci officialmente,
che quelle religiose, che non erano ancora entrate diferissero
fino al 30 dello stesso mese, e che non lasciassi portar piú
robba. In tanto che il presidente facea quel comando alla superiora
arrivò un fachino sopracarico d'utensigli. La stessa disse
veda signor presidente, que[s]to uomo cosí carico ho io
da rimandarlo! Fé cenno di no, e allora sogionse che era
una cosa dificile che le monache si volessero arendersi; perché
aveano di già provisto la gente per il trasporto, essendo
fissato il giorno senguente(88)
per entrar tutte.
Pure avrebbe provato a farle notto la volonta di V.S. L'assicurava
però, ancorché entrassero, che non avrebbero messo
l'abito religioso sino il dí 30. Procurò la superiora
nelle maniere piú rispetose di persuadere il presidente
a non opporsi al loro riunimento, e a fargli conoscere con raggioni
incontrastabili che il locale di san Giovanni non era adatato
per le scuole. ecc. Le religiose nell'udir il sucenato divietto
in vece d'aspetar il giorno seguente molte entrarono nello stesso
giorno per timore che il Governo comandasse formalmente che non
entrassero.
[64]
Diffato il il [sic] Governo si lagnò, e lebbe molto a male.
Vi fu chi disse che meritava si metesse in aresto il rev.mo signor
arciprete, e la superiora. Quando si tratta di mantenere i suoi
diriti non bisogna lasciarsi intimorire. Continovarono per molti
giorni a far delle lagnanze. Non mancavano di venire a raccontarceli,
e a sbigotirci con infiniti prenostici; è ben vero che
se non fossimo entrate in quell'epoca, avrebbero fatto di tutto
per impedirci l'ingresso. Due giorni dopo vi fu un altra seduta
del Gran Consiglio, cioè agli 23 ottobre. Il secondo giorno,
della seduta venne alla grata il messaggio per ordine del Presidente,
che si dovesse apprire le pusterle. La superiora li mandò
a dire di scusarla, che non si potea essendo di già entrate
le religiose, non era giusto che vi si framischiassero li uomini.
Mandò un altro messaggio, ed ebbe con bel modo, nuova negativa.
Finalmente venne in persona. La superiora procurò di disuaderlo
con maniere obbliganti, dicendoli che quei cancelli si erano fatti
fare espressamente per decoro dello stato religioso, e per impedire
l'ingresso a chi veniva per semplice curiosità. Parlò
con fermezza, e di fatto se cominciava quella volta a condiscendere,
era finita. Quella seduta durò pochi giorni.
1803 La mattina del 30 ottobre comparvero in chiesa tutte le religiose
vestite del santo abbito, e si consacrò quella giornata
con il rittiro, solito farsi ogni mese. Si provò da tutte
un indicibile consolazione. Dopo la benedizione venne il rev.mo
signor arciprete a farci un discorso soppra la grazia che ci fece
il Signore in richiamarci al suo servizio, e soppra la Divina
Providenza. In vederci tutte cosí contente le cadevano
dagli occhi le lagrime. Lesse una lettera di monsignor vescovo
Rovelli il quale confermava per quell'anno la stessa
[65]
superiora, e quella confermò parimente le monache nell'Ufficio
che coprivano quando sono sortite.
Nelle officine mancavano molte supeletili, <che> quali ci
avea obbligati li municipalisti a lasciare quando siamo sortite,
per servizio del militare; li quali furono tutti, o consonti,
o involati dalli stessi soldati. Non viera alcuna provisione.
Il Signore però, che non abbandona chi in Lui confida.
Ispirò a vari benefatori, qualli ci regalarono molte brente
di vino, formaggio, carne, castagne bianche, fagioli. Quello che
piú contribuí fu il signor Gian Battista Bonzanigo
figlio del fu signor Pietro che donò il formento per piú
d'un mese. Il rev.mo signor arciprete don Fulgenzo Sacchi, oltre
quel che si è di già nottato diede molte candele
di cera per la chiesa; e moltissimi <..> di vino vechio,
e fece vari altri benefici. Donò la signora Barbara Chicheria
alla chiesa un suo abito di ammovella(89)
drapata col qualle si fè una pianeta ed un paglio.
1804 In gennaio si presentò una giovine d'Iragna(90), per conversa. Fu
appieni voti accetatta. Ma prima, che entrasse, si seppe che era
statta maritatta. Ciò inteso le religiose più non
la volevano. La superiora scrisse a chi lavea proposta, che non
si ameteva nella loro religione che donzelle vergini ecc. Nello
stesso giorno che la lettera andava al suo destino, arrivò
la postulante. Nel vederla le monache s'intenerirono; chiamarono
a consulto il signor arciprete nostro vicario. Questi rifletendo
che la Regola s'esprime solo per coriste non si accetino che donzele
vergini; l'amisero alla prova. In maggio venne di nuovo il Gran
Consiglio per la seduta ordinaria del mese. Oltre le solite sale.
Il Picolo Consiglio volle ancora la salla destinata per la scuola
delle fanciulle.
[66]
Convenne alle maestre il far scuola nel coridore collonati. Non
essendovi altra stanza capace per tante fanciulle; mentre non
si è marcato che circa il primo di novembre vennero li
Deputati delle scuole ad invitarci a far scuola pubblica, per
quell'anno. Onde le fanciule crescevano il N.o di cento. Il compenso
fu di dieciotto Luigi doro. In quest'anno la signora Antonia Molo,
natta Jelmoni divota di san Gaetano. Fè venire da Milano
un bel quadro dello stesso santo, e lo regalò alla nostra
chiesa. Altri divoti fanno cantare la messa, e dare la santa benedizione
due volte, cioè il giorno 7, e il giorno 9. Ed altri fanno
fare da noi dei tridovi al detto Santo.
1804 A 8 agosto giorno di mercoledí, circa le ore 13. Prese
l'abito religio[so] in qualità di conversa Maddalena figlia
di Giulio Tartini, e Agostina Perini. Ambe d'Iragna. Prese il
nome di Maria Angiola. In età d'anni 21.
Agli 14 ottobre si tenne capitolo per l'elezione delle superiore,
e fu confermata, in superiora la signora Giuseppa Catterina(91), e vicaria la signora
Marianna Giuseppa Chicheria(92).
Discrete la signora Giuseppa Teresa Molo(93), e signora Marta Francesca Bonzani[go](94).
Nel sudetto anni [sic] agli 11 novembre giorno di domenica, e
festa san Martino. Vestí l'abito religioso in qualità
di corista la signora Cattarina, figlia del fu signor fiscale
Carlo Giuseppe Ghiringhelli, e signora Felicita Molo, in età
d'a<n>ni 23. Prese il nome di Felicita Luigia Giuseppa Teresa(95).
In quest'anno le scuole non sono pubbliche. E fissatto per quelle
fanciule che vogliono venire scudi 25 al mese, e quelle, che oltre
l'imparare a legere, e lavorare. Vogliono apprendere, li conti,
e scrivere pagano scudi. 30.
Agli 20 dicembre. Circa le ore sei di notte morí la nostra
consorella <suor> suor Giuseppa Egidia Pessa(96) d'anni 63 mesi 5. L'ultima malatia
fu febre gattarale, accompagnata d'asma, e quasi
[67]
mai interota tosse, era poi tanto rassegnata, e paziente, che
recava edificazione a chiunque l'assisteva. Fece molta istanza,
perche seli somministrasero li Santissimi Sacramenti, quali ricevette
con particolare fervore, e col perfetto uso de sensi. E d'amirarsi
in quella religiosa il coraggio, ch'ebbe, apena partita la truppa
di presentarsi al prefetto nazionale, e al presidente della Camera
Aministrativa a fin d'otenere che la lasciassero entrare ad abitare
in monastero, come di fatto l'otenne, e vi fu chi la socorse a
rimettere due stanze una per il riposo, e l'altra per cucina,
e vi dimorò piú di due anni prima che vi entrassero
le altre religiose, nel qual tempo non cessava di pregare, or
luna, or altra persona delle impiegate nel Picolo, e nel Grande
Consiglio, affinché le concedessero la tanto bramatta licenza
di rimettere il collegio. Ottenuto l'intento fu la prima a rimettere
labito religioso. Talle contento durolle solo 14 mesi, e nell'ultima
malatia non finiva di ringraziare il Signore che moriva in religione,
ed assistita dalle care sue consorelle.
1805 Li 6 maggio vi fu la seduta ordinaria del Grande, e Picolo
Consiglio. Si parlò con alcuni Consiglieri per ottenere
il fitto del refettorio, come ci aveano promesso. Ci venne risposto,
che in quella seduta aveano tanti affari pressanti, e che alla
prima nuova seduta averebbero di ciò parlato.
Agli 2 giugno seconda festa di pentecoste, s'incominciarono li
santi esercizi dal signor priore don Agostino Torriani. Da solo
diede le meditazioni, e li esami pratici. Ascoltò la confessione
di tutte, e tutte rimasero sodisfate, e contente, il Signore ci
dia per sua misericordia, grazia di mantenerne il fruto.
Agli 8 agosto. Fece la professione suor Maria Angiola Tartini.
Li santi esercizi servirono quelli che fece con la comunità
nel sudeto giugno. Tra dotte ed accessori. Diedero li congionti
della medema, scudi 400. Oltre però alla schirpe, e supeletili
della stanza.
[68]
Si ricevete pure il capitale del livello da pagarsi il fitto di
l. 24 annualmente in mano della detta Maria Angiola. Il capitale
è scudi cento, e fu impiegato con altra somma nel signor
procuratore Ghiringhelli. Tal capitale lo diede il rev.o signor
curato di Prevonzo don <Agostino> Giuseppe Perini zio materno
della novizia. Con questa condizione, che dopo la morte della
nipota, lascia in dono al monastero scudi 20, e degli altra 80
si farà fare tanto bene per l'anima sua, essendo, come
si disse, il capitale scudi 100. Questo bene, e statto fissato
col consenso del sig. testatore, da farsi dalle religiose, onde
quella superiora, e cancelliere, che in allora essisteranno, si
ricordino di eseguirlo. Consultandosi con il signor delegato,
o padre confessore.
Alli 26 agosto vi fu una seduta straordinaria del Gran Consiglio.
In tale occasione si mandò una pettizione al Picolo, e
al Gran Consiglio, per ottenere li due fitti decorsi, per stabilire
la stipulazione avvenire, e per pagare le pusterle che si sono
fatto fare (come sie detto altrove) ed altre spese, per adatare
una scuola, dovendosi privare della solita in tempo della seduta
ordinaria di maggio, per il Picolo Consiglio. Fu dal Gran Consiglio
decretato di pagarci le spese fatte per i cancelli, e quelle da
farsi per la detta scuola, e per riguardo alla stipulazione del
fitto ne parleranno alla seduta di maggio. Il Picolo Consiglio,
e statto più d'un mese a mandarci il decretto. Finalmente
con l'opera del signor avocato Pelegrini, Consigliere di Statto,
e Secretario in Capo ci fu mandato il di 28 settembre. Tra la
spesa fatta, e da farsi ascende a l. 750, qualli ci furono immantinente
sborsate dal signor Vittore Ghiringhelli, tesoriere generale del
Cantone. Si deve aver presente nelle nostre preci il mentovato
signor consigliere Pelegrini, per giusta gratitudine di quanto
ha apparato per farci entrare il detto danaro. Di più ci
promise che in maggio farà nuova istanza per li due fitti
decorsi, e per stabilirne la locazione a venire.
Li 26 novembre si professò la signora Felicita Luigia d'anni
23, colla dotte di scudi 750. Li santi esercizi li fece privatamente
[69]
colla direzione del rev.mo padre prevosto don Nicolao Vedani attuale,
e unico confessore. Prima di sortire avevamo due confessori ordinari,
uno de quali <morí> era il più volte mentovato
signor curato di Daro don Agostino Cusa, questi morí nell'anno
terzo del nostro esiglio. Rientrate abbiamo di nuovo richiesto
per confessore ordinario, e straordinario il sudetto rev.mo padre
prevosto, e tutte, a ciascuna siamo contente della saggia sua
direzione. Il Signore per sua pietà lo conservi per molti
anni.
Prematica(97) della Mensa praticata nell'anno 1744 ed in seguito fino di presente 1752 - Nel nostro collegio(98)
Nei giorni feriali si dà una quarta scarsa, di carne
lesso fresca, sempre però cucinata ogni pasto. Mattina,
e sera e si dà calda. Avertendo, che si abonda poi quando
si mazza in casa. Minestra mattina e sera, ecetto venerdí,
perché si digiuna di regola.
Sabato per divozione, pane vino formaggio; si mette in tavola
sempre, da prenderne a piacere, senza limitazione, per il proprio
sostentamento, ma non per darne ad altri.
Le feste ordinarie si agionge l'antipasto, e per consueto si dà
o salamme o frutta.
Li straordinarii come il giorno di Natale si danno, due pietanze,
e l'antipasto, consueto, ed anche le feste seguenti; sino l'Epifania,
vi sono o pure si danno polli più o meno secondo; ci vengano
regalati; quali si compartano; facendosi alcune volte friture
o carne in tingoli dandosi porzione più abondante, e sempre
l'antipasto.
La penultima settimana intiera di Carnovale; si agionge l'antipasto.
martedí e giovedí. L'ultima settimana; sempre alla
mattina si dà l'antipasto, ed alla sera l'ultimo giovedí
con li 3 ultimi giorni; ne quali la pitanza è più
abondante, dandosi, rosto stufato; od in altra maniera secondo
il genio; abondandosi con la carne sino a mezza libra per porzione,
e cosí si pratica sempre facendosi, rosto stufato, anche
nelli altri straordinari; per il consumo
Quaresima una porzione competente di merluzzo, ed un uovo o pure
castagne stagionate overo mostarda; o frutta cota. Sempre la minestra
e formaggio come sopra si disse; la sera collazione di pane formaggio;
altre volte n.o 25 lumaghe overo n.o 10, ed un uovo; altre polentina
di latte, ed un uovo; altre macaroni ed un uovo. Altre un paio
d'ova e frutta cotta; altre brocole ed un uovo; altre selero cotto,
ed un uovo; altre castagne ed un paia d'ova. Altre volte pescie
fresco; ed un uovo. Il giorno di san Giuseppe un'offella(99) grande di un paia
d'ova; il giorno della Nonziata torta di pasta, de dolci con pieno
di frutta; ed un paia d'ova; domenica; la cena consiste, in un
paia d'ova o pure un uovo e frutta cota.
In altri tempi, ne giorni di magro e di digiuno; si dà
l'ovo; quando si danno coste cardoni arbelioni(100), ed altre ortaglie; con li articiochi
si dà un paio d'ova.
Mercoredí; si dà cena; come nelli altri giorni;
ma perché la magior parte si fa di magro la cena consiste
in un paio d'ova o pure un'uovo e frutta, ed in penuria d'ova
altre cose secondo permete l'economia, ed alla mattina non si
dà l'ovo.
Giorno di Pasqua fritata salamme e l'ordinaria porzione, di vitello
lesso.
Cena lesso, di vitello, come pure le due feste seguenti l'antipasto
solito e la porzione di vitello ordinaria; nell'estate, che scarsegia
il vitello; si dà manzo, castrà; overo carne salata;
questa però rare volte
Giorno del Corpus Domini due antipasti, e la piatanza ordinaria
di carne.
La festa del santissimo Nome di Maria si dà buona porzione
di rosto e l'antipasto solito.
Il giorno di sant'Orsola, oltre l'antipasto; si dà rosto,
e mezza dozzina de dolci.
Nelle infermità oltre il medico e medicamenti, anche per
le purghe d'elezione(101),
si dà tutto il bisognevole. Circa carne, uova buttiro,
e simili; non però polleria; avertendo, che volendo le
religiose servirsi di medico diverso dell'acordato per il collegio
debbano pagare del proprio le visite; come anche prendendo medicamenti;
in spezieria diversa di quella serve il collegio devono pagare;
parimente del proprio.
La madre Mola portò seco la scrittura, di donazione
fatta del fu signor fondatore Fulgenzo Molo e del signor arciprete
don Carlo Francesco Chicherio.
Un'altra scrittura tiene seco d'una lascita del fu signor canonico
don Carlo Chicherio nipote del sucenato signor arciprete: la quale
consiste in scudi 1000.
Due libri de conti; cioè giornale di ricavata, e spesa;
fatta nel governo di Gertruda Maderni. Tiene anco il Libro delli
Anali.
La madre Mola tiene debito al collegio, per dolci comprati in
più ratte di Milano l. 98:28:6
Come anche la signora Francesca Lucia, deve dare per dolci l.
3:19
Atti, overo Annali del Nuovo Monistero di S.ta Orsola di Bellinzona nell'anno 1730 in avvanti..., ACB: Atti.
Carta notarile del 24 ottobre 1767, del canonico Filippo Paganini di Bellinzona. Inventario del contenuto delle due stanze del monastero di Santa Maria in Bellinzona, già occupate da suor Marianna Fulgenza e da suor Francesca Lucia, AVC: Carta1.
Carta notarile del 27 ottobre 1767, del canonico Filippo Paganini
di Bellinzona.
Pagamento a liquidazione delle doti di suor Fulgenza Marianna
e suor Francesca Lucia, AVC: Carta2.
Conto disteso de beni dotali, beni di fabrica, spese della medema ed annua amministrazione del vend.o collegio delle orsoline di S.ta Maria di Loreto in Orico fuori le mura dell'insigne borgo di Bellinzona, AVL: Conto.
Verbale dell'interrogatorio dell'arciprete di Bellinzona Carlo Francesco Chicherio, e delle monache del monastero di santa Maria, Bellinzona, esperito dal 14 al 26 aprile 1752, da Giambattista Bianchi, avvocato fiscale della curia vescovile di Como, delegato dal vescovo, AVL: Interrogatorio.
Sigle
AVC Archivio vescovile, Como
AVL Archivio vescovile, Lugano
ACB Archivio cantonale, Bellinzona
La trascrizione è rispettosa della punteggiatura e della
grafia, fatta eccezione per la j che viene resa con i. Sono state
invece uniformate maiuscole e accenti, secondo l'uso attuale.
Le abbreviazioni sono state sciolte, salvo le più frequenti
e note anche nell'uso moderno.
Cancellazioni, macchie o parti di testo leggibili ma cancellate,
vengono segnalate fra <>. Parola o parti di testo illeggibili
sono indicate con ..., mentre fra parentesi quadre [ ] sono inserite
lettere mancanti, indicazioni redazionali [ndr.] o parti tralasciate
nelle citazioni [...].
Parole, o parti di testo scritte fra le righe vengono trascritte
regolarmente, senza segnalazione.
Testo pubblicato in "Archivio Storico Ticinese",
numero 122, dicembre 1997.